La vera libertà

La convinzione di una profonda maturità ideologica fondata esclusivamente sulla base della progressione cronologica del proprio “tempore vixit” rischia di produrre l’illusione di una liceità pretenziosa tesa a suggerire la rivendicazione di un ingiusto diritto di orientamento dell’esistenza altrui che si traduce quasi sempre in una forma prevaricante di arroganza espressiva, indirizzata a soggetti con un vissuto temporale inferiore al nostro.
Un fenomeno che risulta facilmente osservabile in contesti familiari o pedagogici nei quali, per definizione, l’adulto attribuisce a se stesso  la facoltà di controllare l’altrui libertà di evoluzione individuale, sulla base di una presunta esperienza che molto poco ha di sostanziale, ma che ostenta l’assurda pretesa di produrre effetti positivi in termini di educazione.
L’idea che l’adulto, in quanto tale, rappresenti un simbolo di progresso evolutivo richiama antiche origini semantiche di tradizione linguistica latina, trovando derivazione nel termine “adultus”, participio passato di “adolescere”(crescere). Da qui si evince che per “natura et forma verbi” la crescita fisiologica dovrebbe procedere di pari passo con quella culturale, etica ed intellettiva, assieme alla ricerca empirica, per poter divenire tramite funzionale nell’attività di formazione dei più piccoli.
Uno status che raramente si realizza, in quanto si preferisce riconoscere carattere sostanziale esclusivamente all’età cronologica o alle competenze formali acquisite, caratteristiche che non costituiscono assolutamente “conditio sine qua non” al raggiungimento di una maturità individuale ed allo sviluppo di un’intelligenza emotiva.
Invitare un bambino ad aprirsi alla propria individualità prevede, paradossalmente, che l’adulto sia in grado di intraprendere  un percorso di regressione ideologica che ha senso e misura solo se successivo al raggiungimento della piena consapevolezza di sé. Rinunciare all’illusione del sé costituito per ritornare alle origini del sé non costituito significa riaffermare il diritto alla propria libertà di essere. Significa ritrovare il senso profondo della Vita che non ha bisogno di domande, né di risposte perse nei corridoi labirintici di ideologie e culture a cui affidiamo il valore della nostra esistenza. Ma è altresì fondamentale comprendere che riconoscere ad un bambino il diritto alla propria libertà di essere non equivale a rinnegare l’importanza circostanziale del “limite positivamente traumatico del no“(cit. M. Recalcati), come spesso molti educatori o genitori  erroneamente affermano, distorcendo il senso etico dei buoni principi e della corretta pedagogia.
Il “no” non deve rappresentare un obbligo a seguire un percorso già tracciato, ma un invito a tracciare autonomamente un percorso nuovo che sia espressione di una specifica singolarità. La libertà di essere, se correttamente intesa, non implica l’incapacità di adattarsi ad un sistema di convivenza sociale, né pregiudica  il buon senso della condivisione e l’etica del vivere comune, ma crea una condizione di  equilibrio tra il sé e l’altro, nella quale la diversità diventa reciproca ricchezza ed opportunità evolutiva.
Dunque, quando ci confrontiamo con un bambino con l’intento di educare, prima di misurare il numero dei nostri anni e l’identità sociale che abbiamo scelto di attribuirci, sarebbe opportuno misurare il grado di evoluzione introspettiva del nostro vissuto.
È consuetudine consolidata riversare nella vita dei figli o dei discepoli aspettative e traguardi che appartengono solo all’immaginario dei nostri percorsi incompiuti o agli obblighi etici delle ideologie acquisite e subìte nell’arco della vita, ma che nulla hanno da offrire al seme nuovo della vita.
Troppo facilmente ci amareggiamo se non riconosciamo nei nostri bambini specifiche abilità o se evidenziamo dei limiti che appaiono in contrasto con i modelli sociali di appartenenza; ma raramente ci preoccupiamo di offrire loro le giuste opportunità di fioritura in armonia con la propria singolarità. Un bambino che non è libero di esprimere la propria individualità potrà forse diventare un adulto capace, ma non sarà mai un adulto felice.
L’unica condizione alla quale si può correttamente attribuire l’etichetta invalidante della “disabilità” è la rinuncia o la privazione, consapevole o inconsapevole della libertà di essere.
Impariamo ad ascoltare la “ribellione del sé” dai silenzi dei nostri figli ed a coglierne la bellezza; apriamo loro le porte della Vita, perché nello sguardo sereno di un bambino libero di essere è possibile ritrovare il senso smarrito delle proprie origini e la salvezza dal peso delle catene ideologiche che noi stessi ci siamo imposti di portare.

