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Il valore del linguaggio

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Pubblicato da in αὐτός · 17 Luglio 2016
Le parole sono responsabilità. Hanno il potere di modellare la nostra percezione del mondo.
Una semplice parola può agire sulla nostra coscienza, condizionare la  mente e le nostre scelte, attribuire un’identità specifica ed un valore  decisivo ad un oggetto, una persona o addirittura ad un’ideologia. Una  sola parola può rappresentare l’epilogo di una o di molte vite, può  scrivere il destino degli eventi.
Eppure nonostante ciò concediamo a questo potere semantico una  pericolosa veste di superficialità. Utilizziamo ogni sorta di parole  senza avere consapevolezza del reale significato che esse custodiscono,  senza valutarne gli effetti sulla dimensione emotiva e sociale.
Senza preoccuparci affatto delle possibili devastanti conseguenze.
L’etica del linguaggio presuppone sempre conoscenza. Conoscenza profonda e consapevole.
Il resto è solo anarchia idiomatica, caos inespressivo.
Ma qual’è il senso del comunicare oltre la perfezione del silenzio?
E’ esigenza di divenire, esigenza di appartenere. Una scelta  ineluttabile di mutare in esseri sociali per sentirsi parte di un tutto  artefatto ed ingannevole.
E’ forse l’idea di civiltà che inseguiamo attraverso questa folle corsa  verso l’accettazione del sè per mano dell’altrui consenso? O più  verosimilmente è il primitivo bisogno di cercare la propria identità  esistenziale in una rassicurante dimensione di moltitudine fatta di  illusoria verità?
Le parole servono a ben poco nell’arte del comunicare. La vita ce lo insegna di continuo, in mille modi.
Grazie a mio figlio ne ho avuto esperienza diretta, ho compreso il valore profondo del “non dire”.
Mai una sola parola ha attraversato la condivisione del nostro esistere,  eppure i pensieri del reciproco sentire ci appartengono più di  qualsiasi verità.
Non credo esistano parole in grado di raccontare la profondità di un  sorriso, di uno sguardo, di un abbraccio. E non c’è dolore alcuno che  possa essere dipinto con i colori del linguaggio.
E’ una consapevolezza, questa, che appartiene solo al silenzio.
Oltre gli schemi sociali di cui oramai siamo prigionieri contenti e  soddisfatti, entro i cui confini custodiamo gelosamente migliaia di  verità apprese ma mai comprese, sempre più lontani da noi stessi, ma  sempre più parte di un tutto che tutto non è mai stato, affidiamo la  trascendenza percettiva del nostro appartenerci universale al senso   condizionato del linguaggio.
E’ fondamentale ripartire dal silenzio. E in primo luogo da noi stessi.
E’l’incipit di un cammino che è già esodo ancor prima di muovere un  passo. Un lento ritrovarsi, conoscersi e riconoscersi in un immoto  procedere. E’ come guardare se stessi in una superficie d’acqua e nelle  stesse acque nuotare in profondità alla ricerca dell’altro.
Si comprende, così, che solo attraversando se stessi è davvero possibile raggiungere il senso dell’altrui esistenza.
Impariamo con gioia ad amare, ascoltare e comprendere il silenzio dei nostri bambini autistici.
Mutiamolo in opportunità.
Facciamone strumento infinito d’amore…

Gianluca Patti


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