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La Felicità del vivere

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Pubblicato da in αὐτός · 29 Aprile 2017
“Credimi figlia mia, la grande  avventura della vita è quella di essere te stessa, senza lasciarti  condizionare da quello che gli altri vogliono tu sia, per la loro pace  mentale, per la loro utilità, per ciò che ritengono essere adeguato.
Probabilmente la tua Libertà di Essere, scatenerà isolamento, solitudine, tentativi di manipolazione, gelosie e incomprensioni.
Ricorda che tutto questo è parte del seme, fa parte del processo di  apertura del guscio, è il rumore della schiusa, è il seme che fiorendo  lascia andare tutto ciò che era prima. Osare fiorire oggi, in questi  tempi di deserto, presuppone un grande coraggio, un grande potere, è la  più Alta Rivoluzione. E sai perché figlia? Perché quando tu fiorisci,  fiorisce anche la speranza.”
(Ada Luz Márquez – Hermana Águila)

Quando si parla di autismo sembrerebbe  opinione diffusa riservare l’idea di felicità ai soli modelli di vita  considerati “normotipici”. Felicità riconosciuta non in senso comune  come la compiuta realizzazione di qualsiasi aspettativa, ma più  semplicemente come la serena celebrazione dell’esistenza.
Nel merito mi viene da interrogarmi sulla circostanza secondo la quale  un essere umano debba per necessità, consapevolmente, attribuire un  valore qualitativo alla propria individualità, intesa come naturale modo  percepire la vita e di interagire con la realtà circostante. Se è  riconoscibile una tale possibilità dubito sia auspicabile ed accettabile  in termini etici. Il senso di inadeguatezza è il prodotto di  un’attività di confronto che emerge nel momento in cui vengono stabiliti  dei modelli di conformità ai quali ispirarsi secondo regole e limiti  esistenziali che è  la società – e non la vita – ad imporre, sulla base  di parametri spesso e di fatto discriminanti e profondamente  anticulturali in tema di alterità. Quindi stabilire chi tra autismo e  società rappresenti motivo di disequilibrio relazionale è materia  sicuramente opinabile.
E’ il caso di evidenziare che una persona con autismo non nasce né  infelice, né frustrata. Se lo diventa la causa è da ricercarsi  nell’ambiente che lo ospita, non certo nella propria natura; o comunque  in una instabilità ambivalente che non può avere certo carattere  unidirezionale. Troppo spesso i limiti attribuiti alla neurodiversità   diventano il capro espiatorio delle insufficienze di una società  inadatta ed incapace di produrre ed applicare modelli etici valorizzanti  e risorse universalmente valide.
Nella Critica del Giudizio Kant indica tre principi attraverso cui ogni  persona dovrebbe ricercare un equilibrio concreto tra realtà oggettiva e  soggettiva:
1) Pensare da sè (evitare il pregiudizio)
2) Pensare mettendosi al posto degli altri (essere empatici)
3) Pensare in modo da essere sempre d’accordo con se stessi (restare coerenti con la propria individualità).
La perfetta corrispondenza di questi tre elementi rappresenta la base  dell’evoluzione dell’individuo nella società e di conseguenza della  società stessa. Ma la società sembra funzionare per lo più in maniera  perfettamente opposta: pregiudizi, assenza di empatia, rifiuto di sè.
Affermava il filosofo indiano Jiddu Krishnamurti:
“Non è un segno di buona salute mentale essere bene adattati a una società malata.”
Ne deriva che ogni desiderio di conformazione sociale dovrebbe  essere preceduto da un’attenta analisi qualitativa dei modelli  ispiranti.
Non a caso in una società culturalmente deformata è radicata l’idea di  riabilitazione come ritorno alle abilità  “idealmente” perdute; ciò si  traduce in un atto di conformismo forzato, modellato, e non in  un’attività destinata a favorire il fiorire spontaneo di nuove e  personali abilità; abilità spesso particolari, ma che una società  culturalmente evoluta non avrebbe difficoltà ad accogliere e  valorizzare. Una condizione, quindi,  profondamente regressiva in  termini concettuali (un ritornare, non un procedere). Ed invero esiste  una differenza sostanziale tra un addestramento comportamentale ed un  comportamento socialmente funzionale, ma libero, consapevole e  spontaneo.
Citando nuovamente Krishnamurti:
“L’educazione non è solo acquisire competenze tecniche, ma  comprendere con sensibilità ed intelligenza l’intero problema del  vivere. La scuola è un posto dove imparare la totalità, la pienezza della vita.”
Come si configura, poi,  il senso dell'”alter” in termini semasiologici?
Chi sono gli”altri” a cui ispirarsi? I “normali”? I cosiddetti  “normotipici”? E qual è il principio di normalità in termini oggettivi?  Autismo o meno è davvero possibile credere che esista un modello  percettivo di vita al quale sia necessario adeguarsi per ottenere una  condizione di appagamento esistenziale?
Ancora più difficile è riconoscere che a qualcuno, genitori o operatori,  appartenga la medianica capacità di decodificare il pensiero di una  persona con autismo in termini emozionali fino al punto da riuscire a  percepirne la consapevolezza della propria “condizione”, la sensazione  di sentirsi “disfunzionali” rispetto alla realtà circostante, ed il  desiderio di modificarsi per adattarsi a modelli di “funzionalità”  prestabiliti, a garanzia di una felicità certa.  Una necessità che  sembra appartenere molto più alla dimensione normotipica che a quella  autistica.
Affermava ancora Krishnamurti:
“Facciamo sempre paragoni tra quello che siamo e quello che dovremmo essere.
Questo continuo paragonarci a qualcosa o a qualcuno è la causa primaria dei nostri conflitti.
Perchè vi paragonate ad altri?
Se non vi paragonate a nessuno sarete quel che realmente siete.”
In conclusione io scelgo di rispettare mio figlio, la sua  individualità e il suo modo di sentire la vita in totalità e pienezza.  Non si tratta di negare il suo autismo o le difficoltà che ne derivano,  ma al contrario di riconoscerne pienamente l’essenza (“Ciò che dovrà accadere, accadrà. E tu hai una scelta: andarci insieme o andarci contro” – Osho Rajneesh)