Gianluca Patti

 

“La libertà da qualcosa non è vera libertà. La libertà di fare qualsiasi cosa tu voglia fare, anche questa non è la libertà di cui parlo.


La mia visione di libertà è di essere te stesso.


Non è una questione di ottenere libertà da qualcosa. Quella libertà non sarà libertà, perché ti viene ancora data; c’è una causa. La cosa della quale ti sentivi dipendente è ancora lì nella tua libertà, ne rimani vincolato. Senza di essa non saresti stato libero.


La libertà di fare quello che vuoi anche questa non è libertà, perché volere, desiderare di fare qualcosa, nasce dalla mente – e la mente è la tua prigionia.


La vera libertà arriva certamente dopo la consapevolezza senza scelta, ma dopo la consapevolezza senza scelta la libertà non è né dipendente da cose né dipendente dal fare qualcosa. La libertà che segue la consapevolezza senza scelta è la libertà di essere soltanto te stesso. E tu sei già te stesso, sei nato con questa libertà.  Quindi non è dipendente da nient’altro. Nessuno te la può dare e nessuno te la può portare via.”

(Osho Rajneesh)

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Il dono dimenticato della Consapevolezza

Molto spesso le particolarità delle persone con autismo diventano motivo di disorientamento nella struttura comportamentale di una società uniformata. Un disorientamento aggravato da una preesistente povertà culturale che non di rado assume le forme dell’intolleranza. Ciò rappresenta una condanna ad un limite difficilmente sanabile, metaforicamente equiparabile nella produzione degli effetti ad un “orizzonte degli eventi”, oltre il quale qualsiasi logica individualistica si perde e si annulla senza possibilità alcuna di ricostituzione, in favore di una sintetica visione collettiva. Una zona d’ombra dove ad ogni forma di differenza viene sempre attribuito un valore “sottrattivo” in termini valorizzanti, e le diverse abilità, in particolare, soffrono del limite culturale di massa che ne rileva esclusivamente le presunte insufficienze, tali solo sulla base di una persuasiva visione globale. Restano, dunque, prive di qualsiasi considerazione le potenzialità altre e le specifiche singolarità che paradossalmente spaventano più di ogni altra condizione di disallineamento sociale.
L’utilizzo della disabilità o delle discrepanze più evidentemente contrastanti con i paradigmi sociali di appartenenza (spesso erroneamente associate ad un’idea di profonda vulnerabilità) come strumento di offesa culturale è consuetudine antica, persistente e resistente a qualsiasi forma di evoluzione. Ciò evidenzia chiaramente una severa povertà in termini di intelligenza emotiva, condizione non di rado confusa con l’erudizione accademica la quale può rivelarsi solida in termini di conoscenza testuale e bibliografica, ma totalmente priva dell’elemento empatico della alterità, nonché della capacità di un pensiero autonomo.
Non so come e quanto sia possibile “raffinare” l’intelletto e la ricettività emotiva dei molti, che tende a confluire inevitabilmente verso una dimensione generalizzante, fatta di misere convenzioni e inutili luoghi comuni; una condizione che penalizza gravemente la maturazione di una visione individuale costruita su piani sostanziali ben più solidi, frutto di una progressiva evoluzione etica delle emozioni, e di una consapevole e soggettiva analisi della vita; caratteristiche che di fatto ci consentono di definirci esseri pensanti.
