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Il confine tra libertà individuale ed equilibrio collettivo nella disabilità

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Pubblicato da in αὐτός · 26 Febbraio 2016
Oggi vorrei soffermarmi a riflettere sul concetto di “libertà” intesa come realtà ideologicamente multiforme. Libertà di pensiero, di movimento, di “espressione esistenziale”. Una dimensione che troppo facilmente cambia significato in relazione a luoghi eventi e situazioni, assumendo un valore emotivamente contestuale, sia su un piano strettamente individuale che come struttura comune di un pensiero sociale di massa.
Quando si parla di autismo la condizione di libertà, intesa come valore umano e diritto collettivo, viene esclusivamente associata alla qualità dell’interscambio comunicativo rendendo irrimediabilmente prigionieri o parzialmente liberi tutti coloro che difettano in abilità relazionali e dialettiche.
Ovviamente chi risulta completamente privo delle tipiche strategie comunicative che nella struttura sociale contemporanea trovano la massima espressione nel linguaggio vocale, appare come ingabbiato in una dimensione di silenzio che lo isola dal resto del mondo, condannandolo tragicamente ad una condizione di reclusione percettiva. Iniziano quindi a fiorire nella visione collettiva le solite immagini evocative dell’autismo nutrite dall’ignoranza di luoghi comuni che mostrano profili tristi di bambini inespressivi dietro barriere di vetro o avvolti da globi di cristallo, solo per rimarcare crudelmente un distorto concetto di isolamento ritenuto fisiologicamente consolidato.
Ciò che sfugge alle menti meno raffinate e agli animi poco sensibili è che questa emarginazione percettiva non è il frutto di una scelta volontaria, né il risultato naturale di una precisa alterazione genetica, ma è la inevitabile risposta ad un confronto sociale privo di qualsiasi stimolo evolutivo diverso dall’idea di neurotipicità che accomuna il mondo.
Non esiste una persona con autismo che trovi appagante la propria condizione patologica di isolamento ed assenza comunicativa imposta dalla società e chiunque si sia preso cura di un autistico utilizzando le opportune strategie terapeutiche ha potuto constatare quanto in questi soggetti sia forte la voglia di condivisione e partecipazione collettiva. Ciò perché non c’è alcuna dimensione di silenzio e di solitudine autoimposta, ma al contrario un’immensa apertura alla vita attraverso canali alternativi più complessi e particolari. Ma è proprio questa atipicità percettiva a rendere profondamente libere le persone con autismo, generando un enorme paradosso rispetto alla visione conformista del mondo. Un autistico è capace di condividere la vita in maniera genuina senza confronto ne competizione, con una spontaneità ed una istintività assoluta. Un’istintività che va ovviamente “regolata” per allinearsi con le esigenze del vivere sociale, ma mai soffocata. Spesso le strategie comportamentali somministrate appaiono paradossali nel rapporto tra la rigidità delle procedure adottate e gli intenti da raggiungere. Si cerca di restituire alle persone con autismo una adattabilità ed una libertà sociale schematizzandone la vita ed i comportamenti come fossero entità programmabili, dimenticando di avere di fronte individui con emozioni, sentimenti, sensazioni, predisposizioni che tracciano le linee di una personale visione della vita. Gli “spazi sociali” rappresentano un diritto fondamentale di crescita umana. Credo che per garantire ciò sia indispensabile riuscire ad individuare il confine tra libertà individuale ed equilibrio collettivo, una sfida quotidiana che accomuna un pò tutti. Forse il primo passo da fare è riflettere sulla propria dimensione di genitore prima che di genitore di una persona con autismo. Raggiungere la consapevolezza che non esiste un ideale di figlio ma un individuo libero al quale garantire gli strumenti adatti per crescere e fiorire in totale autonomia è una condizione indispensabile, al di la del problema dell’autismo. E’ fondamentale concentrarsi sull’individuo più che sulla patologia. Gli slogan, le frasi fatte possono avere un buon effetto mediatico ma restano parole, proprio come il temine “autismo”. Mi guardo attorno e ciò che vedo una società alla quale manca una tappa fondamentale: Il rispetto dell’individuo in quanto tale. Solo dopo sarà possibile parlare di autismo, disabilità, neurodiversità, inclusione ed adattabilità. Molti identificano questo valore con il termine “tolleranza” che a me non è mai piaciuto. Piuttosto preferisco parlare di“intelligenza emotiva.” Un’abilità emozionale che si acquista forse attraverso un percorso introspettivo indispensabile. Questo mi porta alla conclusione che probabilmente prima di lavorare sulla neurodiversità dei nostri figli e sulla realtà collettività dovremmo forse iniziare a lavorare prima su noi stessi…

Gianluca Patti


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