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Ars docendi

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Pubblicato da in αὐτός · 19 Aprile 2016
Quando si parla di autismo è inevitabile incontrare argomentazioni relative all’istruzione, alla didattica ed alla dimensione scolastica, come luogo di apprendimento e di opportunità inclusive, finalizzate alla crescita individuale ed all’integrazione sociale.
Emerge forte in questo contesto la natura dialettica della narrazione tematica che conduce direttamente al concetto di “educazione” come astrazione rappresentativa dei mezzi di conoscenza, crescita introspettiva e sviluppo dell’intelletto.
In merito al termine sono diverse le fonti e le attribuzioni semantiche che tentano di rivelarne la natura finalistica. Si parla di “apprendimento di principi intellettuali e morali”, “affinamento della sensibilità”, “correzione del comportamento in accordo con le esigenze dell’individuo e della società”, “processo di trasmissione e acquisizione di elementi culturali, estetici e morali”.
Più in generale di “processo di formazione dell’individuo.”
Ma cosa si tenta di trasmettere realmente con il termine “educazione”?
L’ampiezza degli argomenti che ne strutturano il senso, in applicazione alle diverse sfere del vivere sociale, rende necessario analizzarne la natura etimologica per riscoprirne i valori primordiali che hanno dato forma, corpo e sostanza all’idea ed alle finalità che ne identificano la meta.
Il termine deriva dal verbo latino educĕre, “trarre fuori”, “tirar fuori ciò che sta dentro”.
E’ chiaro come il fine intrinseco dell’educare sia votato ad intraprendere un cammino di crescita che parta dall’interno dell’individuo per favorirne lo sviluppo di facoltà ed attitudini, piuttosto che iniziare da percorsi esterni, divulgatori esclusivi di conoscenza e di apprendimento cognitivo.
Appare oggi evidente quanto queste strategie edificanti prendano spesso direzioni sbagliate cercando di modellare gli individui secondo schemi precostituiti e generalizzati, a discapito del processo di crescita individuale, de-umanizzando e de-individualizzando gli scolari al pari di contenitori cerebrali da riempire con annose e ripetitive nozioni testuali.
Un processo di categorizzazione umana che tende ad identificare il grado di cultura ed il valore sociale di un soggetto nella quantità di informazioni acquisite piuttosto che nella qualità delle caratteristiche etiche e vocazionali.
Una circostanza, questa, che riporta alla mente la sottile differenza tra “intelletto” ed “intelligenza” proposta dal mistico contemporaneo Osho Rajneesh:

“Non confondere mai l’intelletto con l’intelligenza: sono poli opposti.
L’intelletto appartiene alla testa; ti viene insegnato da altri, ti viene imposto.
Devi coltivarlo. È una cosa presa a prestito, una cosa estranea; non è innato.
Invece l’intelligenza è innata. È il tuo stesso essere, la tua stessa natura”

Quando l'”educazione” diventa materia di formazione per un individuo disabile questa differenza appare ancora più marcata. La diagnosi diviene essa stessa categoria ponendo limiti concretamente ipotetici, ma idealmente verosimili, all’evoluzione ed alla crescita individuale.
Nell’autismo il concetto di categoria risulta maggiormente inadeguato e paradossale in considerazione della molteplicità dei sintomi che ne caratterizzano l’evoluzione. Risulta infatti fondamentale tracciare i contorni dell’ “individualità autistica” prima di iniziare a lavorare sullo sviluppo dell’individualità soggettiva.
Un sottile e complesso percorso evolutivo che trova quasi sempre impreparati gli educatori preposti al delicato compito di favorire il processo di antesi umana.
Con ciò non è assolutamente auspicabile, ne ammissibile la realizzazione dell’individuo in quanto tale senza il mezzo della conoscenza. Ma l’acquisizione nozionale assume significato solo se indirizzata alla fioritura dell’unicità.
La società è categoria per definizione, ma diviene dimensione valorizzante solo nella fusione e nell’equilibrio delle diversità  come parti evolutive ed indispensabili del tutto.
In un contesto collettivo funzionale, dove la diversità diviene ricchezza è naturale che la disabilità sia considerata unicità valorizzante. A quel punto lo scopo comune sarà automaticamente indirizzato alla crescita globale su solide fondamenta di etica umana e civile.
Non sono un educatore di professione, ne oserei mai elargire consigli relativi ad una materia che non mi appartiene, ma da ex scolaro con qualche esperienza educativa poco soddisfacente ed antico testimone diretto della discutibile abilità di alcuni precettori incontrati sul mio cammino formativo, nonchè da padre di un bambino con autismo auspico una scuola in grado di proporre adeguati percorsi di consapevolezza individuale e collettiva, che non evidenzi limiti ma generi possibilità, che costruisca risorse e non ostacoli, che induca sentimenti di autostima e realizzazione e non di fallimento e frustrazione.
Una scuola in grado di leggere l’anima delle persone prima di qualsiasi libro di testo. E soprattutto capace di coltivarne l’essenza.
Devo  affermare che ad oggi l’esperienza personale di mio figlio documenta una realtà scolastica assolutamente positiva, ma la cronaca ci  racconta in maniera ricorrente che purtroppo non è sempre così; ma è pur  vero che esistono tante ottime scuole e tanti bravi educatori, come è capitato a mio figlio.
Sono convinto che i percorsi della conoscenza devono sempre attraversare quelli della Consapevolezza. Quando non è così si tratta solo di apprendimento; di materia sterile.

“Consapevolezza è“l’istante in cui la goccia si fonde nell’oceano,
nell’attimo stesso in cui l’oceano si riversa nella goccia” (Osho Rajneesh)

Gianluca Patti


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