Il giusto confine tra adattabilità sociale e integrità individuale

«Non ti diedi né volto, né luogo che ti sia proprio, né alcun dono che ti sia particolare, o Adamo, affinché il tuo volto, il tuo posto e i tuoi doni tu li voglia, li conquisti e li possieda da solo. La natura racchiude altre specie in leggi da me stabilite. Ma tu, che non soggiaci ad alcun limite, col tuo proprio arbitrio, al quale ti affidai, ti definisci da te stesso. Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine…» (Pico della Mirandola, “De hominis dignitate”)

Quando leggo le notizie relative ai traguardi dei nostri bambini e l’immensa fiducia nelle loro possibilità sento che la funzione del Progetto “Pass conduce ben oltre il senso della partecipazione condivisa, ma rappresenta una vera opportunità di Consapevolezza, un invito a rallentare il passo nella corsa contro il tempo verso ideali riabilitativi che promettono soluzioni incerte, destinate a curare le aspettative dei genitori, più che a valorizzare la singolarità dei figli. Un’occasione concreta per volgere lo sguardo altrove, ovvero, come diceva Tiziano Terzani, per lasciare l'”autostrada” rinunciando a correre a 200 km/h, così da imboccare sentieri laterali e strade nuove.
Allora viene da chiedersi quale sia il senso delle scelte che abbiamo fatto, cosa vogliamo realmente ottenere e raggiungere, ma soprattutto quali siano le reali opportunità di sviluppo autonomo ed individuale e di inclusione sociale che stiamo offrendo ai nostri figli attraverso le diverse possibilità terapeutiche alle quali li affidiamo per restituire loro la nostra idea di “normalità”.
Personalmente non ho mai cercato nei figli una condizione di forzata similitudine, ispirata ai più comuni modelli comportamentali, nè tantomeno un appagamento legato ad incompiuti traguardi personali o ad idealistiche aspettative, ma ho sempre considerato la libertà di essere il centro fondamentale della loro esistenza.
In premessa ho citato un passo di Pico della Mirandola, dall’opera “Oratio de hominis dignitate” (Discorso sulla dignità dell’uomo), che termina con una frase a mio avviso illuminante: “Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine…”
Credo che l’idea comune di “riabilitazione” oggi inviti a fare giusto il contrario. Offre ugualmente una possibilità di trasformazione, che procede però in senso opposto, portando dentro all’individuo qualcosa che per natura non gli appartiene. Un vero e proprio “trapianto comportamentale” che prima o dopo, in molti casi, rischia di produrre gli effetti devastanti di un rigetto.
Una condizione che, non raramente, ha coinvolto e coinvolge tuttora l’intero sistema educativo contemporaneo, pur con differenti frequenze e modulazioni, formando personalità e caratteri sintetici e strutturati. Ed invero, prendendo in esame la funzione dei percorsi educativi e degli assetti sociali che hanno accompagnato la nostra evoluzione individuale, ci si rende conto di quanto profondamente ci siano stati somministrati paradigmi di comportamento ben distanti dalla nostra reale natura, intervenendo forzatamente sul piano ideologico e culturale. Un paradosso etico rappresentato da una forma silenziosa di “abilitazione” a vivere in una società contaminata, che abbiamo inconsapevolmente subìto ed accettato come mezzo indispensabile per l’acquisizione di discutibili modelli di “correttezza e perfezione” da emulare e replicare.
Qual è dunque il giusto confine tra adattabilità sociale e integrità individuale? Esiste un punto di incontro? Credo che questa ricerca sia uno degli obiettivi fondamentali del progetto “Pass”. Trovare il corretto equilibrio tra dimensione sociale e natura individuale vuol dire concedere ad ognuno la possibilità di coltivare il proprio modo di essere, ma è necessario che questo valore venga accolto e riconosciuto da società funzionale, basata, cioè, sulla forza delle differenze.
Ci si rende conto, allora, che l’idea del Pass” va ben oltre la dimensione dell’autismo, è un’occasione di rivalutazione esistenziale che coinvolge per primi i genitori, e di riflesso la società tutta. Un processo che conduce ad interrogarsi su cosa significhi realmente essere autonomi…
Sul senso dell’autonomia scrissi ampiamente sul questo blog in un recente articolo, evidenziando il significato che si nasconde dietro la struttura semantica del termine. “Autonomia” significa letteralmente “legge del sè”, per cui è chiaro che qualsiasi “percorso terapeutico” dovrebbe avere sempre una funzione educativa, la capacità, quindi, di “ex ducere“, di tirar fuori ciò che per natura ci appartiene. Può l’attuale idea di riabilitazione operare in questi termini? Sul piano scientifico non ho le necessarie competenze per dare una risposta a questo interrogativo, ma sul piano etico la domanda rimane e conduce verso considerevoli dubbi.
Al contrario è evidente come il progetto “Pass” conservi la possibilità di operare su molteplici livelli, e sono convinto che anche i genitori che stanno iniziando semplicemente a mettere in discussione la propria visione del mondo, pur senza trovare ancora una concreta forza di agire sul piano sociale, stiano seminando attivamente questi ideali. Rivalutare se stessi è una tappa indispensabile del processo di modificazione globale ed apre le porte ad un futuro nuovo per i nostri figli.
Alla luce di ciò è fondamentale comprendere che il Progetto “Pass non deve essere accolto come un possibile percorso riabilitativo, ma come un’opportunità di rivalutazione individuale, uno strumento che conduce verso una rinnovata cultura dell’alterità, un modo nuovo di aprirsi alla vita che annulla l’idea stessa di riabilitazione, dando pieno spazio a quella di “individuo”. Un mezzo attraverso cui i nostri figli diventano scultori di se stessi, trovando nel contempo una perfetta corrispondenza nel complicato tessuto della rete sociale, fino a poterne addirittura modificare le trame.
E’ un cammino impegnativo, non privo di esitazioni, dutrante il quale la sensazione di vacillare e di cadere accompagna spesso i nostri passi. Ma come scrive Massimo Gramellini nell libro “L’ultima riga delle favole”:

“Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo”.