Se siamo felici? Lo siamo profondamente. Abbiamo sorrisi ed amore in  abbondanza. La semplicità delle piccole cose e soprattutto la vita.  Nonostante gli ostacoli quotidiani, le paure e l’incertezza del futuro  noi procediamo con la consapevolezza che la felicità può avere non una,  ma infinite prospettive; così come il modo di osservare mondo.
E’ ovvio che lo aiuterò con tutte le mie forze a conquistare la serenità  del vivere cercando di donargli libertà ed autonomia con le risorse che  riterrò più utili alla sua personale evoluzione.  Ma il suo naturale  modo di essere rappresenterà per me sempre un simbolo di individualità e  quindi di profonda ricchezza.
“Una rosa è una rosa, non può essere  qualcos’altro. E un loto è un loto. La rosa non cerca di diventare un  loto, e il loto non cerca di diventare una rosa. La rosa è sana perché  vive nella realtà. Ciò vale per tutta l’esistenza, tranne che per  l’uomo. Solo l’uomo ha degli ideali, dei ‘dovrei’. ‘Dovresti essere  questo o quello’ – ma allora sei diviso e in conflitto con il tuo stesso  essere. Dovere ed essere sono nemici. Puoi essere solo ciò che sei.  Lascia che questo fatto penetri profondamente nel tuo cuore: puoi essere  solo ciò che sei, nient’altro. Quando questa verità penetra in  profondità – ‘posso essere solo me stesso’ – tutti gli ideali  scompaiono. Vengono scartati automaticamente. Quando non ci sono ideali,  si può incontrare la realtà. Allora i tuoi occhi sono qui e ora, allora  sei presente a ciò che sei. La divisione interna è scomparsa, sei uno.
(Osho Rajneesh)

Gianluca Patti


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