Credo però che alcuni limiti e vulnerabilità che forse inconsapevolmente attribuiamo ai nostri figli appartengono più a noi che a loro. Probabilmente è da ciò che nasce parte della paura che coltiviamo. Per questo motivo più che sentirci frustrati a causa dell’insufficienza  emotiva della società, nei confronti della quale non sempre si rivela possibile o funzionale agire in maniera diretta operando una accesa rivoluzione culturale, potremmo iniziare noi stessi a sviluppare una maggiore consapevolezza riguardo le potenzialità dei nostri figli e diventare lo specchio che ne riflette l’immagine limpida sul mondo. Ed invero la rabbia e la paura prevedono sempre una quota di verità relativa alla causa generante che, se si rivela inconsistente, ne estingue totalmente gli effetti. Sono convinto che solo trasformando il rancore in serena Consapevolezza è possibile opporsi con efficacia alle forme più resistenti e radicate di povertà culturale. Il lavoro di “rielaborazione sociale” che molti genitori ritengono auspicabile realizzare va molto oltre la dimensione della disabilità; è un invito alla Consapevolezza sul senso delle diversità che danno forma ed immagine alla vita stessa e che di conseguenza sono espressione naturale dell’intera umanità. Imparare ad ascoltare altre visioni del mondo ed a considerarle in relazione con la nostra singolarità ci insegna innanzitutto a metterci in discussione, a sradicarci da ideologie imposte e da culture “preconfezionate”; ci consente di osservare la vita senza filtri, con una mente libera da facili giudizi e ideologie prese in prestito. La presunzione delle verità assolute, l’egocentrismo, la predisposizione rassicurante all’uniformità di pensiero e di immagine e l’intolleranza reciproca verso ciò che differisce da una delle tante possibili visioni del mondo che abbiamo scelto di rappresentare, ma che nella realtà non ci appartiene, sono patologie sociali tipiche della natura umana, come ci insegna ampiamente la storia, con le quali dobbiamo confrontarci quotidianamente. Ciò significa che la maggior parte delle persone non ragiona per riflessione, ma per riflesso; modella i propri pensieri sulla base di ciò che ideologicamente gli viene offerto. Per questo motivo è fondamentale da parte nostra proiettare sul mondo un’immagine dell’autismo che sia veritiera, ma anche positivamente rivoluzionaria, dimostrando che i nostri figli hanno potenzialità ed abilità concrete e funzionali che hanno la necessità di essere  valorizzate da una dimensione sociale emotivamente matura, costruita sulla forza delle diversità individuali.
Per fortuna la storia ci insegna anche che ogni individuo è predisposto alla Consapevolezza, uno stato di coscienza viva che una volta raggiunto diventa una forza enorme in grado di risvegliare la mente e di rinnovare l’autenticità delle emozioni, modificando eventi, visioni e spesso intere culture.  Ecco perché è sempre fondamentale ri-partire da sé. Il senso dell’alterità è un viaggio verso se stessi che contestualmente ci conduce all’altro. Restituendo le giuste origini alla nostra dimensione interiore è possibile generare opportunità di rivalutazione esistenziale ipoteticamente destinate a chiunque ci cammini accanto o incroci per caso il nostro passo.
Un dono che ognuno di noi riceve con la Vita stessa, ma che, nel tempo, viene gradualmente alterato dalle distorsioni del mondo e dalla contaminazione educativa subita ed imposta.
La Consapevolezza è l’unica dimensione possibile che ci consente di “restituirci a noi stessi” e di “diventare altro” restando fermi nella piena certezza di sé.

Gianluca Patti

“Il dolore è una possibilità, la sofferenza una scelta”
(Mantra Buddhista)

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Il lato dissacrante dell’educazione