Gianluca Patti

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La necessità distruttiva della colpa

Osservando da genitore il mondo dell’autismo ciò che noto è che spesso si fa confusione tra conoscenza oggettiva, che di fatto può avere valore esclusivamente scientifico (anche se credo che in materia di autismo oggi esista ben poco di oggettivo sul piano epistemologico) ed esperienza empirica che assume una rilevanza fondamentale nella dimensione personale o in contesti circoscritti, ma che non può assurgere in alcun modo a verità assoluta.
Si possono condividere esperienze e visioni, ma spesso nell’interpretare le considerazioni di molti genitori mi sembra che si voglia imporre al mondo una prospettiva personale, disprezzando con sarcasmo le prospettive altre. Non si tratta di stabilire ciò che è giusto o ciò che è sbagliato, ma di non abbandonare la sana capacità di mettersi in discussione.
Forse bisognerebbe riscoprire il valore della partecipazione nei confronti di una difficoltà condivisa, valore che oggi, purtroppo, cede il posto ad una forma di competizione etica di cui onestamente mi risulta difficile comprendere il senso. Sulla base della mia personale esperienza, credo che l’aspetto emozionale influisca in maniera considerevole nella gestione di una realtà come l’autismo, spesso profondamente complessa da comprendere e da affrontare, dando luogo ad una ricercata e costante forma di ostilità che evoca e promette salvezza. La rabbia è purtroppo un sentimento privilegiato in questo cammino, e ci conduce facilmente verso l’individuazione di una colpa e di un colpevole indefinito, o idealmente definito, contro cui rivolgere le nostre frustrazioni. E’ una fase di vulnerabilità in cui non raramente emergono insicurezze personali di remota formazione che contribuiscono a consolidare un doloroso senso di smarrimento  e di disequilibrio esistenziale, già maturato in seguito all’esperienza diagnostica. Questa rabbia, questa ricerca di una responsabilità altra ci donano l’illusione di una forza apparente, alimentata da un profondo senso di ingiustizia da cui nasce una necessità di agire e di reagire nei confronti di una condizione avversa che di fatto appare incontrastabile. Una responsabilità che assume molte forme, ma che ci imponiamo di individuare quasi sempre nella dimensione scientifica.
E’ ovviamente innegabile che gli aspetti eziologici e terapeutici restino materia fondamentale ai fini della ricerca e del trattamento nel campo dell’autismo, ma andrebbero considerati e valutati con oggettiva lucidità, senza cercare a tutti i costi un colpevole contro cui puntare il dito.
Imparare ad abbracciare l’autismo come una diversa prospettiva da cui osservare il mondo e non come il risultato di una colpa altrui può liberarci dal senso di impotenza che soffoca la serenità del nostro procedere, restituendoci la Consapevolezza di una “coincidentia oppositorum” nella quale il dolore e le difficoltà non rappresentano il frutto di una responsabilità altra, nè una paradossale forma di “ingiustizia divina”,  ma una “naturalis conditio” dell’equilibrio esistenziale.

“Non è la cura, ma è la guarigione che cerco. E la guarigione è la ricostituzione dell’equiilibrio” (Tiziano Terzani)

Gianluca Patti

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Il dono consapevole della paternità

Recentemente sul sito lamenteemeravigliosa.it. è apparso un articolo che approfondisce  in maniera molto interessante il tema della paternità, offrendo un’opportunità indispensabile di riflessione e di autoanalisi. Le argomentazioni proposte evidenziano una condizione di forte rivalutazione sociale del nostro tempo, più strettamente correlata ad un processo di rieducazione della famiglia in termini di ruoli e di responsabilità. Questa metamorfosi evolutiva è il risultato di una maggiore consapevolezza etica e culturale maturata nel corso di un processo storico secolare, durante il quale rapporto tra genitori e figli si è gradualmente stabilizzato su di una dimensione di comunicazione libera e condivisa, che ha consentito di ridimensionare le distanze generate da erosive strutture gerarchiche di più arcaica formazione.
Un cambiamento che viene esplicitato in maniera molto funzionale da Massimo Recalcati ne “Il segreto del figlio” dove l’autore si concentra in particolare sulla figura paterna, rappresentando come il triste stereotipo del  “padre-padrone” abbia lasciato il posto ad una più favorevole condizione di partecipazione fattiva ed emotiva alle fasi di crescita dei propri figli.
E’ ovvio che questa evoluzione genitoriale è frutto anche di un profondo cambiamento delle strutture sociali contemporanee, nelle quali l’idea di famiglia assume sempre di più una funzione generalizzata ed equilibrata di condivisione e di collaborazione. Una corresponsabilità, tuttavia, da cui oggi difficilmente ci si può sottrarre per motivi logistici e funzionali. Viene perciò da chiedersi se questa ricostituzione positiva del ruolo paterno sia frutto di una conquista consapevole orientata verso una più solida esigenza di partecipazione alla vita dei figli, o semplicemente una condizione di forzata  collaborazione ai fini della necessaria sopravvivenza familiare. Non è raro, purtroppo, che sia la seconda motivazione a prendere il sopravvento, diventando poi motivo di frustrazione e di fallimento nel rapporto di coppia, a discapito della serenità dei figli. Se è vero che questa diffusa insufficienza qualitativa del ruolo compagno/padre affonda le proprie radici in una naturale incapacità di attivazione responsabile e di infantilistico egocentrismo maschile, non può mai trovare giustificazione in una esclusività legata ad una comoda motivazione genetica. Il fallimento del ruolo paterno, seppur in parte imputabile ad una tipicità caratterizzata da limiti naturali, culturali ed ideologici, è per lo più frutto di una progressiva e consapevole involuzione individuale, e spesso di un indebolimento del legame d’amore genitoriale e di coppia che, al contrario, quando assume carattere di solidità, è in grado di trasformare il senso di responsabilità in naturale esigenza di partecipazione. L’intelligenza emotiva è sempre il risultato di una scelta consapevole. E’ pur vero, di contro, che la ritrovata affermazione ed il giusto riconoscimento del potenziale femminile, per secoli arbitrariamente negato e soffocato, hanno provocato, in molti casi, una inversione dei ruoli nella quale la partecipazione paterna alla dimensione domestica e familiare viene da una parte pretesa e ricercata, ma dall’altra contestata e sminuita o addirittura rifiutata.
Un esempio eclatante è rappresentato dai gruppi scolastici di WhatsApp istituiti della mamme a scopo di confronto e di informazione; gruppi dai quali i papà sono sistematicamente ed incomprensibilmente esclusi, ma nei quali poi, paradossalmente, le donne lamentano la scarsa partecipazione dei propri compagni alla vita scolastica dei figli.
Un paradosso imputabile (ma non giustificabile) probabilmente anche ad una graduale perdita di fiducia nel senso di responsabilità e di impegno maschile  nella dimensione familiare che per secoli si è rivelata insufficiente o addirittura assente.
Un altro stereotipo invalidante è che l’amore paterno non possa essere equiparabile, in termini qualitativi e quantitativi, a quello materno, confondendo l’indiscutibile ed esclusiva solidità del legame madre/figlio creato durante la gravidanza ed il parto con la capacità di amare e di prendersi cura che appartiene ad entrambe le figure genitoriali. Ed invero la qualità del ruolo dei genitori può essere sintetizzata in una fondamentale questione culturale, in senso ampio, che trova piena realizzazione proprio nella consapevolezza del reale significato di “prendersi cura”. Una rivelazione in grado di abbattere il senso di dominazione secolare dei genitori nei confronti dei figli, i quali cessano finalmente di rappresentare una proprietà esistenziale di cui il genitore può disporre fino a delinearne addirittura le tracce del tempo futuro. Oggi si è compreso che “prendersi cura” significa soprattutto diventare consapevoli delle differenze dei propri figli, “rispettare e celebrare il “segreto” (citando il termine di Recalcati) di una individualità che già smette di  appartenerci nell’istante in cui accendiamo la scintilla della vita. A tal proposito è ancor più illuminante il capitolo de “Il Profeta” di Kahlil Gibran dedicato ai figli, che descrive in maniera chiara e toccante il senso concreto dell’essere genitori.
In conclusione sono convinto che la dimensione familiare dovrebbe essere un luogo di eguale partecipazione e responsabilità guidate da un senso di amore profondo e consapevole, nel rispetto di ogni singola individualità. In un simile contesto non è raro che siano i figli a rappresentare un valido esempio educativo di rinnovazione, di conoscenza e di apertura alla Vita per i genitori, e non viceversa…

