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Autismo e società: un dualismo cartesiano

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Pubblicato da in αὐτός · 17 Febbraio 2019
Leggendo dell’autismo e sopratutto vivendone esperienza diretta attraverso gli occhi di mio figlio appare sempre più evidente la linea di demarcazione culturale tra lo schematismo delle strutture sociali e la profonda intelligibilità di ciò che si allontana dalla visione monocromatica delle convenzioni del definire e dell’apparire.
Questa frattura evoca in qualche modo l’antinomia ideologica del dualismo cartesiano, ponendo il rapporto tra autismo e paradigmi comportamentali in una condizione di forte similitudine rispetto alla contrapposizione esistente tra le prerogative dimensionali individuate nel simbolismo teorico della “res cogitans” e della “res extensa”. Parallelamente è possibile osservare in questa dicotomia teorica un’ulteriore e più specifica scissione nei processi percettivi di massa, che divide l’autismo in due segmenti distinti, uno formale vincolato ai limiti tradizionali delle apparenze, della non conoscenza e dei naturali, seppur anticulturali meccanismi di persuasione collettiva; l’altro sostanziale, che affidandosi alla Consapevolezza, alla conoscenza ed all’intelligenza emotiva, è in grado di restituire una visione concreta ed autentica della realtà. Quest’ultima prospettiva riesce a dissolvere perfettamente l’idea precostituita di ermetismo dimensionale che da anni soffoca l’autismo, svelando dietro una presunta incapacità espressiva, una libertà di essere totale nella quale gli argini del pensiero non riescono in alcun modo ad edificare confini. Una condizione, dunque, perfettamente equiparabile alla res cogitans cartesiana, libera, inestesa e consapevole.
Angel Riviere, professore di Psicologia evolutiva presso l’Università Autonoma di Madrid, cercando di interpretare le necessità degli individui con autismo scrisse una serie di considerazioni in prima persona; un passaggio fondamentale di questa lettera, che amo riproporre con una certa frequenza, recita: “Io non abito in una ‘fortezza vuota’ ma in una pianura così sconfinata da sembrare inaccessibile”. In questo scenario simbolico emerge chiaramente il senso dell’inestensione, cioè della non misurabilità libera e consapevole che Cartesio attribuisce alla res cogitans. La visione di un individuo con autismo è priva di qualsiasi inquinamento ideologico, è una visione chiara, sia in termini percettivi che emozionali; pertanto è libera e genuina anche l’intensità della risposta comportamentale al confronto tra la propria individualità ed il mondo circostante.
Per converso la società di massa rappresenta nella similitudine cartesiana la res extensa. Una realtà limitata, misurabile ed inconsapevole, che affida le proprie certezze ad immaginifiche verità costruite su comuni convinzioni e schematismi mentali. Una dimensione dove il pensiero e la visione individuale delle cose faticano ad emergere.
E’ chiaro che nella filosofia cartesiana questi due elementi appaiono ontologicamente inconciliabili e fondamentalmente non interagibili, pur possedendo un comune denominatore che Cartesio individua nella sfera divina. Nel rapporto autismo/società questo elemento di contatto può essere rappresentato dalla dimensione culturale, attraverso un procedimento opposto rispetto a quello attualmente operante.  La conoscenza consapevole deve partire dall’individuo e successivamente raggiungere la dimensione collettiva; dunque il punto di partenza non deve essere più rappresentato dal pensiero collettivo che investe in maniera uguale ed omogenea le singole visioni, sostituendosi ad esse.
Ciò aiuta a comprendere il motivo per cui le caratteristiche di “asocialità” dell’autismo vengono erroneamente individuate nella natura stessa della neurodiversità e non nella risposta al rapporto di inconciliabilità tra la libertà di essere ed i limiti del pensiero collettivo. La “pianura” di cui parla Riviere risulta inaccessibile non per propria formazione, ma per l’incapacità sociale di individuarne le aperture.
Ecco perché è fondamentale distillare nelle nuove generazioni una corretta cultura che abbia la duplice funzione di consentire il pieno sviluppo della propria individualità e maturare un consapevole e profondo senso di alterità. La cultura è l’unico mezzo in grado di abbattere i limiti misurabili della "società res extrensa” e di condurre verso una dimensione illimitata di libertà e di consapevolezza del pensiero, nella quale la diversità non è più altro da noi, ma altro in noi ed altro accanto a noi.

Gianluca Patti
 


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