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Autismo: dalla re-clusione all’ in-clusione

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Pubblicato da in αὐτός · 19 Novembre 2016
Nel libro “L’altra verità. Diario di una  diversa”, opera autobiografica di Alda Merini, la scrittrice racconta  un aneddoto che ritengo profondamente significativo:
“Un giorno in giardino incontrai un prete. Ero sola e gli chiesi in  che concetto Dio tenesse i poveri pazzi. «Mah» rispose quello, «che  volete, figliola. I pazzi non sono responsabili.» «Mah», proseguii io,  «se Dio ha dato il libero arbitrio perché scegliessimo il bene ed il  male, perché ce l’ha tolto con la pazzia?» Il prete rimase confuso e se  ne andò borbottando, ma a me quel concetto mi rodeva dentro: perché un folle non può più essere padrone della sua volontà?”

Escludendo i tradizionali quesiti  esistenzialisti di matrice teologica di cui non sono convinto  sostenitore, trovo eticamente determinante la domanda finale posta dalla  Merini. E’ chiaro che oggi non si parla più erroneamente di “follia”  intesa come alterazione psichica orribilmente deviante rispetto ai  tipici percorsi evolutivi dell’uomo, ma più correttamente, in termini  scientifici, di neurodiversità, come naturale alternativa ai più comuni  canoni comunicativi e comportamentali.
Eppure nonostante questa fondamentale rivalutazione il senso di libertà  resta ancora elemento separato dall’universo esistenziale dei disabili.  “Libertà” intesa come facoltà di scegliere, in quanto essere sociale, in  considerazione della propria dimensione individuale, operando in una  condizione di diritto (e di dovere) equiparabile a quella di qualsiasi  altro individuo.
Uno status che presuppone la capacità di poter agire autonomamente  nell’universo sociale di appartenenza, comprendendone regole, limiti ed  opportunità. Tale prerogativa appare sicuramente insufficiente nel  naturale percorso evolutivo degli individui con autismo, soprattutto in  considerazione delle limitate capacità comunicative che rappresentano  elemento vitale nell’equilibrio funzionale di una collettività.
Come genitore trovo dunque fondamentale favorire fin da subito lo  sviluppo di strategie di comunicazione alternativa strutturate sulla  base di interventi individuali che possano poi aprire la strada ai più  ampi percorsi di autonomia.
Sono assolutamente convinto che le attività terapeutiche restino materia  fondamentale nelle fasi di crescita di un autistico, ma per assumere  carattere funzionale devono essere organizzate e vissute nel naturale  contesto di appartenenza, coinvolgendo ogni livello possibile, casa,  famiglia, scuola e società.
In tal senso appare dunque inutile o addirittura rovinosa la figura del  centro di “recupero” destinato esclusivamente alla “riabilitazione  separata e “reclusiva”, in quanto è fondamentale comprendere che in un  soggetto con autismo non esiste alcunchè da riabilitare, ma soltanto  abilità innate ed uniche da coltivare e sviluppare, affinchè possano  diventare, nel tempo, una risorsa preziosa per la società.
“Riabilitare” significa rendere nuovamente qualcosa funzionale rispetto a  precisi modelli prestabiliti, ma se il concetto di società viene  svuotato da qualsiasi pretesa di uniformitá, sgretolando l’idea stessa  di stereotipo, la disabilità cessa di essere elemento diversificato dal  tutto, acquistando unicamente valore di possibilità ed opportunità.
Uno degli errori più comuni, in termini antropologici, imputabile alle  collettività “civilizzate” è quello di confondere il concetto di  uguaglianza con la necessità di creare strutture aggreganti basate su  ideali di perfezione ai quali cui bisogna necessariamente ispirarsi per  ottenere la possibilità di esserne parte.
In realtà il concetto di uguaglianza dovrebbe essere inteso come il  naturale diritto di appartenere ad un determinato contesto sociale, o  più semplicemente di essere parte della vita, con le medesime risorse ed  opportunità, nonostante le diversità individuali che nell’insieme  formano l’identità del singolo.
Accettare le diversità del prossimo come strumento di confronto  edificante trasformandole in risorse etiche, civiche e sociali richiede  un duplice impegno; da una parte un distacco consapevole e maturo da  tutti i pregiudizi cristallizzati che nel corso del tempo hanno formato  le attuali strutture sociali; da un altro il superamento del naturale  istinto di appartenenza che spinge gli esseri umani ad unirsi in gruppo,  confondendo la propria identità di individui con quella di massa  unificata e uniformata nella quale l’unicità del singolo si perde  rovinosamente in un sintetico ideale di universalità uguale e  conformata.
E’ ovvio che a causa dei valori distorti tipici della cultura  dell’epoca, nella domanda della Merini l’assenza di libertà appare  imputabile esclusivamente alla condizione di alterazione psichica del  “folle”. Oggi si è compreso che i limiti sofferti dalla neurodiversità  sono riconducibili esclusivamente alla scarsa adattabilità ambientale ed  alla incapacità di favorire valide opportunità di inclusione che  possano aiutare i disabili a trovare la giusta identità sociale.
Una grande conquista in termini di consapevolezza che però risulta  fortemente penalizzata da un’intelligenza emotiva di massa ancora troppo  immatura per favorire un vero rinnovamento culturale.
Di fatto siamo ancora schiacciati dal peso di progressivi  condizionamenti e primordiali paure nei confronti di tutto ciò che ci  appare diverso e si discosta dai rassicuranti modelli imposti dal mondo,  e forse ciò è imputabile alla naturale difficoltà degli esseri umani di  cercare, trovare e conservare la propria identità ed unicità; una  facoltà che, al contrario, nell’autismo è quasi sempre vissuta in totale  naturalezza.
Una volta Osho Rajneesh, per gioco elencò dieci “comandamenti”  riconducibili al senso stesso della vita (che riporto in calce). Nel  leggerli mi sembra di rivedere il naturale percorso esistenziale di mio  figlio, vissuto in maniera limpida, spontanea e trasparente.
Un approccio con la vita semplice ed autentico, soffocato da una società  culturalmente ed emotivamente contaminata ed impoverita.
La mia esperienza con l’autismo mi ha permesso di imparare a lasciarmi  alle spalle tutte le certezze accumulate nel corso della vita, paure,  condizionamenti, credenze, superstizioni, pregiudizi, ed a rivalutare  tutto ogni istante.
Un invito alla rinascita che è speranza viva di guarigione da un male  comune, sociale e culturale, ben più spaventoso ed angosciante di quello  che è stato diagnosticato ai nostri figli.

Gianluca Patti

I 10 comandamenti di Osho:
  1. Non obbedire ad alcun ordine all’infuori di quello interiore.
  1. L’unico Dio è la vita stessa.
  1. La verità è dentro di te, non cercarla altrove.
  1. L’amore è la preghiera.
  1. Il vuoto interiore è la porta della verità, è il mezzo, il fine e la realizzazione.
  1. La vita è qui e ora.
  1. Vivi totalmente desto.
  1. Non nuotare, galleggia.
  1. Muori a ogni istante, così da poter rinascere ogni istante.
  1. Smetti di cercare. Ciò che è, è: fermati e guarda.
  1. (Osho Rajneesh)



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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