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sacer facer

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Pubblicato da in αὐτός · 7 Giugno 2019
Riflettevo su quanto letto in questi giorni nel gruppo di Napoli per l'autismo in merito ad un pensiero oggetto di condivisione, relativo all'idea che "essere al servizio" degli altri corrisponda ad una condizione naturale degli esseri umani, di concerto con ogni elemento e con ogni legge universale. Ne comprendo il senso, che sono sicuro rappresenta un invito alla celebrazione della vita ed al valore dell'alterità, ma non ne condivido le parole. "Essere al servizio" nasconde sempre e comunque una negazione dell'indispensabilità di mantenere libere le proprie aperture e le proprie distanze interiori dalla esclusiva presenza di visioni altre che fondamentalmente non ci appartengono. Io non credo che si debba vivere "per gli altri" ma "con gli altri" e ritengo che in ciò sia possibile rilevare una differenza sostanziale. Non si vive per servire la vita, ma per compartecipare alla vita, per celebrarne il senso. Dunque, non sacrificarsi alla vita o ad alcune vite, ma "sacrificare la vita", cioè sacralizzarla. Ed invero l'idea di sacrificio, inteso come "sacer facer" (rendere sacro), prevede la creazione consapevole e valorizzante di un intervallo equidistante tra una quota della nostra libertà tangibile ed il riconoscimento del diritto all'altrui libertà, senza per questo allontanarsi dalla propria essenza individuale. Per converso "essere al servizio" assume unicamente un  valore sottrattivo, è sempre il risultato di un profondo disequilibrio, poiché conduce l'altrui esistenza verso una condizione di centralità rispetto alle nostre necessità esistenziali. Equivale, dunque, ad un processo di separazione, di allontanamento, in quanto pone l'accento sulla distanza tra due spazi distinti. Al contrario l'alterità non è mai un atto di rinuncia o di disequilibrio, ma una una forma di consapevolezza, un percorso di riconoscimento, di profonda condivisione.
Non va dimenticato che la stessa condizione di appagamento che emerge dalla sensazione di "essere al servizio" di qualcosa o di qualcuno è parte edificante dell'ego che fondamentalmente è una rappresentazione alterata dell'identità.
Un tempo lessi una riflessione molto bella di Osho Rajneesh:

"Sartre ha detto una cosa meravigliosa: "L'altro è l'inferno". Ma non chiarì mai perché l'altro  è l'inferno oppure perché l'altro è "altro da me".
L'altro è "altro da me" perché io sono io, e finché io sono io, il mondo intorno è "altro da me": diverso, separato, alieno, segregato, e non vi è rapporto.
Finché esiste questa sensazione di separazione, non si può conoscere l'amore. L'amore è esperienza dell'unità. L'esperienza dell'amore è l'abbattimento  di pareti, la fusione di due energie. L'amore è l'estasi quando le pareti tra due persone crollano, quando due vite si incontrano, quando due vite si uniscono.
Quando tra due persone esiste un'armonia simile, io la chiamo amore. E se questa armonia si stabilisce tra una persona e le masse, la chiamo comunione. Se riuscite ad immergervi con me in un'esperienza simile  - tale da dissolvere tutte le barriere, e da produrre un'osmosi a livello spirituale - io chiamo amore questo evento. E se questa unione avviene tra me e il Tutto, allora quel raggiungimento, quella fusione è con Dio, con l'Onnipotente, con l'Onnisciente, con la Consapevolezza Universale, con l'Assoluto: chiamatelo come volete. Per questo affermo che l'amore è il primo passo e l'ultimo è Dio: la meta più alta e la più bella".

Credo perciò, in termini di alterità, che la nostra natura non trovi origine nella necessità di "essere al servizio", ma più semplicemente nella condizione di "essere" ed al contempo di "non essere". Solo nell'equilibrio di questo paradosso universale è possibile incontrare pienamente l'altro e nello stesso istante non rischiare di perdere se stessi.

Gianluca Patti


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