Era il 1978 quando la “legge Basaglia” consentì finalmente l’abolizione dei manicomi. Tra i diversi Istituti soppressi è impossibile dimenticare Villa Azzurra di Collegno in provincia di Torino, l’ospedale psichiatrico dei bambini, noto alla cronaca degli anni ’70 per lo scandalo che portò alla luce le indicibili ed innumerevoli torture subite dai minori all’interno della struttura, la cui sola “colpa” era la ricerca del diritto alla propria libertà di essere. Tali eventi sono ben rappresentati in un’opera bibliografica molto toccante di cui recentemente ho iniziato la lettura, “Il manicomio dei bambini” di Alberto Gaino.
Lo stesso periodo segnava probabilmente la fine lenta e graduale di un’era in cui l’educazione familiare e scolastica si affidava a metodologie rigide e spesso lesive, delineando finalmente un sistema legislativo più tutelante, affiancato da una più matura etica sociale in grado di condannare pesantemente simili iniziative, oggi ufficialmente rinnegate e perseguite in termini di legge e riconosciute del tutto inadeguate sul piano scientifico. Ed invero, sempre in tema di lettura, in questi giorni mi sono imbattuto in un ottimo articolo del noto blog di psicologia “La mente è meravigliosa”, nel quale viene perfettamente evidenziato come e quanto strategie verbali impositive ed aggressive applicate nei confronti dei bambini risultino profondamente anti-educative e soprattutto terribilmente lesive per il loro sviluppo psicofisico. Particolarmente illuminante è l’incipit dell’articolo: “L’educazione che eleva alla libertà ha ben poco a che vedere con le imposizioni, e nulla con le grida”.
Purtroppo non è raro ancora oggi ascoltare o leggere visioni che appaiono essere in disaccordo riguardo l’etica dell’educazione suggerita dal buon senso dei giorni attuali, sostenendo al contrario l’utilità di metodi educativi più severi e meno funzionali. Sembra, dunque, che a livello globale una preoccupante deformazione ideologica, in contrasto con i buoni principi dell'”ex ducere”, continui in parte a resistere alla evoluzione culturale dei tempi contemporanei, su qualsiasi livello di sviluppo sociale, ed in contesti umani piuttosto variegati. Mi riferisco all’utilizzo concreto o limitato alla sola volontà istintiva di agire, delle strategie punitive e castiganti quale metodo educativo per una “corretta” formazione dei bambini.
La ricerca dell’equilibrio dei ruoli attraverso la manifestazione di atteggiamenti dittatoriali, già in età prescolare, fino alle forme più indegne di prevaricazione psicologica (e purtroppo alle volte anche fisica, come la cronaca attuale troppo spesso ci riferisce) nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza, continua a rappresentare per molte culture una giusta alternativa alla corretta etica della formazione, al fine di evidenziare la propria supremazia nella costituzione dello schema delle parti, attribuendo a tali gesti un valore correzionale, o addirittura considerandoli, per assurdo, una necessaria quanto paradossale strategia “affettiva” il cui intento reale sembra più realizzarsi nel misero tentativo di coprire in maniera ingannevole la colpa della propria ignoranza o la liberazione distorta di antiche frustrazioni.
Se in passato simili abitudini potevano apparire, in termini sociali, conseguenza del più diffuso e generalizzato sottosviluppo culturale, trovo profondamente doloroso nel secolo contemporaneo, culla di una pedagogia evoluta ed evolvente, dove si è raggiunta una maggiore consapevolezza del senso etico, e la cultura e la conoscenza sono diventati un obbligo comune ed un privilegio accessibile a tutti e sempre più velocemente assimilabile grazie alla immediatezza delle comunicazioni che le attuali risorse tecnologiche offrono su scala globale, immaginare l’esistenza di contesti primitivi ed involutivi nei quali il ruolo genitoriale cerca ancora nella aggressività delle punizioni e nella produzione della colpa la soluzione ideale per favorire una “educazione funzionale” e realizzare un “corretto” modello famigliare.
Va precisato che la materialità di queste condotte dissacranti non si realizza esclusivamente con l’esecuzione di azioni concrete, ma trova effettivo compimento anche attraverso la sola iniziativa verbale, rafforzata da una marcata carica tonale, nella quale la punizione assume la veste di possibilità, favorendo la maturazione di sentimenti negativi come ansia profonda e sensi di colpa. Ho sempre creduto che generare obbedienza attraverso il timore di un castigo o di una responsabilità colpevolizzante produca modelli di comportamento nocivi nei quali la prevaricazione apparirà, nel tempo, l’unico mezzo per la valorizzazione della propria personalità ed il raggiungimento dei propri obiettivi