Gianluca Patti

 

“I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete offrire dimora ai loro corpi, ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.

Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.”

(K.Gibran  – Il Profeta)

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Il valore della condivisione

Uno dei significati più concreti del termine “gruppo” è proposto dalla Treccani che lo definisce come un “Insieme di più cose o persone, distinte l’una dall’altra, ma riunite insieme in modo da formare un tutto”.
Il gruppo è dunque un’unione di differenze la cui compartecipazione  costituisce un equilibrio strutturale necessario per il conseguimento di un fine comune, ma anche soltanto per soddisfare esigenze di condivisione e di confronto. È chiaro che quando si parla di “differenze” il discorso si muove su molteplici livelli esistenziali che rappresentano in sostanza il vissuto individuale, sia in termini emotivi, che di esperienze concrete. Ognuno ha la propria storia, la propria struttura ideologica, le proprie fragilità ed il proprio modo di relazionarsi con gli eventi. Una condizione che rende piuttosto complesso mantenere questo equilibrio su di una posizione di costante stabilità, ma che allo stesso tempo rappresenta un’opportunità determinante di continua rivalutazione individuale. Ciò premesso è chiaro che raccontare e documentare le esperienze legate ai propri “spazi interni ed esterni” costituisce sempre un’opera di profonda condivisione. È un donarsi che già nella sola attività di rappresentazione del proporre o dell’agire è un invito a diventare parte di esperienze altre che possono divenire proprie.
Non tutti i vissuti, comunque, devono necessariamente essere oggetto di esplicita condivisione per acquistare un valore collettivo. Esistono esperienze che, pur restando silenti per particolari esigenze emotive, sono in grado di modificarci profondamente  e delle quali noi stessi diventiamo inconsapevolmente veicolo di condivisione nel relazionarci quotidiano con gli altri.
Riflettendo sul gruppo dei genitori di “Napoli per l’autismo” vedo un insieme di divergenze che convergono; ed il punto di unione è il futuro dei nostri figli. In questo procedere comune siamo tutti testimoni fondamentali, ed ognuno, attraverso il proprio vissuto, contribuisce in maniera diversa e a valorizzare questo percorso, con la stessa passione ed intensità, anche se su piani emotivi differenti. Credo che in qualsiasi cammino della vita ciò che appare assolutamente necessario è partire sempre da sé stessi e scoprirsi continuamente aperti al cambiamento, imparando ad abbracciare serenamente ogni difficoltà, senza dimenticare mai che il dolore è parte inscindibile dell’equilibrio esistenziale, come ci ricorda anche Tiziano Terzani nella sua ultima intervista, quando descrive l’antico simbolo  del Tao.
Una simpatica vignetta di Charlie Brown e Snoopy, presente sul web, recita:
“Un giorno moriremo tutti”. “Certo, ma tutti gli altri giorni no!”
Questo invito a vivere pienamente è, a mio avviso, una delle caratteristiche fondamentali del “Progetto Pass” che, al di là delle iniziative concrete di rinnovazione sociale, invita continuamente ad una profonda trasformazione emotiva che, sul piano collettivo, assume il valore di una vera e propria rivoluzione culturale. Un percorso che consente di mutare il senso di smarrimento e di paura in fiducia ed entusiasmo, invitando a vivere con piena consapevolezza ogni attimo presente, senza mai trascurare, nel contempo, le prospettive del futuro, indispensabili per superare l’angoscia del “dopo di noi”.
Ciò forse ci salva dalle difficoltà oggettive dell’autismo?
Probabilmente no, ma ci allontana sicuramente dai nostri sentimenti di rabbia e di frustrazione, dalle nostre insicurezze e dai limiti autoimposti! E questo credo sia un ottimo punto di partenza per provare a dare una direzione migliore alla nostra Vita ed a quella dei  nostri figli.
Non dovremmo mai dimenticare che noi genitori siamo parte attiva della società che desideriamo modificare. Se non cambiamo per primi la nostra prospettiva, difficilmente potremo educare gli altri ad una nuova cultura delle differenze.

