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Dell'educare e dell'obbedire

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Pubblicato da in αὐτός · 27 Gennaio 2019
Cosa vuol dire educare? Nel tempo del “futurismo pedagogico” nel quale il dinamismo tecnologico si rinnova incessantemente nell’opera multidirezionale della comunicazione, la risposta ad un simile interrogativo deve necessariamente trovare una corretta collocazione lontano dagli arcaici paradigmi tradizionalistici delle scienze dell’istruire e del formare. Anticamente l’idea di educazione era strettamente correlata al non valore dell’ “oboedientia, un concetto che maturava il senso della tacita accettazione nell’origine etimologica che ne costituisce forma e significato: il termine latino “ob-audere” evoca letteralmente l’atto di “ascoltare colui che sta innanzi” imponendo una condizione di passiva sottomissione, alimentata da sentimenti di reverenziale timore; ciò in severa e profonda antitesi con il processo di evoluzione e di affermazione dell’individuo. Una gravissima castrazione culturale che ha preteso di assimilare per secoli due ideologie assolutamente contrastanti; da una parte il processo valorizzante dell’ “ex ducere” che invita ad una piena fioritura della propria singolarità; dall’altro la mortificazione dissacrante dell’ ob-audereche equivale ad una negazione imposta della propria essenza individuale, in favore di visioni altre che non ci appartengono. Questa forzata comunione semantica ha concesso piena libertà di agire all’azione prevaricante di una terza teoria, quella del “punire”, la quale rappresentando il frutto contaminato di una dicotomia ideologica, non poteva che esaurirsi in un ulteriore paradosso semantico. L’etimologia ne riconduce infatti il significato all’idea di purificazione o espiazione (dal sanscrito “pu-nya”) in applicazione a consuetudini che di purificatorio non concedono assolutamente nulla in materia evolutiva, ma costituisco solo un eccellente mezzo di produzione della colpa.
Questo assurdo trinomio educazione-obbedienza-punizione per secoli ha rappresentato il senso supremo della filosofia dell’istruire, restituendo al mondo generazioni schiave di tradizionalismi poveri ed anticulturali e di “perfetti non individui”.
L’errore probabilmente va ricercato in un pregiudizio di forma nella decifrazione semantica dei termini che ne ha distorto il senso, in comunione con la cultura conformista che da secoli caratterizza le nostre strutture sociali. Abbracciando il corretto significato delle parole il trinomio produce diversamente effetti del tutto valorizzanti, mutando la propria forma semasiologica in “educazione-ascolto-purificazione”. Dunque l’atto di ascoltare in tal modo diviene confronto, virtù del pensare, materia riflessiva, concedendo all’ “obbedienza” un valore di reciprocità, non più una timorosa sottomissione di parte, ma una consapevole e libera condivisione, in armonico rispetto con l’altrui visione delle cose. Tutto ciò confluisce nell’idea suprema dell’alterità. In India, ad esempio, il senso dell’”obbedienza” è perfettamente sintetizzato nel termine sanscrito “namastè”, il cui significato è descritto in maniera molto precisa e corretta da Wikipedia:

La parola namasté letteralmente significa "mi inchino a te", e deriva dal sanscrito: namas (inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te). A questa parola è però implicitamente associata una valenza spirituale, per cui essa può forse essere tradotta in modo più completo come saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te. Unita al gesto di unire le mani e chinare il capo, potrebbe essere resa con: le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te, o anche, meno sinteticamente, unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te. In sostanza, dunque, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità sia di chi porge il saluto che di chi lo riceve”. (Wikipedia)

In tal senso la “purificazione” diviene atto di evoluzione, di congiunzione al sé individuale e non materia riconducibile alla colpa e all’espiazione.  E’ chiaro dunque che la corretta educazione, il senso concreto dell’ “ex ducere”, deve inevitabilmente passare attraverso il reciproco ascolto e la consapevolezza individuale.
Non è raro oggi rilevare nell’egocentrismo di alcuni soggetti un’esaltazione delle tradizioni pedagogiche che continuano ad affidare ad arcaiche strategie impositive e punitive il senso “corretto” dell’educazione.
E’ proprio in questo egocentrismo che si nascondono i danni prodotti dalle famiglie di origine. Il genitore pretende “obbedienza” culturale, ideologica ed etica (quasi sempre di concerto con idee esaurite e pertanto fuori dal tempo)  in quanto si considera detentore del senso corretto della vita, soffrendo le naturali ed inevitabili scelte contrastanti e le diversità individuali dei figli.
Il bambino passivamente obbediente, che accetta di buon grado la punizione è destinato a non sviluppare mai un’intelligenza emotiva, una libera individualità ed un senso di alterità valorizzante, poiché il suo concedersi all’altrui visione del mondo è frutto del senso di colpa e non di un processo di consapevolezza individuale maturato attraverso l’ascolto e la condivisione; farà per sempre suo il pensiero tradizionalista dei genitori con la convinzione certa di esserne parte naturale.
La storia ci insegna in maniera chiara che il ribelle, il non obbediente, è colui che ha sempre avuto un peso nella dinamicità degli eventi, delle culture e delle ideologie. Ed invero la vita è per definizione un continuo divenire.
Si fa spesso l’errore di attribuire al senso della ribellione un’insufficienza etica in termini di valori esistenziali  sul piano oggettivo, come se il diritto alla propria individualità rappresentasse una colpa moralmente invalidante per il solo motivo di differire dalle consuetudini del pensiero collettivo.
L’ "oboedientia” punitiva e colpevolizzante rappresenta senza dubbio il fallimento storico dell’ ”ars docendi”; l’ipocrisia più profonda dell’affermazione della conoscenza della vita.
Oggi va compreso che “educato” non è colui che obbedisce, ma colui che differisce. Non è colui che matura la colpa, ma colui che coltiva l’ascolto. Non è colui che si concede alla compiacenza genitoriale, ma colui che si apre alla Consapevolezza delle propria essenza. “Educato” è colui che è libero di essere e contestualmente sa riconoscere il diritto altrui alla propria libertà di essere.

Gianluca Patti

“Il dono più prezioso che possiamo dare ai figli è il dono della testimonianza, che non è dire qual è il senso della vita, qual è il senso del bene e del male, ma è mostrare che può esserci vita associata al senso” (Massimo Recalcati)



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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