La negazione o l’imposizione prive dell’elemento dialogico basato sulla reciproca interazione, più semplicemente sintetizzato nella formula empatica ascoltare-riflettere-comprendere-esporre, genera un rapporto caratterizzato dall’esclusività di parte, nel quale il genitore o l’educatore nega qualsiasi possibilità di essere che non si allinei perfettamente con la propria visione delle cose, cercando nell’espiazione del soggetto la ricostituzione del proprio e dell’altrui equilibrio contestuale.
L’aspetto più allarmante emerge quando la natura arcaica di queste metodologie muta in tradizione ideologica con la pretesa di trasformare in lecito ciò che non lo è, indossando una maschera di naturalità che pertanto sul piano sociale, seppur oggi in maniera più sfumata e circoscritta, nasconde la propria condizione immorale e lesiva. Non sono rare le persone che affermano di essere state oggetto di logiche educative severe ed impositive durante le fasi della crescita e di essere diventati adulti mentalmente “sani ed “equilibrati”, sostenendo di conseguenza l’utilità e l’essenzialità di simili consuetudini.
Vorrei invitare questi soggetti a fare un sincero ed approfondito esame introspettivo. Si stupiranno di quante paure, insicurezze, ansie e frustrazioni hanno accompagnato nel corso della Vita ed accompagnano tuttora i loro passi. E guardando ancora più in lontananza, in ognuna di queste criticità sarà possibile osservare con chiarezza l’eco dimenticata di una punizione, di un’umiliazione, di un’ingiusta privazione, della maturazione della colpa, o di altre intollerabili mortificazioni della propria identità di bambini. Se è vero che un’educazione aggressiva non sempre genera adulti violenti o propensi a delinquere, in ogni caso e senza alcuna eccezione genera individui consapevolmente o inconsapevolmente infelici. Nessuna azione prevaricante può trovare valida giustificazione ed è sempre preoccupante minimizzarne gli effetti; l’intensità di un gesto non ne modifica certo la natura lesiva. La prevaricazione resta tale su qualsiasi livello e nulla ha in comune con una sana educazione basata su un senso di alterità che deve rispettare e proteggere la dimensione psicofisica, l’integrità e la dignità dell’individuo e non dissolverne, soffocarne o mortificarne la natura.
Alla base di queste metodologie dannose sussiste probabilmente una visione culturale distorta nel rapporto genitori-figli, dove i minori vengono considerati da chi li ha messi al mondo come una proprietà esclusiva sulla quale imporre le proprie ideologie, i propri pensieri e la propria visione del mondo. La negazione dell’identità è il primo passo verso qualsiasi possibile forma di sopraffazione mascherata da intenzione educativa, la quale diversamente dovrebbe invitare continuamente a riflettere sulla dimensione interiore dell’altro. L’imposizione derivante dall’esclusiva posizione gerarchica dei ruoli è povera dell’elemento discorsivo che ne possa in qualche modo giustificare il senso, ma è pura prevaricazione sterile che nega identità, dignità e possibilità di essere dell’interlocutore.
È bene ricordare che i nostri figli non ci appartengono, ma sono espressioni indipendenti di Vita. Sforziamoci di guardare il mondo attraverso i loro occhi piuttosto che pretendere di imporre loro la nostra visione (spesso limitata) delle cose. Riconosciamo l’unicità e la bellezza di queste differenze. I nostri bambini e ragazzi prima di essere figli sono individui e vanno tutelati nel pieno rispetto della propria identità.
Possiamo dare loro due doni fondamentali: la serenità del dialogo ed il silenzio dell’attesa. Il primo aiuterà entrambi ad ascoltare ed a comprendere, il secondo nel momento giusto aiuterà loro a sviluppare la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni e noi a rispettare i tempi, gli spazi, i pensieri ed i sentimenti altrui.
Doniamo e doniamoci un’equivalenza dialogica in grado di oltrepassare il baratro generazionale imposto da una sfavorevole distanza dei ruoli che ancora oggi in certi contesti la società tradizionale riconosce in favore di modelli disciplinari più arcaici e prevaricanti.
E’ fondamentale capire che prenderci cura dei figli significa amarli incondizionatamente ed aprirli alla vita, aiutandoli a camminare sempre accanto a sé stessi ed a sviluppare le proprie abilità nel rispetto e nel valore delle differenze che sembrano separarci da loro, ma che in realtà ci uniscono, ci arricchiscono e ci completano.
Gianluca Patti