Gianluca Patti

“Quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, prendi sempre quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta.” (Tiziano Terzani)

 

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La legge del sé

Le parole andrebbero sempre comprese e vissute nel significato profondo delle proprie origini affinché si possa liberare il senso concreto del dire dalle ombre superficiali della consuetudine e del facile utilizzo.  Nell’altrove indefinito che accomuna il vivere, spesso perso e disperso dell’autismo, emerge con prepotente sacralità un principio salvifico, un futuro agire che dobbiamo imparare a mutare già in presente nel procedere anticipato del nostro tempo, costantemente gravato dal peso del “dopo di noi”. Questo principio si configura nella necessità di restituire ai nostri figli la capacità di essere autonomi, affinché possano vivere una serena esistenza quando non potremo più essere accanto a loro.
L’autonomia è una condizione che conduce ben oltre la salvezza dalla scura dimensione di obbligata dipendenza materiale a cui spesso sono destinate le disabilità. Nelle sue origini semantiche ritroviamo un senso più determinante rispetto ai soli ideali di libertà fisica e psichica desiderati e perseguiti; Dall’analisi dell’etimo emerge un’antica fusione, frutto di un’ eredità ellenica capace di custodirne con purezza il senso reale. Ed invero il termine è composto dalle parole αὐτος“(sé stesso) – e “νόμος”, (legge), ovvero “legge propria”. Un processo associativo che, attraverso la ricostruzione etimologica, suggerisce una fondamentale rivelazione, capace di sintetizzare in un’unica parola l’idea di individuo in quanto espressione unica e totalizzante dell’esistenza.
Diventare autonomi significa non soltanto liberarsi dalla dipendenza dell’altrui sostegno, ma soprattutto essere liberi di vivere la propria vita secondo le disposizioni naturali dell’animo e della mente, seguendo la propria visione del mondo, le proprie inclinazioni e le proprie abilità. La libertà, dunque, di poter essere pienamente sé stessi in un contesto di condivisione comune, imparando, nel contempo, l’equilibrio indispensabile del vivere sociale.
Per noi genitori ciò significa andare oltre il compromesso dell’accettazione ed abbracciare pienamente un modo altro di percepire la Vita, celebrandone le differenze. Diventare, quindi, consapevoli di una prospettiva che non ci appartiene, ma che, se vissuta in profondità, può condurci verso orizzonti piu maturi. Per noi che siamo abituati a fissare i limiti del mondo non oltre la certezza del proprio conoscere può rivelarsi un percorso difficile, spesso sofferto, ma in grado offrirci possibilità fondamentali di rinascita e di rivalutazione esistenziale.
Per insegnare ai nostri figli ad essere autonomi dobbiamo necessariamente imparare a diventarlo noi, in termini ontologici, restituendo valore alla nostra individualità, nel pieno riconoscimento della legge naturale che ci appartiene e che ci rende esseri unici e di conseguenza differenti. Solo quando la “legge del sé” diventerà strumento di celebrazione della Vita in luogo del conformismo esistenziale che da sempre governa il nostro pensare ed il nostro vivere e convivere sociale, potremo consideraci realmente individui liberi.
André Breton, saggista e critico d’arte, affermava: “La più grande debolezza del pensiero contemporaneo mi sembra risiedere nella sopravvalutazione esagerata del conosciuto rispetto a ciò che rimane da conoscere”
Una riflessione che suggerisce quanto le società siano pericolosamente imprigionate in stereotipi comportamentali arcaici e stagnanti ai quali si affida troppo spesso il metro di giudizio dell’etica e dell’educazione, creando distanze incolmabili rispetto al processo di evoluzione generazionale.
Il fine ultimo di qualsiasi percorso educativo dovrebbe essere sempre la conquista dell’autonomia, della legge del sé. Educare (ex ducere) alla legge del sé significa educare al valore delle differenze, del divenire e del mutare. Gli unici valori che possano consentirci di coltivare “spazi interni ed esterni” nei quali seminare ed accogliere  il futuro incerto dei nostri figli.

Affermava ancora Breton:

“Le soluzioni immaginarie sono il vivere e il cessare di vivere. L’esistenza è altrove.”

Ogni giorno osservo le differenze di mio figlio ed in esse posso riscoprire con meraviglia questo “altrove” che è esistenza vera oltre la vita…

Gianluca Patti

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Armonie

“E chiamai disordine
Quelle armonie in me”

Così scrive Nabil Salameh, cantautore e giornalista palestinese in una delle sue più apprezzate composizioni. Pur essendo parte di un testo musicale che racconta tematiche altre, queste parole riescono a farmi riflettere profondamente sul processo di formazione ideologica della società in merito alla natura espressiva dell’autismo nelle sue molteplici, quanto differenti manifestazioni. Tra le numerose forme descrittive utilizzate per attribuire un’identità specifica alle svariate sintomatologie rilevate è possibile ascoltare con una certa frequenza il termine “disordine” inteso in senso neurologico (spesso utilizzato in alternativa alla parola “disturbo”), ma esteso anche a livello sociale in riferimento ai possibili modelli di comportamento. E’ interessante innanzitutto esaminare il significato attribuito al suo contrario, “ordine”, che in linea generale viene definito come la disposizione razionale di elementi nello spazio e nel tempo, una condizione in cui nulla è fuori posto. Ne conviene che in materia di intelletto l’idea di disordine configura un’alterazione delle facoltà razionali, considerate determinanti nella struttura dei rapporti logici; uno stato, quindi, di profonda disarmonia. E’evidente che per poter dare un senso specifico ai succitati concetti è fondamentale rimanere in una dimensione di mera oggettività, dove non è previsto mutare pensieri e prospettive sulla base della propria individualità, ma è presente un’idea di valutazione comune destinata a diventare struttura edificante di massa. Una condizione che produce un effetto riflettente in grado di confondere l’immagine di sé stessi rispetto a ciò che è esterno e che abbiamo imparato a considerare totalizzante. Da ciò deriva che concetti come “ordine” ed “armonia” non risultano essere più il frutto del nostro personale “sentire”, ma diventano, nel tempo, pura definizione di una visione strutturata. E’ facile comprendere come anche le caratteristiche comportamentali degli individui soffrano profondamente di questa forma di valutazione imposta. Al di là delle rilevanze scientifiche che appaiono incontrovertibili nell’individuazione di una specifica condizione neurologica, dovremmo, sul piano sociale, imparare a mettere in discussione tutto ciò che ci è stato lentamente somministrato nel corso della vita in ambito educativo e culturale. Ciò che appare “disordine” per convenzione non lo è affatto in contesti diversamente o per nulla strutturati. La frase di Nabil Salameh suggerisce con quanta facilità il mondo ci ha insegnato a considerare “disordine” le armonie con cui la Vita da forma alla nostra individualità ed a quella degli altri.
In una società dove ciò che è differente dal comune senso oggettivo è diventato sinonimo perfetto di imperfezione è necessario riacquistare la consapevolezza universale che, per natura, ogni differenza è necessariamente armonia. Basterebbe, forse, sforzarci un po’ di più nell’intento di comprendere, almeno in parte l’altrui modo di osservare il mondo, liberandoci dal senso di facile giudizio che governa le nostre intelligenze assopite. Potremmo stupirci di quante perfette armonie è possibile trovare nei comportamenti “disordinati” di una persona con autismo.

