αὐτός

Vai ai contenuti

Controcorrente

αὐτός
Pubblicato da in αὐτός · 20 Maggio 2019
"Pensa un fiume, denso e maestoso, che corre per miglia e miglia entro argini robusti, e tu sai dove sia il fiume, dove l’argine, dove la terra ferma. A un certo punto il fiume, per stanchezza, perché ha corso per troppo tempo e troppo spazio, perché si avvicina il mare, che annulla in sé tutti i fiumi, non sa più cosa sia. Diventa il proprio delta. Rimane forse un ramo maggiore, ma molti se ne diramano, in ogni direzione, e alcuni riconfluiscono gli uni negli altri, e non sai più cosa sia origine di cosa, e talora non sai cosa sia fiume ancora, e cosa già mare…" (Umberto Eco, Il nome della rosa)

Leggendo queste parole, tratte dal famoso romanzo di Umberto Eco, non posso fare a meno di pensare, per similitudine, alla dimensione multiforme delle proposte cosiddette "riabilitative" impiegate nel trattamento dei disturbi dello spettro autistico. La consapevolezza della diagnosi rappresenta il punto di partenza da cui ha origine la visione labirintica delle possibili direzioni da seguire. Le realtà con cui ci si confronta, sempre diverse, ma nella sostanza fondamentalmente tutte uguali in termini di intenti, contribuiscono lentamente a formare l'idea di un preciso percorso a cui affidare i nostri passi, il quale nell'immaginario incerto delle nostre insicurezze, assume la forma di un "fiume denso e maestoso". E così ci convinciamo, nel tempo, di sapere con certezza "dove sia il fiume, dove l’argine, dove la terra ferma". Non di rado nelle nostre menti si formano e si susseguono, una dopo l'altra, immagini di fiumi diversi, destinati, infine, a perdersi ed a scomparire nel mare delle teorie e delle illusioni. È una fase, questa, di separazione dal figlio, nella quale la nostra attenzione si concentra esclusivamente sulla definizione della diagnosi e sui procedimenti di ricostituzione dei nostri equilibri genitoriali e di creature sociali, piuttosto che sulla singolarità del nostro bambino.
Il personaggio di Umberto Eco, Guglielmo da Baskerville, nella propria metafora fa riferimento alle forme di eresia presenti nel ‘300. Prendendo in prestito il simbolismo di Eco ed applicandolo al tema dell’autismo trovo utile elaborarlo in senso inverso. In questa prospettiva i corsi d’acqua che nel romanzo simboleggiano i movimenti eretici dell’epoca, rappresentano, invece, le proposte riabilitative conformiste dei tempi contemporanei.
Ciò in quanto l'eresia, diversamente dal senso profanatorio attribuito dalla classica tradizione ortodossa, custodisce nelle proprie origini semantiche un senso di profonda libertà, che fondamentalmente è piena libertà di essere. Dal greco αἵρεσις "scegliere" è un invito alla totale riscoperta della propria individualità ed alla capacità di orientare il proprio pensiero sulla base di una visione personale, libera da qualsivoglia influenza esterna. In tal senso, quando si parla di consapevolezza dell'autismo, credo sia fondamentale imparare a riconoscere nell'anticonformismo delle sue manifestazioni, la bellezza del carattere eretico relativo alla libera e spontanea espressione di particolarità e caratteristiche specifiche, riconducibili, per natura, ad ogni singola forma di vita.
L'"ortodossia della riabilitazione", al contrario, si oppone alla sacralità dell'eterodossia delle differenze. Il processo per cui ci si affida ad un particolare trattamento terapeutico non è molto diverso da quello per il quale si sceglie una determinata fede religiosa. Le motivazioni sono sempre le stesse: fragilità, paura, senso di colpa, impotenza, necessità di risposte e di certezze. Prendiamo in prestito visioni altre che ci appaiono più solide e consistenti delle nostre incertezze e ad esse affidiamo il senso della nostra vita e il destino dei nostri figli. Forse dovremmo imparare a diventare ideologicamente un po'"eretici" ed a riscoprire il valore di essere liberi. Liberi non di scegliere quale fiume seguire, ma di diventare noi stessi fiume e di ricongiungerci al mare della vita.
Procedendo per similitudine teologica, credo sia utile ricordare quanto scritto da Kahlil Gibran nell’opera “Il Profeta” sul tema della religione:

“Se volete conoscere Dio, non siate dunque solutori di enigmi.
Piuttosto guardatevi intorno e vedrete Dio giocare con i vostri bambini.
Guardate nello spazio, e vedrete Dio camminare sulla nube, aprire le braccia nel lampo e scendere nella pioggia.
Vedrete Dio sorridere nei fiori e nelle cime degli alberi vedrete il fremito delle sue mani.”

È chiaro che Gibran, parlando di Dio, non propone un riferimento letterale alla figura biblica del Creatore, la cui natura mitologica può essere condivisibile o meno, ma metaforicamente evoca il senso della Vita, al quale attribuisce un valore di profonda sacralità.
In termini di coinvolgimento emotivo l’aspetto enigmatico dell’autismo non appare meno complesso dell’elaborazione di ragionamenti di natura teologica. In tal senso facilmente riconosciamo in uno specifico piano terapeutico un elemento di salvezza e di ricostituzione esistenziale, alimentati dalla fragilità della non conoscenza di una realtà che fatichiamo a comprendere ed a decifrare. Dunque, piuttosto che cercare a tutti i costi la “soluzione dell’enigma” sarebbe forse più salvifico imparare a guardare il mondo con gli occhi dei nostri figli; probabilmente saremmo davvero in grado di vederli "giocare con Dio".
Nel tema mi viene in mente un’ulteriore citazione riconducibile a  Tiziano Terzani nel corso della sua ultima intervista. Parlando dell’approccio scientifico nel campo della ricerca afferma: “i medici traducono il sistema immunitario, ti raccontano dei geni, ma ti raccontano sempre una cosa che arriva ad una porta di cui prendono la chiave, aprono, si entra in un’altra stanza e c’è un’altra porta e c’è un’altra chiave. C’è sempre un’altra spiegazione, perché manca l’ultima spiegazione. Allora c’è un punto in cui bisogna riconoscere che c’è un mistero che non capiremo mai. Accettiamo il mistero e partecipiamo al mistero senza pretendere di rivelarlo. Allo stesso modo non cercare la cura, ma cercare la guarigione”
E’ chiaro che per Terzani la guarigione è la ricostituzione dell’equilibrio interiore. In tema di autismo dunque, significa riconoscere che i nostri figli hanno una diversa prospettiva di osservare e di percepire il mondo e chiederci quanto eticamente sia corretto cercare di rinnegarla e di modificarla piuttosto che abbracciarla e viverla con totale consapevolezza.
Invece di continuare ad inseguire esclusivamente i fiumi e i corsi d’acqua dovremmo forse, con spirito eretico di libertà, imparare anche a procedere controcorrente, senza dover per forza attribuire un senso specifico ad ogni singolo evento della Vita.

Gianluca Patti

“Il dono più prezioso da dare ai figli è il dono della testimonianza, che non è dire qual è il senso della vita e qual è il senso del bene e del male, ma è mostrare che può esserci vita associata al senso, che può esserci esperienza generatrice". (Massimo Recalcati)





Torna ai contenuti