“Più che la trasmissione efficace di informazioni, come crede l’odierna filosofia efficientistica delle competenze, un insegnamento dovrebbe preservare quello che non si può trasmettere. O, se si preferisce, un insegnante può trasmettere un sapere vero proprio perché sa custodire con cura l’impossibile da sapere […] Per questo si può dire che ogni bravo insegnante non è tanto colui che sa, ma colui che, per usare una bella immagine del padre sopravvissuto celebrato da Cormac McCarthy in “La strada”, sa «portare il fuoco». Non è qualcuno che istruisce raddrizzando la pianta storta, né qualcuno che sistematicamente trasferisce i contenuti da un contenitore a un altro, secondo schemi e mappature cognitive più o meno raffinate, ma colui che sa portare e dare la parola, sa coltivare la possibilità di stare insieme, sa fare esistere la cultura come possibilità della Comunità, sa valorizzare le differenze, la singolarità, animando la curiosità di ciascuno senza però inseguire un’immagine di «allievo ideale». Piuttosto, esalta i difetti, persino i sintomi, le storture di ciascuno dei suoi allievi, uno per uno. È, insomma, qualcuno che, innanzitutto, sa amare chi impara, il che significa che sa amare la vite storta.”(Massimo Recalcati)

Massimo Recalcati, “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”, Einaudi, Torino 2014, pp.111-112.

"Parlare ai muri"Più che la trasmissione efficace di informazioni, come crede l'odierna filosofia efficientistica…

Slået op af Massimo RecalcatiMandag den 27. august 2018

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Il Silenzio della non conoscenza

C’è un silenzio che ha sempre affiancato il procedere dei miei anni. Un silenzio altro, privo delle distanze e delle assenze che inesorabilmente spengono le risonanze della Vita. Un silenzio vibrante, nutrito dal rumore dell’oblio, o più semplicemente della non conoscenza. Un cerchio che ha perfettamente congiunto origine e divenire della mia esistenza, ponendomi al centro di un tracciato vuoto.
La morte di mio padre è stato il punto di inizio, ma non nel tempo dell’immediatezza; avevo appena dieci anni, eppure il senso di interruzione del legame paterno non è stato particolarmente rapido nella percezione dell’assenza . L’eredità d’affetto che mi ha lasciato mio padre è stata talmente generosa che è riuscita a colmare quasi tutti gli anni della mia infanzia. Il suo invito alla Vita, rimasto acceso fino all’ultimo respiro, ancora oggi accompagna con prepotenza ogni mio passo.
C’è però un tempo in cui il genitore agli occhi del figlio perde la funzione di certezza esistenziale e di inespugnabile rifugio; è il tempo del confronto, in cui l’uomo-figlio incontra le vulnerabilità dell’uomo-padre, ne scopre le fragilità, le potenzialità, ma soprattutto le differenze con il proprio essere che difficilmente trovano serena corrispondenza con l’eredità genitoriale, ma ci separano in parte dalle nostre origini trasformandoci in seme di rinnovamento, di cui i nostri figli diventeranno a loro volta piena sostanza.
La conoscenza dell’altro è elemento essenziale di questo processo di rinascita; il tempo della maturità per me ne è stato completamente privo. Il padre-uomo è rimasto materia sconosciuta, nutrita solo dalla insufficiente, seppur affascinante opera di ricostruzione dei ricordi di mia madre. Di lui –uomo – mi sono rimasti in eredità frammenti di alcuni pensieri raccolti su decine di fogli sparsi, qualche dipinto e diversi appunti di lavoro del giornale con cui collaborava.
Qui per me ha avuto origine il cerchio, il silenzio della non conoscenza.
Poi la vita mi ha reso a mia volta padre, lasciando che quel tracciato silenzioso proseguisse il proprio percorso di congiunzione attraverso l’autismo di mio figlio. Si dice che quando un cerchio si chiude, il senso di quel cammino finalmente trova compimento. I silenzi di mio figlio sono stati per me il senso profondo di questo procedere ciclico. Così come ho dovuto imparare a conoscere l’origine-padre attraverso un’assenza silenziosa, similmente ho dovuto imparare a conoscere il divenire-figlio attraverso una presenza silenziosa. Quando le parole cessano di esistere, la conoscenza raggiunge necessariamente un livello differente, un valore particolarmente introspettivo, dove la non conoscenza dell’altro rappresenta un tramite indispensabile per la conoscenza di sé, e la conoscenza di sé diventa mezzo essenziale per la conoscenza dell’altro.
Sento che adesso il cerchio si è chiuso. Origine e divenire si sono incontrati in questo silenzio irreale di assenza-presenza, di vita e di morte.
Oggi sono libero di abbracciare entrambi questi silenzi come un’opportunità di rinnovamento, di consapevolezza, di riscatto nei confronti del rumore assordante della vita che su certi livelli di coscienza ci impedisce di ascoltare e di comprendere il valore profondo delle cose. La conoscenza reale di sé e dell’altro è opera troppo delicata e complessa per poterne affidare il senso alla sola forza delle parole. La consapevolezza, quella consapevolezza in grado di chiudere il cerchio dell’esistenza interiore deve necessariamente passare attraverso i silenzi della Vita, nei quali l’altro può essere mistero profondo, ed ugualmente seme vivo di conoscenza.
Osservo gli occhi di mio figlio e nel suo sguardo posso ritrovare ciò che ho perso del padre-uomo, ciò che ho smarrito di me bambino ed osservare nel contempo un divenire altro ed autentico che nulla mi racconta di me e di mio padre.