Affermava Albert Einstein:

“Penso 99 volte e non trovo niente. Smetto di pensare, nuoto nel silenzio e la verità mi arriva.”

Credo fermamente che tra i 99 pensieri di una società disordinata i nostri figli rappresentano, senza alcun dubbio, quell’unico istante di silenzio e verità…

Gianluca Patti

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La libertà di essere differenti

Quando si parla di disabilità sento spesso utilizzare il termine “accettazione” come risultato auspicabile di un buon processo di inclusione. In realtà considero la scelta di questa parola particolarmente infelice ed inappropriata. “Accettare” custodisce in sé il senso della condizione  e del compromesso, di un relazionarsi condizionale e condizionato, mai comunque libero ed equilibrato. In sostanza equivale a dire: “ti consento di accedere alla mia dimensione umana e sociale nonostante tu sia diverso (in senso deficitario) dagli standard “normali” che la rappresentano, a condizione che tu ti renda quanto più possibile adatto ad essa”.
Partiamo dal presupposto che la dis-abilità in senso letterale (nessuna abilità) non esiste. Esistono persone con differenti abilità o differenti gradi delle stesse abilità. Ed in tal senso siamo tutti diversamente abili, perchè nessun essere vivente per natura è identico ad un altro essere vivente. Il problema è fondamentalmente il modo con cui ognuno di noi è in grado di relazionarsi con le differenze altrui. Come sempre è una questione di prospettiva: è possibile considerare le differenze un limite rispetto al proprio modo di essere, ovvero un’opportunità  in grado di arricchire il proprio modo di essere.
Si sta discutendo molto in questi giorni in merito all’iniziativa adottata in Germania da circa 200 scuole di far indossare giubbotti pieni di sabbia a bambini ritenuti “iperattivi”. Questa circostanza mi riporta alla mente la famosa frase di Albert Einstein tanto cara a noi genitori: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. L’affermazione di Einstein va oltre la mera capacità di ciò che si è in grado di fare o di non fare, ma rende giustizia ad una condizione di equilibrio evolutivo che nasconde in sé la scintilla della Vita. Nel senso profondo di queste parole l’accettazione cede il passo alla Consapevolezza. Significa diventare consapevoli della natura altrui, rispettarne la sacralità delle differenze custodite in essa. Molte culture orientali hanno compreso da secoli questo segreto; non a caso una delle parole più belle della lingua hindi, utilizzata in particolare da alcune dottrine buddhiste come forma di saluto, è “namasté” che letteralmente significa “mi inchino a te” (dal sancrito “namas” inchinarsi”). Il saluto in realtà assume una valore di reciprocità, di fusione spirituale, ed invero il significato più completo da attribuire ad esso è “le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te”, o anche “mi inchino allo stesso potenziale che è in te”. In sostanza, dunque è un reciproco riconoscersi e celebrarsi attraverso le differenze dell’altro.
E’ chiaro dunque che nella nostra cultura c’è un errore di fondo nella considerazione di ciò che è differente, nell’idea di alterità che ci rende uniti come infinite parti di un’essenza comune.
Nella strategia adottata dalle scuole tedesche emerge, a mio avviso, un difetto culturale oggettivo profondo, che prescinde da una condizione di discutibilità funzionale soggettiva. In tal modo io non mi “inchino” alle tue differenze, non ne riconosco il valore divino, ma al contrario le rifiuto. E’ un atto di negazione realizzato attraverso l’uso di strumenti inibitori che costringono esclusivamente te ad inchinarmi alla mia condizione naturale.
La disabilità quindi non va individuata nell’iperattività dei bambini, ma nell’incapacità delle Istituzioni di incanalare in maniera positiva quell’energia. In tal senso è molto significativo il video di Sam, il “barista ballerino” (suggerito dalla Dott.ssa Russo ai genitori di Napoli per l’autismo a scopo di riflessione), un ragazzo con diagnosi di autismo associato a disturbi del movimento, che ha saputo trasformare il proprio disturbo in una forma d’arte. Se a questo ragazzo avessero messo un giubbotto di sabbia per limitarne i movimenti ora sarebbe un disabile in senso letterale (non abile) perché privato della propria essenza. Al contrario nell’inchinarsi alla natura che è in lui, nel riconoscerne il valore, è stato possibile trasformare la sua particolarità in energia produttiva.
Molti genitori hanno affermato di riscontrare, attraverso l’utilizzo dei giubbotti di sabbia, un miglioramento nell’equilibrio comportamentale dei propri figli. Senza voler assoutamente entrare nel merito di specifiche situazioni, viene però da chiedersi se in realtà questa scelta di assopirne l’istinto abbia contribuito solo a renderi “accettabili” per l’altrui natura, senza una vera conquista in termini di autnomia. Molto spesso tendiamo a confondere l’autonomia con l’adattabilità, che fondamentalmente significa renderci simili ad altro che non siamo noi, che non ci appartiene. Coltivare l’autonomia, al contrario, equivale a rendere i figli consapevoli del proprio valore e del proprio potenziale, insegnando loro ad utilizzarlo in maniera equilibrata e funzionale nella dimensione sociale, così che anche il mondo possa riconoscerne ed apprezzarne la ricchezza. La vera conquista consiste nell’insegnare ai nostri figli ad “inchinarsi” alle qualità divine che sono negli altri senza limitare o soffocare le proprie. E contestualmente nell’invitare gli altri ad “inchinarsi” alle qualità divine che dimorano nei nostri figli, senza pretendere di modificarne l’essenza. La cultura dell’alterità e delle differenze non può cedere ad alcun compromesso o costrizione, ma è il frutto spontaneo e libero di una Consapevolezza comune, di un percorso condiviso.
Personalmente non desidero rendere mio figlio accettabile per il mondo, nè il mondo accettabile per mio figlio, ma vorrei che l’uno imparasse a vivere ed a nutrirsi  delle differenze dell’altro, procedendo in un percorso di crescita condivisa. Questa per me rappresenta la base concreta di una reale evoluzione culturale, etica ed umana.

