αὐτός

Vai ai contenuti

Luoghi comuni

αὐτός
Pubblicato da in αὐτός · 30 Gennaio 2016
“…anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita”

Questi versi sono parte di una bellissima poesia composta da Alda Merini durante uno dei lunghi periodi di internamento negli ospedali psichiatrici che l’hanno ospitata nel corso della sua tormentata vita.
Soffriva di una sindrome bipolare che ha accompagnato quasi tutta la propria esistenza.
Un’anima “diversa” continuamente emarginata dalla società a causa del suo modo inusuale di percepire la vita, grazie al quale, successivamente, è invece riuscita ad incantare il mondo con versi e parole che resteranno per sempre un pilastro fondamentale della poesia italiana.
Credo che l’intento dell’autrice nell’utilizzare il termine “malattia” fosse quello di estenderne il significato al di là della propria condizione, riferendosi, in parte, al male sociale che emargina, discrimina ed isola; allo stesso modo la ricerca di amore contemplata alla fine dei suoi versi probabilmente vuole evocare una profonda esigenza di inclusione ed accettazione sociale.
Ma perchè si fa tanta fatica a accettare l'”atipico” (nell’illusione che davvero possa esistere un’idea concreta di normalità da applicare alla vastità di un contesto universale)?
Il motivo forse va identificato nella circostanza che le persone generalmente tendono a considerare oggettiva la propria percezione della realtà.
Considerarsi il centro dell’universo o considerare il proprio universo il centro del mondo è una condizione tipica dell’essere umano. Questa predisposizione si manifesta nella difficoltà ad accettare qualsiasi forma di diversità, sia per un innato egocentrismo, sia per l’incapacità che si riscontra nel comprendere il punto di vista dell’altro. Immedesimarsi nel prossimo richiede uno sforzo empatico superiore all’intelligenza emotiva di massa. E difatti, quando accade, è sempre opera di un impegno individuale, o comunque di pochi.
Ad aggravare questa condizione intervengono poi i luoghi comuni che orbitano attorno a specifici argomenti che diventano un po’ la corazza del pregiudizio.
E’ evidente che il primo passo per risvegliare le coscienze consiste nell’abbattere questa armatura ideologica globale.
Si parla molto di autismo ultimamente, ma quanto davvero se ne comprende?
Basta fare una veloce ricerca in rete per ottenere sempre gli stessi risultati. Immagini disperate di bambini inespressivi dietro la barriera trasparente di una parete in vetro, metafora di una totale incapacità emozionale e di un irrimediabile isolamento. L’opera esplicativa poi, al di la delle specifiche definizioni di natura strettamente medica e scientifica, restituisce sempre lo stesso scenario: silenzio, incapacità di comunicazione, assenza di empatia, rigidità comportamentale, stereotipie, sovraccarichi sensoriali, poca adattabilità ai cambiamenti, aggressività, autolesionismo ecc..
E’ naturale che qualsiasi persona neurotipica si trovi di fronte ad un simile scenario descrittivo resti decisamente turbata dall’idea di dover condividere spazi sociali con persone che presentano tali caratteristiche.
Ma l’autismo è molto più di una definizione preconfezionata abbellita da scontati luoghi comuni. Lo sappiamo bene noi genitori di bambini e di ragazzi speciali. L’autismo è essenza che non può essere semplicemente descritta, ma deve essere profondamente vissuta per poterla comprendere pienamente.
è’ una dismisura, un passo, è matrice di vita“.
Perchè al contrario di ciò si vuole far credere al mondo i nostri figli traboccano di vita. A loro appartengono i sorrisi più belli, gli sguardi più intensi e le emozioni più profonde. La condivisione che sono in grado di donare è pura partecipazione esistenziale, libera da intenti e pregiudizi.
Ed è questo aspetto dell’autismo che dobbiamo far conoscere al mondo. Inizialmente saranno solo piccoli “riquadri di vento” e deboli “scacchi di sole”attraverso cui far intravedere la bellezza del sorriso dei nostri figli, ma mi auguro che con il tempo potremo restituire all’autismo una nuova dignità sia emotiva che sociale.

Gianluca Patti


Torna ai contenuti