αὐτός

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Anam

αὐτός
Pubblicato da in αὐτός · 13 Luglio 2019
“Ma una maledetta voce mi diceva dentro,
che era là anche lui, l'estraneo, di fronte a me, nello specchio.
In attesa come me, con gli occhi chiusi.
C'era, e io non lo vedevo.
Non mi vedeva neanche lui, perché aveva, come me, gli occhi chiusi....”
(Pirandello – Uno, nessuno e centomila)

Una tematica a me molto cara, particolarmente aderente alle criticità di corrispondenza sociale che pregiudicano il buon vivere della dimensione autistica, riguarda il senso dell'individualità, maturato in termini collettivi, attraverso il valore delle differenze. E' chiaro che l'idea di "differenza" in tal contesto non rappresenta un termine di paragone al quale affidare le sorti di una competizione prevaricante e discriminatoria, ma assume esclusivamente valenza immanente ed aumentativa sul piano dello sviluppo sociale, ove le diversità diventano parte indispensabile di un'unica identità comune.
Dunque, appare necessario nella contemporaneità dei processi di aggregazione umana interrogarsi profondamente sul significato di "individuo", in quanto centro esperienziale dell'analisi percettiva applicata su noi stessi e sugli altri.
Analizzando il senso dell'opera pirandelliana citata in apertura risulta chiaro come ogni identità individuale sia in sostanza il  prodotto di un'edificazione non sufficientemente contemplativa, guidata per lo più da conformismi, ideologie e modelli di riferimento dei contesti storico/sociali di appartenenza, raccolti ed in buona parte subìti nel corso della propria esistenza. Una dimensione artificiale che, nonostante tutto, non  riesce ad oscurare una quota inalterabile del proprio sentire, la quale non restituisce una visione oggettiva di ciò che è percettivamente possibile sperimentare nel proprio vissuto, ma è testimone dell'esistenza di un centro, un'origine individuale, immune da qualsivoglia dinamismo o metamorfosi evolutiva dell'essere.
Dunque cosa resta e cosa muta dell'individuo?
Nella progettazione sintetica delle identità che ognuno elabora in riferimento alla propria ed all'altrui personalità occupa un ruolo fondamentale la materia semantica. Le parole identificano, etichettano e catalogano per consegnare alla nostra vita l'illusione rassicurante di una visione certa ed immutabile delle cose. È pertanto plausibile, sul piano della conoscenza, ritenere non attendibile in termini di alterità qualsiasi elemento riconducibile ad un'origine semantica. In sostanza, oltre l’opera mendace ed ingannevole delle parole, ciò che resta di noi stessi e dell'altro è ciò che Tiziano Terzani definiva "Anam - il senza nome”, ovvero il "Nessuno" nella visione di Pirandello.  Una dimensione in apparenza svuotata da qualsiasi elemento dell'essere, ma che, diversamente, racchiude in sé la sostanza impalpabile delle proprie origini essenziali. Questo nucleo puro ed inviolabile rappresenta fonte di ispirazione etimologica in riferimento alla complessa dimensione percettiva comunemente identificata con il termine "autismo" (dal greco “autós” “sé stesso”). Contrariamente all'interpretazione maggiormente riconosciuta che attribuisce al termine "sé stesso" un valore dissociativo, una perdita di contatto con la realtà circostante, credo fermamente che il significato trovi reale corrispondenza in un senso di ricostituzione con il proprio sé, o meglio di non dissociazione dal proprio , dal il centro immutabile della propria essenza individuale. Non a caso le persone con autismo sono libere dalle catene semantiche e dalle alterazioni percettive dell'altrui giudizio, godono di una visione meno contaminata, più istintiva della realtà. Un valore, questo, in grado di far crollare in un istante prigioni ideologiche, paradigmi e fragili castelli di convenzionalismi sociali. Dunque, nella distorsione di una visione collettiva, è facile identificare l'“autós” come una patologia della società conformista, da correggere e rimodulare attraverso discutibili strategie di comportamentismo riabilitativo. Il paradosso di ciò risiede proprio nel termine "riabilitazione" che letteralmente indica la possibilità di restituire un'abilità persa. Va precisato infatti che, sul piano etico,  la predisposizione ad adattarsi agli schematismi precostituiti della società difficilmente può essere considerata un'abilità, ma piuttosto un’involuzione dell’essere. Di conseguenza è la dimensione sociale ad apparire deficitaria di un'abilità perduta, quella di rinunciare all'inganno semasiologico e ricongiungersi con il proprio centro, attraverso il riconoscimento della sacralità delle differenze di coloro che ne fanno parte. Ed invero il primo passo per raggiungere una maggiore consapevolezza sul senso dell'individualità è probabilmente quello di rinunciare alla natura sintetica delle parole, e prendere coscienza che oltre i confini del proprio centro ogni individuo è opera di un continuo divenire, un dinamismo costante che ne modifica forma e coscienza, in armonia con il fluire inarrestabile della vita.
L’identità, dunque, non va intesa come il prodotto della separazione dall’altrui percezione, ma, al contrario ne rappresenta il chiaro riflesso.
Similmente nell’esperienza con la dimensione autistica è fondamentale abbandonare la semantica dei pregiudizi, con tutte le sue “centomila” definizioni, categorizzazioni e demarcazioni sociali, unitamente alla singolarità di ciò che, attraverso i nostri sensi fisici e psichici, crediamo di percepire come realtà oggettiva, e concentrarsi pienamente sull’“autós” di coloro che appaiono diversi dalle consuetudini paradossali osannate dal culto assurdo della normalità. Impegnamoci per restituire alle persone con autismo il diritto di ritornare “Anam”, il “senza nome", liberi da qualsivoglia dirottamento ideologico e comportamentale, così che in ognuno possa liberamente emergere il centro inviolabile della propria essenza individuale e la bellezza istintiva delle differenze.
Contestualmente concediamo a noi stessi l’eguale opportunità di ricongiungerci al proprio’“autós”, l'origine del sé, così da ritrovare il senso perduto della piena libertà di essere.

Gianluca Patti


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