Gianluca Patti

“Se conosci il tuo valore, perchè mai ti dovresti preoccupare dell’accettazione o del rifiuto degli altri?” (Osho)

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“Noi siamo infinito”

Citando il titolo del noto film di Stephen Chbosky appare davvero singolare la necessità che spinge gli esseri umani a dover necessariamente attribuire una misura ad ogni cosa, persino al senso della Vita. Carlo Rovelli, fisico contemporaneo tra i fondatori della teoria della gravità quantistica a loop, suggerisce una riflessione fondamentale sul concetto di “tempo”, riflessione che ritengo interessante ricordare in un momento di transizione temporale ricorrente ogni anno nel nostro calendario, durante il quale la fine di un anno solare apre le porte alla celebrazione di quello successivo. Un “passaggio” che assume un valore rituale ed invita le persone a tirare le somme della propria esistenza sulla base di simbolismi apotropaici ed auspici avveniristici. Ebbene, Rovelli sostiene un’idea di assenza di un ordine temporale comunemente percepito in “progressione orizzontale”, con la quale è possibile dimostrare la non esistenza del tempo. Secondo il fisico il “fluxus temporis” è il frutto esclusivo delle nostre percezioni, poiché in realtà ciò che in concreto è effettivamente rilevabile è il solo movimento delle cose rispetto ad altre cose. Ugualmente appare evidente come oltre l’atmosfera terrestre quantità e misure spazio-temporali risultino del tutto irrilevanti. Nello spazio siderale concetti in contrapposizione dimensionale ed altre percezioni gravitazionali appaiono del tutto insignificanti o semplicemente non misurabili, nè rilevabili in  termini sensoriali. Una prospettiva che evidenzia quanto siano ideologicamente invalidanti i limiti del nostro sentire rispetto a quanto non è consentito acquisire oltre la breve dimensione delle proprie  facoltà percettive. Lo stesso principio è teoreticamente applicabile sul piano antropologico in riferimento ai fenomeni culturali che danno forma alle nostre strutture sociali. I meccanismi cerebrali che regolano la forma mentis degli individui non sono molto dissimili da quelle fisiche che governano l’universo. Ogni informazione ricevuta contribuisce a creare precisi piani dimensionali dove tutto ha un senso limitatamente alle nostre percezioni, esclusivamente sulla base di quanto vissuto, conosciuto ed appreso; più raramente attraverso esperienze sensoriali dirette e consapevoli, più frequentemente (purtroppo) attraverso attività emulative di massa. Ecco che anche concetti come “normalità” e diversità” assumono un valore assolutamente contestuale. Ma se è pur vero che sul piano fisico i nostri sensi difficilmente possono prescindere dalla dimensione spazio-temporale nella quale siamo irrimediabilmente confinati, è possibile, di contro, sfuggire alla “legge di gravità culturale” che soffoca il fluire della Consapevolezza e delle nostre intelligenze.
In particolare parlando di autismo o più in generale di disabilità è molto facile confinare il valore di una vita, il cui potenziale è per natura illimitato, in un procedimento definitorio  strutturato e precostituito. E’ consuetudine pensare che un disabile sia incapace di accedere alle comuni opportunità di crescita evolutiva e sociale destinate ai modelli della normotipicità. In questo procedimento interviene attivamente anche una componente semantica. Non a caso il termine “disabile” è caratterizzato dalla presenza del prefisso “dis”  che nella lingua italiana trasforma il significato della parola a cui si lega nel suo opposto. Ne deriva che “dis-abile” assume letteralmente il significato di “non abile”.
E’ facile immaginare come questo limite semantico trovi naturale corrispondenza nel pensiero di massa, mutando velocemente in limite sostanziale. E’ necessario pertanto imparare a liberare i propri pensieri dalla forza di gravità culturale che regola la dimensione spazio-temporale delle nostre intelligenze strutturate, ed acquisire la consapevolezza di sè e del proprio sentire rispetto ad altro, evitando luoghi comuni e trappole semasiologiche.
Ritrovare il senso delle cose oltre il valore percettivo delle culture addomesticate significa restituire ai nostri figli la possibilità di essere, ed a noi stessi l’opportunità di diventare intelligenza libera nel fluire della vita. Ma affinchè ciò accada è fondamentale comprendere che “Libertà” non significa essere immuni dalla paura, dalle incertezze e dai fallimenti, ma essere aperti sempre alla Fiducia, abbracciando con piena consapevlezza sia le proprie fragilità che le proprie potenzialità, capaci di riconoscere in questa dicotomia il frutto unificante e distintivo della propria individualità che ci rende esseri unici agli occhi del mondo. Non dobbiamo dimenticare mai che il senso del vivere è racchiuso nel valore, nell’unione e nella condivisione delle infinite differenze che il seme della Vita è in grado di generare.

