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Un Amore percettivo

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Pubblicato da in αὐτός · 28 Marzo 2016
Per tutta la vita i genitori di un bambino con autismo restano sospesi su due livelli di coscienza distinti, due diversi piani dimensionali, materia pulsante dello stesso universo di dolore.
Da una parte emerge, con prepotenza, la radicata consapevolezza della disabilità che segnerà irrimediabilmente l’intera vita del proprio figlio e, di riflesso, anche la propria esistenza, immaginata, sognata e meticolosamente programmata nel trascorso lontano di anni più sereni.
Dall’altra la devastante percezione dello spazio cosmico di mistero e di silenzio che separa la visione normotipica del mondo da quella troppo complessa e spesso incomprensibile dell’autismo.
Non riuscire a comunicare in maniera semplice e diretta con il proprio figlio significa non poter condividere stati d’animo, non avere la possibilità di raccontare di se stessi e della propria vita, vivere sempre nel timore di non riuscire a cogliere un qualsiasi segno di disagio o di malessere fisico ed emotivo, non poter giocare insieme con la fantasia e l’immaginazione, sostanza dell’infanzia.
Sembra quasi che ogni occasione di gioia dedicata al tempo della fanciullezza ed alimentata da simbolismi e tradizioni storiche, culturali o religiose come il Natale, la Pasqua o il Carnevale perdano di qualsiasi significato, scivolando in un’aura di silenzio, dove ogni giorno sembra uguale al precedente; semplici gesti a cui si attribuisce una fondamentale importanza nelle tappe gioiose dell’infanzia, come spegnere le candeline ad un compleanno o festeggiare la caduta del primo dentino, si rivelano imprese titaniche e spesso impossibili.
Eppure, nonostante una costante amarezza, ho sempre considerato questa barriera di silenzio come un’occasione concessa a pochi per poter rivalutare il senso concreto della vita.
Quando non è possibile utilizzare le parole e ti trovi a condividere spazi emotivi con un’Anima pura, non gravata dal peso dell’ego e della coscienza, è possibile raggiungere frequenze comunicative profonde ed impensabili.
Il legame che si crea è genuino, libero dal labirinto degli intrecci espressivi dell’umanità, spesso tanto inutili e superflui.
Si impara a vivere esclusivamente di sguardi fugaci e di sorrisi, di lacrime e di silenzi.
Di un amore assolutamente percettivo.
Vivere accanto ad una persona a cui non importerà mai nulla di ideologie politiche o religiose, di scienza, letteratura o economia, di tradizioni o festività, di costruirsi una carriera lavorativa e scalare la vetta della piramide sociale, ma semplicemente di godere delle piccole cose della vita, cambia completamente la prospettiva con la quale si osserva il mondo.
Consente di arricchire la propria sensibilità e di guardare l’universo con occhi diversi, sicuramente migliori.
A mio figlio devo il dono più importante che la vita potesse farmi: La maturazione di un’intelligenza emotiva che mi permette, oggi, di apprezzare ogni più piccola scintilla dell’esistenza; un viaggio introspettivo che mi ha riportato alla vita in termini percettivi, riscoprendone i valori essenziali.
Certo, si continua a convivere con la paura del futuro e con l’angoscia che emerge puntuale nei momenti più difficili, ma con la maggiore consapevolezza di ogni attimo presente.
Una consapevolezza che per noi genitori speciali, a cui non è concessa nemmeno più l’illusione della certezza del futuro, rappresenta stimolo fondamentale per proseguire il cammino.
Ma soprattutto la forza per inventarci una vita a cui i nostri figli hanno pieno diritto, ma che il mondo, per ora,  ha scelto di non concedergli.

Gianluca Patti


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