αὐτός di Gianluca Patti - αὐτός

Vai ai contenuti

Percorsi immateriali

αὐτός
Pubblicato da in αὐτός · 28 Aprile 2016
“Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo di un pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo.” (T. Terzani)

In un articolo della “Bustina di Minerva” rubrica curata da Umberto Eco sul settimanale “L’Espresso”dal 1985 al 2016, raccolta poi in un’antologia, lo scrittore elenca una serie di suggerimenti su come esprimersi correttamente in italiano. Tra le 40 regole menzionate la undicesima invita ad evitare l’uso di citazioni utilizzando, paradossalmente, a titolo di esempio una nota frase di Ralph Waldo Emerson:
“Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
Confesso che, sul piano culturale, non mi sento di condividere pienamente questa scelta letteraria, in quanto il bagaglio formativo di un individuo è costituito solo in parte da esperienze dirette di vita concreta; nel lungo percorso di accrescimento personale intervengono incessantemente elementi concettuali di studiosi ed autori antichi e contemporanei, che contribuiscono inevitabilmente a modellare la propria dimensione ideologica ed intellettiva. L’utilizzo di una citazione come premessa, parte o epilogo di un componimento testuale non costituisce, a mio avviso, fattore impersonale, pleonastico o pletorico, ma conferisce  valore rafforzativo ed esemplificativo ad una riflessione soggettiva.
Da ciò la scelta di avvalermi spesso di citazioni all’interno dei miei articoli come sintesi esplicativa di un pensiero condiviso.
Una di queste appartiene al filosofo Rabindranath Tagore:
“La libertà che significa unicamente indipendenza è priva di qualsiasi significato. La perfetta libertà consiste nell’armonia che noi realizziamo non per mezzo di quanto conosciamo, ma di ciò che siamo.”
Ancora una volta, parlando di autismo, ripropongo il tema della libertà e dell’autenticità esistenziale, questa volta indirizzando gli stessi concetti verso un piano spirituale e teologico.
Recentemente mi è capitato di leggere su di un journal on line un articolo della Dott.ssa Luisa Di Biagio, etologa e psicologa, nel quale, in maniera molto analitica e con con grande obiettività e neutralità, viene illustrato il connubio autismo/religione.
In relazione all’argomento ho immaginato quali potessero essere i diversi punti di vista e le scelte dei genitori, alimentati ovviamente dalla propria dimensione spirituale in sofferta condivisione con l’esperienza dell’autismo.
Per alcuni la religione è elemento indispensabile di formazione dell’individuo e nei casi più estremi ne viene coinvolto anche il percorso terapeutico del proprio figlio.
Per altri, pur se ritenuta importante, rientra tra le materie particolarmente sensibili e personali di cui non si ama discorrere in maniera naturale, soprattutto se allineate ad un tema delicato come la disabilità.
Per altri ancora non è materia condivisibile, o più semplicemente, non se ne rileva una significativa attinenza con l’autismo.
E’ innegabile, però, che la sfera teologica, inevitabilmente, per istinto personale o per indottrinamento voluto, converge prima o poi nell’’universo sociale e di crescita evolutiva di qualsiasi individuo, anche delle persone autistiche.
Ricordo un vecchio articolo di cronaca letto tempo fa che aveva come protagonista un bimbo con autismo al quale, durante la prima comunione, era stata negata la consumazione dell’ostia consacrata, in quanto il Parroco affermava che lo stesso non riuscisse a comprendere consapevolmente il significato del sacramento.
Non conosco la storia nei dettagli e mi astengo dal giudicarne i contorni; non so se per il bambino con autismo fosse davvero fondamentale ricevere o meno l’ostia, ma immagino lo fosse per i genitori, sia per motivi religiosi, che di uniformità sociale.  Non mi sento nemmeno di entrare nel merito della scelta del sacerdote.
Piuttosto leggendo l’articolo mi sono interrogato sulla struttura della dimensione spirituale delle persone con autismo, in particolare ragazzi e adulti, poiché i bambini, durante la prima infanzia sono, fortunatamente,  troppo impegnati a vivere ed a “celebrare divinamente” il presente secondo la legge naturale del “hic et nunc”, piuttosto che perdersi in complicati enigmi esistenziali.