Gianluca Patti

“Il pensiero determina tutto ciò che sei. Se sei finito dipende dal tuo punto di vista: abbandona questa opinione e diventa infinito.” (Osho)

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Il valore delle differenze

Recentemente nel gruppo WhatsApp dei genitori di Napoli per l’autismo si è discusso in merito ad un bellissimo articolo scritto dalla pedagogista Giuditta Mastrototaro, “Educare con empatia e crescerli con fiducia“, disponibile in lettura sul sito uppa.it, e ad una conferenza del Dott. Massimo Recalcati, psicoanalista, saggista ed accademico, intitolata “Ogni figlio è una poesia“, frase che anticipa perfettamente la profondità e la sostanza emotiva delle riflessioni proposte.
Ogni  considerazione offerta da entrambe le tematiche ruota attorno al concetto di individuo, inteso come valore esistenziale unico ed irripetibile; una visione che diverge dall’idea di staticità e stabilisce il senso stesso della vita nel dinamismo universale. Un “divenire eracliteo” che affonda le proprie radici nel mutamento, nella trasformazione che è progressione, dove la differenza dell’essere diventa sostanza essenziale del vivere. Un continuo rinnovarsi che attribuisce una dimensione di “non senso” a qualsiasi idea di paradigma esistenziale.
Celebrare le diversità come un’evoluzione fondamentale della vita, senza più considerarle come una alterazione destabilizzante della sostanza umana, significa smettere di de-valorizzare il senso di ciò che appare differente da altro ed acquistare la consapevolezza che l’esistenza non produce mai modelli di vita precostituiti, ma è un’esplosione inarrestabile di possibilità diversificate che trovano identità in ogni singolo respiro.
Ricordo un editoriale per me particolarmente illuminante, scritto dalla Dott.ssa Ada Manfreda, Docente in Ricerca in Scienze della Mente e delle Relazioni Umane presso l’Università del Salento, pubblicato sul trimestrale di cultura “Amaltea” nel giugno del 2010. Nell’articolo, il cui tema principale è il senso delle parole, viene proposta una bellissima metafora con la quale i riverberi semantici di particolare intensità, o più semplicemente le “parole giuste”, vengono paragonati ai semitoni in musica:

Quali sono le parole giuste? Non so dare una risposta. La questione è terribilmente complessa e difficile e non so proprio se vi sia una regola che possa valere sempre e comunque. So solo che se cerco e ragiono di questo mi viene da pensare ai semitoni in musica.
I semitoni, le note dell’ombra – come mi piace chiamarle –, stanno tra quelle della luce, ossia quelle ‘ufficiali’, standard, quelle regolari. Ecco un bel mistero: queste note nascoste, che appartengono ad un altro piano, ad un’altra dimensione, fuori dalla scala. Sono le note di un mondo altro, e incrociano le note di questo mondo.
Così quando le note dell’ombra fanno capolino qua e là la musica diventa misteriosa, subisce uno spostamento, acquista una profondità dimensionale, si colora di riverberi e allude ad un invisibile, insieme al visibile, che non vediamo ma che c’è e ci accompagna.
Resistere: cercando le parole-semitono.
Parlare qua e là in semitono così il discorso ha un salto, slitta, acquista profondità, si apre improvvisamente e richiama altro, richiama qualcosa che non c’è. Le parole-semitono invocano un altrove, possono dire di un invisibile che non c’è ma che potrebbe esserci, un invisibile  che  può  essere  il  possibile  da  inverare,  per  cambiare,  rinnovare,  rompere  gli  schemi, oltre la stanca reiterazione senza futuro.
Parole-semitono. Non so quali siano. Bisognerà trovarle via via.
Ci verranno incontro se non ci rassegniamo a ciò che si vede; se immaginiamo ciò che è ora non come dato e ineluttabile, ma come una possibilità tra tante altre rimaste inesplorate e che vale la pena di esplorare.”

Prendendo in prestito la metafora di Ada Manfreda, mi piace pensare ai nostri figli come semitoni sul pentagramma della vita. In fondo le nostre strutture sociali non sono molto dissimili da una composizione musicale piatta, reiterata, dove le stesse note si susseguono in maniera sistematica, generando suoni inarmonici e frequenze replicate. Paradigmi, schemi e modelli di comportamento vengono attribuiti ad ogni sfera esistenziale, etica, educazione, spiritualità, comunicazione e pensiero. Se d’improvviso una nota diversa rompe la staticità del suono viene percepita come una stonatura da correggere, da riposizionare nel giusto rigo o nel giusto spazio del pentagramma. Eppure basterebbe imparare ad ascoltare al di là delle nostre percezioni addomesticate, oltre “le nostre intelligenze di cani alla catena” (citando Ivano Fossati); oltre i margini dello spartito. Imparare ad accogliere “queste note nascoste, che appartengono ad un altro piano, ad un’altra dimensione, fuori dalla scala”.
Come si può non pensare all’autismo in questi termini? Ecco che allora la “diversità” se osservata dalla giusta prospettiva diventa elemento creativo, sovversivo, culturalmente rivoluzionario, un invito ad una radicale conversione sociale, che ha inizio proprio dalla complessa dimensione della famiglia e dal difficile ruolo genitoriale. Un processo evolutivo in grado di ribaltare schemi e paradigmi, di irrompere nella staticità del vivere ed invitare al mutamento, alla trasformazione; capace di condurre verso “profondità dimensionali” nuove ed inesplorate.
Massimo Recalcati nel proprio discorso utilizza una metafora altrettanto bella paragonando i figli alla poesia. Nella sua premessa afferma che il linguaggio da solo non basta a produrre poesia, ma affinchè ciò accada è necessario un evento creativo. Similmente i figli rappresentano il linguaggio della vita che ha origine dalla vita dei genitori, ma affinchè diventino poesia devono poter esprimere liberamente la propria natura creativa, quindi, le proprie particolarità e differenze rispetto a ciò che li ha originati.
Forse il segreto per raggiungere questa consapevolezza è racchiuso proprio nel senso delle parole.
Afferma lo scrittore Alejandro Jodorowsky : “Smettila di definirti, concediti tutte le possibilità di essere
Una verità che aiuta a comprendere  quanti limiti inesistenti siamo abituati ad attribuire ai nostri figli sulla base di un’etichetta diagnostica ricevuta, la cui natura semantica appare più invalidante della patologia stessa. E contestualmente quanto, nell’essere genitori, siamo influenzati dai nostri pregressi fallimenti, dalle nostre mancate aspettative e dal nostro personale percorso di vita, spesso involutivo ed anticulturale, che ha dato forma e sostanza alla nostra visione – distorta –  del mondo, alla quale abbiamo concesso, nel tempo, un valore di verità assoluta.
John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico, ci ricorda una realtà fondamentale: “Se una società vuole veramente proteggere i suoi bambini, deve cominciare con l’occuparsi dei genitori”
Il lavoro di rinascita e di consapevolezza che possiamo fare su noi stessi, in quanto individui, prima, e parte attiva della società, dopo, è la base essenziale per poter concedere ai nostri figli ogni possibilità di essere. Una rinascita costante, quotidiana, che non può e non deve fermarsi dentro un senso stabilito, ma ha bisogno di trovare nutrimento e rinnovamento in ogni singolo istante del tempo presente.

