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La vera libertà

αὐτός
Pubblicato da in αὐτός · 28 Novembre 2018
La convinzione di una profonda maturità ideologica fondata esclusivamente sulla base della progressione cronologica del proprio “tempore vixit” rischia di produrre l’illusione di una liceità pretenziosa tesa a suggerire la rivendicazione di un ingiusto diritto di orientamento dell’esistenza altrui che si traduce quasi sempre in una forma prevaricante di arroganza espressiva, indirizzata a soggetti con un vissuto temporale inferiore al nostro.
Un fenomeno che risulta facilmente osservabile in contesti familiari o pedagogici nei quali, per definizione, l’adulto attribuisce a se stesso  la facoltà di controllare l’altrui libertà di evoluzione individuale, sulla base di una presunta esperienza che molto poco ha di sostanziale, ma che ostenta l’assurda pretesa di produrre effetti positivi in termini di educazione.
L’idea che l’adulto, in quanto tale, rappresenti un simbolo di progresso evolutivo richiama antiche origini semantiche di tradizione linguistica latina, trovando derivazione nel termine “adultus”, participio passato di "adolescere" (crescere). Da qui si evince che per “natura et forma verbi” la crescita fisiologica dovrebbe procedere di pari passo con quella culturale, etica ed intellettiva, assieme alla ricerca empirica, per poter divenire tramite funzionale nell’attività di formazione dei più piccoli.
Uno status che raramente si realizza, in quanto si preferisce riconoscere carattere sostanziale esclusivamente all’età cronologica o alle competenze formali acquisite, caratteristiche che non costituiscono assolutamente “conditio sine qua non” al raggiungimento di una maturità individuale ed allo sviluppo di un’intelligenza emotiva.
Invitare un bambino ad aprirsi alla propria individualità prevede, paradossalmente, che l’adulto sia in grado di intraprendere  un percorso di regressione ideologica che ha senso e misura solo se successivo al raggiungimento della piena consapevolezza di sé. Rinunciare all’illusione del sé costituito per ritornare alle origini del sé non costituito significa riaffermare il diritto alla propria libertà di essere. Significa ritrovare il senso profondo della Vita che non ha bisogno di domande, né di risposte perse nei corridoi labirintici di ideologie e culture a cui affidiamo il valore della nostra esistenza. Ma è altresì fondamentale comprendere che riconoscere ad un bambino il diritto alla propria libertà di essere non equivale a rinnegare l’importanza circostanziale del “limite positivamente traumatico del no“(cit. M. Recalcati), come spesso molti educatori o genitori  erroneamente affermano, distorcendo il senso etico dei buoni principi e della corretta pedagogia.
Il “no” non deve rappresentare un obbligo a seguire un percorso già tracciato, ma un invito a tracciare autonomamente un percorso nuovo che sia espressione di una specifica singolarità. La libertà di essere, se correttamente intesa, non implica l’incapacità di adattarsi ad un sistema di convivenza sociale, né pregiudica  il buon senso della condivisione e l’etica del vivere comune, ma crea una condizione di  equilibrio tra il sé e l’altro, nella quale la diversità diventa reciproca ricchezza ed opportunità evolutiva.
Dunque, quando ci confrontiamo con un bambino con l’intento di educare, prima di misurare il numero dei nostri anni e l’identità sociale che abbiamo scelto di attribuirci, sarebbe opportuno misurare il grado di evoluzione introspettiva del nostro vissuto.
È consuetudine consolidata riversare nella vita dei figli o dei discepoli aspettative e traguardi che appartengono solo all’immaginario dei nostri percorsi incompiuti o agli obblighi etici delle ideologie acquisite e subìte nell’arco della vita, ma che nulla hanno da offrire al seme nuovo della vita.
Troppo facilmente ci amareggiamo se non riconosciamo nei nostri bambini specifiche abilità o se evidenziamo dei limiti che appaiono in contrasto con i modelli sociali di appartenenza; ma raramente ci preoccupiamo di offrire loro le giuste opportunità di fioritura in armonia con la propria singolarità. Un bambino che non è libero di esprimere la propria individualità potrà forse diventare un adulto capace, ma non sarà mai un adulto felice.
L’unica condizione alla quale si può correttamente attribuire l’etichetta invalidante della “disabilità” è la rinuncia o la privazione, consapevole o inconsapevole della libertà di essere.
Impariamo ad ascoltare la “ribellione del sé” dai silenzi dei nostri figli ed a coglierne la bellezza; apriamo loro le porte della Vita, perché nello sguardo sereno di un bambino libero di essere è possibile ritrovare il senso smarrito delle proprie origini e la salvezza dal peso delle catene ideologiche che noi stessi ci siamo imposti di portare.

Gianluca Patti


“La libertà da qualcosa non è vera libertà. La libertà di fare qualsiasi cosa tu voglia fare, anche questa non è la libertà di cui parlo.

La mia visione di libertà è di essere te stesso.

Non è una questione di ottenere libertà da qualcosa. Quella libertà non sarà libertà, perché ti viene ancora data; c’è una causa. La cosa della quale ti sentivi dipendente è ancora lì nella tua libertà, ne rimani vincolato. Senza di essa non saresti stato libero.

La libertà di fare quello che vuoi anche questa non è libertà, perché volere, desiderare di fare qualcosa, nasce dalla mente – e la mente è la tua prigionia.

La vera libertà arriva certamente dopo la consapevolezza senza scelta, ma dopo la consapevolezza senza scelta la libertà non è né dipendente da cose né dipendente dal fare qualcosa. La libertà che segue la consapevolezza senza scelta è la libertà di essere soltanto te stesso. E tu sei già te stesso, sei nato con questa libertà.  Quindi non è dipendente da nient’altro. Nessuno te la può dare e nessuno te la può portare via.”
(Osho Rajneesh)



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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