Quali sono gli effetti di un indottrinamento su una persona con autismo? E quando ciò non avviene quale direzione prende la naturale spinta della propria evoluzione spirituale? Se poi si sceglie di coinvolgere un autistico in un preciso percorso religioso quali strategie è opportuno adottare?
E’ difficile stabilirlo con certezza.
Di certo, essendo la materia teologica in ogni sua forma espressiva ricca di metafore e simbolismi, difficilmente risulterebbe correttamente assimilabile da una persona con autismo, alla quale, in genere, manca la capacità di immaginazione ed astrazione concettuale. Tenderebbe ad interpretare alla lettera qualsiasi argomento proposto, con risultati inquietanti, come anche evidenziato dalla Dott.ssa Di Biagio.
Personalmente considero questa differenza percettiva un valore aggiunto e non un limite, in quanto favorisce una maggiore genuinità spirituale attraverso un contatto spontaneo e sincero con la vita. Una spiritualità, quindi, fondamentalmente libera da concetti e ideologie, ma incentrata esclusivamente sul valore istintivo e consapevole dell’esistenza.  Come ha scritto, appunto, Tagore: “Una perfetta libertà”
Tra le varie scelte religiose possibili rientra, naturalmente, anche quella di costruire un profondo rapporto assolutamente individuale con la spiritualità, muovendosi in una dimensione di universalità e di totalità non riconducibile necessariamente ad alcuna dottrina specifica, attraverso un percorso di percezione soggettiva, spesso valorizzato, ove possibile, da un approfondimento storico-culturale delle principali religioni del mondo, per riscoprirne struttura, genuinità, limiti, distorsioni, potenzialità ed eccedenze, al solo scopo di conoscenza ed oggettiva valutazione.
Si preferisce, in tal caso, individuare la matrice dell’essenza divina nella totale manifestazione esistenziale attraverso la contemplazione di ogni forma di vita possibile, anzichè in una ipotetica e distinta figura divinatoria.
Ci sono persone che si sentono spiritualmente appagate semplicemente osservando il cielo o restando distese su di un prato a contemplare il mondo, piuttosto che chiudersi in un tempio dedicato alla preghiera o rivolgersi ad un’identità astratta. Una scelta non riconducibile assolutamente ad una visione edonistica, ma finalizzata solo al raggiungimento di un personale equilibrio esistenziale.
Non a caso ha scritto  Gibran nel “Il Profeta”:
“Se volete conoscere Dio, non siate solutori di enigmi.
Guardatevi intorno, piuttosto, e lo vedrete giocare con i vostri bambini.
E guardate nello spazio; lo vedrete camminare tra le nubi, stendere le Sue braccia nei fulmini e scendere nella pioggia.
Lo vedrete sorridere nei fiori, poi levarsi e agitare le Sue mani sulla chioma degli alberi.”
Sono convinto che le persone con autismo avendo strategie percettive più complesse e sotto determinati aspetti più complete di quelle neurotipiche, vivano una spiritualità più genuina riuscendo ad entrare maggiormente in profondità nel senso concreto delle cose. Nulla toglie che, poi, questa attitudine possa essere adeguatamente completata e rafforzata attraverso una specifica formazione teologica, secondo gli schemi e le tradizioni della famiglia di appartenenza, garantendo comunque sempre un rispettosa possibilità di libera scelta individuale.
Ma fino a che punto è possibile ed opportuno, in termini di valorizzante crescita umana, indirizzare la particolare natura percettiva di una persona con autismo verso una precisa scelta religiosa o coinvolgerla in un determinato percorso teologico e spirituale, pur utilizzando diverse strategie comunicative?
Davvero non saprei.
Citando il Manzoni, a molti verrebbe da dire:”ai posteri l’ardua sentenza”…
Ma preferisco concludere con una meno nota affermazione di Osho Rajneesh in merito ai “percorsi immateriali” che conducono ad una solida Consapevolezza spirituale.
Quando gli fu chiesto a quale religione appartenesse, rispose:
“Sono una piccola parte di ogni religione e una grande parte di nessuna religione”
(Osho Rajneesh)

Gianluca Patti



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
Torna ai contenuti