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Percorsi concentrici

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Pubblicato da in αὐτός · 24 Marzo 2017
Nel naturale processo di consapevolezza  etica di ogni essere umano emerge l’esigenza di attribuire un’idea di  “finalità” al divenire evolutivo della propria esistenza. “Un concept  fatalistico” al quale si affida il compito di delineare le forme del  tempo futuro.
Ma è davvero possibile frammentare la vita in precisi e strutturati  traguardi esistenziali, ridurne l’essenza all’epilogo di un senso  specifico ed assolutistico?
Per natura siamo spinti verso una un’irrealizzabile idea di perfezione,  auspichiamo la conquista di mete pensate e stabilite, riversando in esse  il senso di ogni respiro.
La ricerca di questo “punto Omega” nel nostro vivere inarrestabile,  similmente alla “legge di complessità e coscienza” di Teilhard de  Chardin, ci conduce verso uno stadio di auspicabile completezza  universale che trova appagamento e stabilità nella ricerca di  un’identità sociale nella quale ogni individuo stabilisce e riconosce il  centro del proprio esistere.
Un istinto primordiale che nella prospettiva percettiva delle neurodiversità resta privo di sostanza e di significato.
Alcuni ritengono che gli individui con autismo posseggano il dono  naturale di riuscire a proseguire oltre i percorsi stabiliti dai criteri  di sopravvivenza sociale, oltre la trascendenza metaforica  dell’idealistico “punto Omega” che determina l’evoluzione individuale ed  esistenziale attraverso il confronto e l’approvazione reciproca del  proprio e dell’altrui vissuto. In realtà l’autismo non conduce mai al di  là degli orizzonti inseguiti dalla coscienza neurotipica, ma ha la  facoltà di individuare direzioni differenti, ponendo la propria  attenzione all’alternanza dei passi sui percorsi della vita piuttosto  che alla destinazione.
Una prospettiva complessa che il nostro sguardo breve fatica a  comprendere, riconoscendo solo i limiti di adattabilità sociale che  irrimediabilmente produce nella conformata idea di convivenza  collettiva.
Così le nostre “intelligenze normali” si adoperano con affanno per  restituire all’autismo i “giusti” ed approvati sentieri cognitivi,  individuando traguardi lineari ed uniformi che distolgano lo sguardo  trasversale dei nostri figli dai paesaggi laterali della vita,  anticipando con feroce velocità il tempo e la vita stessa.
Il fine ultimo è il miraggio di una felicità sintetica, garantita da un  sufficiente grado di corrispondenza sociale e di addomesticata  adattabilità che riesca a superare anche di un solo passo il baratro  spaventoso del “dopo di noi”.
Forse bisognerebbe imparare a distogliere lo sguardo dagli orizzonti  futuri, ad osservare le sfumature del tempo presente; a concentrarsi  sull’incipit della narrazione esistenziale piuttosto che sull’epilogo.
Un buon punto di partenza potrebbe forse essere l’acquisizione di una  consapevolezza dissociativa che ci consenta di  allontanarci dall’idea  stessa di disabilità, un concetto che inizia a produrre limiti già nella  sua origine semantica. Una conquista ideologica e culturale che ci  permetterebbe di rivalutare l’idea stessa di individuo in quanto unione  di infinite molteplicità che divengono unicità tra le sottili sfumature  espressive della vita.
Ciò perché il valore di un’esistenza non può esaurirsi in una  definizione. La vita rappresenta un fluire multidirezionale che pur  avanzando in senso evolutivo non può mai procedere verso un’unica  direzione. Amiamo dunque ogni  “divenire” dei nostri figli, i loro  silenzi, le loro attese, la loro prevedibile imprevedibilità, la loro  complessa emotività, il loro modo di ascoltare e di codificare la vita,  spesso estremamente difficile da comprendere, ma al tempo stesso  profondamente libero e trasparente.
Ma soprattutto non dimentichiamo mai che ogni frequenza del loro  esistere vibra da sempre con la stessa intensità in ogni nostro respiro,  ancor prima di affidarli alle braccia della vita.

Gianluca Patti


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