Gianluca Patti

 

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Autismo “Goldilock”

Sono sempre rimasto affascinato dai principi che conducono all’idea di equilibrio universale, alla perfetta armonia e corrispondenza delle cose. Laddove c’è consapevolezza che anche il caos più profondo nasconde in sé un’assoluta consonanza degli elementi. Un “oculus tempestas” dove tutto converge in una condizione di immota e silente serenità.
Questo stato di grazia universale mi conduce al modello di perfezione rappresentato dal paradigma di “Goldilock” applicato a molteplici sfere esistenziali. Esso si ispira alla nota fiaba “Riccioli d’oro e i tre orsi” nella quale la protagonista deve scegliere alcuni oggetti suddivisi in gruppi di tre elementi per tipo, caratterizzati da criteri di misura differenti (grande-medio-piccolo – freddo-tiepido-caldo, ecc.). La bambina sceglierà sempre l’oggetto centrale come simbolo di perfetto equilibrio. Un principio di psicologia della persuasione secondo il quale, per natura, siamo portati ad evitare gli estremi, utilizzati esclusivamente come termine di confronto nell’individuazione della scelta corretta, la quale sarà indirizzata esattamente nel mezzo.
Questo procedimento cognitivo prosegue anche al di fuori della dimensione materiale, coinvolgendo aspetti antropologici che intervengono attivamente nella formazione delle strutture sociali.
Di fatto, nella costituzione dei modelli comuni destinati a rappresentare un simbolo di rassicurante equilibrio è presente un’idea di “normalità” da attribuire all’individuo in quanto parte di una specifica collettività; un’idea applicabile a diversi piani esistenziali.
Tutto ciò che defluisce e si discosta da questo schema precostituito di apparente stabilità viene percepito come un estremo e pertanto considerato “non normale”, diventando oggetto di rifiuto e di discriminazione.
Tra le realtà travolte da questo primordiale procedimento mentale rientra purtroppo anche la disabilità.
L’autismo, in particolare, rappresenta un “estremo” ancora più difficile da comprendere e da accettare rispetto ad una disabilità fisica che nella percezione collettiva è di immediata assimilazione. Ciò in quanto un’alterazione del neuro-sviluppo comporta anche un’imprevedibilità comportamentale che, nell’immaginario, rischia di turbare l’equilibrio sociale.
Tuttavia lo stesso principio potrebbe essere al contempo risolutivo in senso inverso, suggerendo un percorso evolutivo di auspicabile civiltà, verso una più profonda intelligenza emotiva di massa. In cosmologia il paradigma di “Goldilock” è rappresentato dalla perfetta assonanza di 4 forze fondamentali che agiscono ognuna con la giusta misura ed in costante armonia tra esse: la gravità, l’elettromagnetismo, l’interazione debole e l’interazione forte; un equilibrio che rende possibile l’esistenza dell’intero universo.
Similmente, pensando all’autismo, mi piace immaginare che la giusta misura e corrispondenza di 4 elementi essenziali possa garantire un vissuto sereno alle persone con autismo ed a coloro che se ne prendono cura.
Queste quattro forze sono tutte assimilabili, seppur con funzioni differenti, al concetto di “Istituzione”, e nello specifico possono essere identificate nelle seguenti sfere di applicazione:
Diritto (Istituzione giuridica), Educazione (Istituzione scolastica), Etica (Istituzione familiare), Inclusione (Istituzione sociale).
Elementi che non appaiono indipendenti l’uno dall’altro, ma si relazionano in un procedimento di causa-effetto che ne determina chiaramente l’aspetto evolutivo.
L’etica è indubbiamente determinante sul piano antropologico per la costituzione del senso sociale che consente di stabilire i diritti ed i doveri dell’uomo all’interno della collettività. Tuttavia, pur essendo un sentimento primordiale innato, necessario all’acquisizione naturale del senso morale, rappresenta pur sempre lo specchio della conoscenza, per cui senza un corretto indirizzo educativo (Istituzione Scolastica) rischia di generare valori pericolosamente distorti. Un’etica genuina ed una conoscenza adeguata consentono, altresì, di dare luogo ad un’ottima Istituzione Giuridica basata, quindi, su valori umani e civili, capace di garantire disegni di legge a tutela di ogni categoria sociale. In definitiva una profonda morale, un’adeguata conoscenza ed una corretta giurisprudenza favoriscono lo sviluppo di un’Istituzione Sociale equilibrata e funzionale, in grado di consentire senza alcun dubbio una perfetta adattabilità ed inclusione di qualsiasi individuo.
Nella realtà è chiaro che tale corrispondenza non sempre è rilevabile e, diversamente, emerge un paradosso profondo: una Società che vuole imporre un senso di equilibrio fondato su modelli precostituiti, ma che, di fatto, estremizza le proprie funzioni proponendo soluzioni Istituzionali caotiche, disfunzionali ed inconciliabili. Ed invero ci troviamo spesso di fronte ad una Politica che non tutela ma si autotutela, ad una Scuola che non educa ad essere ma ad imitare, ad un modello di famiglia che invita a chiudersi alla vita, piuttosto che aprirsi a nuove esperienze di autonomia, e ad una Società che inevitabilmente non include, ma esclude e preclude.

G.Patti

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