αὐτός di Gianluca Patti - αὐτός

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Il tassello mancante

αὐτός
Pubblicato da in αὐτός · 21 Giugno 2019
Esistono diversi simboli utilizzati per rappresentare l’autismo, ma quello più diffuso è senza dubbio l’illustrazione della tessera di un puzzle. L’origine di questa scelta sembrerebbe attribuibile  all’Associazione britannica “National Autistic Society” che nel 1963 decise di adottare come logo il disegno del volto di un bambino in lacrime all’interno di un tassello del famoso rompicapo. L’idea probabilmente era quella di evidenziare la difficoltà delle persone con autismo di “incastrarsi” in maniera precisa negli schemi prestabiliti ed inviolabili delle strutture sociali del tempo, subendo, di riflesso, una profonda condizione di sofferenza ed emarginazione, amplificata, secondo molti, dalla piena consapevolezza delle proprie "diversità" alle quali si riconosceva, e si riconosce tuttora, carattere prevalentemente patologico.
Il simbolo è stato oggetto nel tempo di larga diffusione attraverso molteplici variazioni grafiche e figurative, incontrando diverse interpretazioni allegoriche. C'è chi ne ha decifrato il senso evidenziando l'aspetto enigmatico dell'autismo, sia sul piano eziologico che sintomatologico, rilevando la complessità degli aspetti legati a processi comunicativi non convenzionali; chi ne ha individuato la natura metaforica nella molteplicità delle manifestazioni dello spettro autistico, che non sempre consentono di tracciare una mappa completa di tutte le "neurodiversità" coinvolte. Il denominatore comune di ognuno di questi procedimenti interpretativi resta, in ogni caso, la mancanza essenziale di un "incastro" risolutivo nel quadro enigmatico, iridescente e multiforme dell'autismo, in funzione del rapporto con la dimensione sociale.  
Fondamentalmente questa lacuna è stata sempre imputabile alla natura sindromica dello spettro, favorendo una visione "colpevolizzante" dei soggetti autistici, poichè in qualche modo deficitari di questo tassello, essenziale per potersi inserire nei paradigmi comportamentali ritenuti adeguati dai modelli convenzionali di ciò che antropologicamente è ritenuto "normale". Diversamente negli ultimi anni, grazie ad una più consapevole e matura attività di sensibilizzazione, questa visione ha subìto un radicale ribaltamento, mettendo finalmente in discussione la rigidità di schematismi socioculturali legati a tradizioni arcaiche e oscurantiste. Oggi le comunità scientifiche e umanitarie hanno iniziato in buona parte ad attribuire la mancanza di questo tassello, ricostituente del rapporto autismo/società, non più ad una presunta condizione patologica, ma alla incapacità dei contesti collettivi uniformati di aprirsi a nuove possibilità di percepire la vita ed interagire con il mondo (Il Progetto PASS ne è una testimonianza concreta). Una conquista fondamentale che ci consente di considerare l'autismo non più come una neurodiversitá, ma più correttamente come una biodiversità, nella quale le differenze non assumono più carattere deficitario, ma del tutto complementare rispetto alla vita. In tal senso risulta evidente come oggetto di una auspicabile opera di "abilitazione" non  appare più essere l'individuo con autismo, ma la società stessa. Questa nuova consapevolezza apre le porte ad una presa di coscienza rivoluzionaria che mette in discussione la possibilità, sia etica che scientifica, che possa esistere sul piano universale una condizione alla quale attribuire un valore comune di "normalità". Per avvalorare questa tesi trovo utile menzionare un recente esperimento di fisica quantistica condotto da un’équipe di scienziati della Heriot-Watt University Edinburgo, attraverso il quale è stato dimostrato, per mezzo di un complesso utilizzo di fotoni, che non esisterebbe alcuna dimensione oggettiva, poichè il rapporto tra osservatore e realtà risulta essere del tutto relativo. Dunque due persone possono osservare la stessa cosa, ma percepirla in maniera diversa, ed entrambe le sensazioni sono da ritenersi corrette. Dunque, il diverso modo di percepire la realtà circostante da parte dei soggetti con autismo equivale alla possibilità di osservare il mondo da un'altra prospettiva, che nessuno, in alcun caso e per nessuna ragione, può considerare errata rispetto al proprio punto di osservazione. Diversamente è l'incapacità di immedesimarsi nel punto di vista altrui che assume carattere profondamente patologico.
Quindi, piuttosto che cercare di modificare a tutti i costi il piano di osservazione dei nostri figli, sarebbe forse utile intuirne e riconoscerne la prospettiva e restituire alla loro vita il tassello simbolico di un enigma la cui soluzione è custodita in un senso di alterità purtroppo non ancora del tutto compreso e maturato.

Gianluca Patti



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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