Gianluca Patti

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Il diritto di ognuno di essere “altro”

In tema di autismo si parla spesso del ruolo delle Istituzioni e della famiglia nell’attività di inclusione dedicata ai bambini ed ai ragazzi con difficoltà.
Nel merito credo sia fondamentale interrogarsi sulla formazione dei valori etici di una specifica cultura in considerazione dei mutamenti storico-antropologici della società di appartenenza.
In questa analisi sembra avere un ruolo fondamentale il concetto di “normalità”, il quale – non va dimenticato – altro non è che un fenomeno meramente culturale, soggetto alle leggi di una relatività etica. Ecco dunque che tutto appare relativo in funzione dell’immagine individuale o culturalmente collettiva della società. La stessa dicotomia bene-male sembra dipendere dalla considerazione oggettiva che ogni cultura cerca di attribuire alla propria visione del mondo, sulla base dei valori storicamente acquisiti e coltivati.
Cos’è dunque la normalità? Fondamentalmente la normalità è la negazione dell’altro, è l’oblio delle differenze, la costruzione fittizia di una realtà univoca ed inviolabile, nella quale l’alterità, nelle sue differenze, assume valore destabilizzante.
La normalità è quindi fondamentalmente un concetto molto vicino all’idea di antidinamismo, una staticità etica e culturale in contraddizione con i principi evolutivi sia individuali che globali.
Una condizione fertile per la sopravvivenza delle ideologie di massa che danno forma alle strutture sociali.
In questo contesto le Istituzioni sembrano avere la funzione di garantire un rassicurante “etnocentrismo culturale” attraverso la somministrazione di modelli di comportamento in linea con la costruzione dei valori di appartenenza, che conducono ad una visione esclusivamente oggettiva della realtà.
Se però consideriamo che la famiglia, pur in forma circoscritta, rappresenta una vera e propria “dimensione istituzionale” in termini culturali, non è possibile operare una valida correzione dei valori di massa se non si inizia a modificare in primis la personale percezione etica di ciò che è altro da noi.
Auspicare un relativismo culturale che possa condurre la “multitudo” verso un senso di alterità che invòchi il valore delle differenze è opera complessa e non certamente breve. Ma se è vero che le Istituzioni esistono su molteplici livelli sociali già partendo dalla dimensione individuale, è chiaro che noi stessi ne risultiamo parte attiva; siamo lo specchio d’acqua che ne produce il riflesso.
Per questo credo sia fondamentale lasciar cadere il senso contrastante dei ruoli che ci rende elementi separati dai contesti istituzionali, destinati al silenzio ed all’oblio.
Condividere attivamente l’esperienza dell’autismo ci consente al contrario di attribuire un senso di “normalità sociale” a ciò che è differente, valorizzandone le caratteristiche. Quindi non più cercare di modificare a tutti i costi le diversità per avvicinarle alla visione comune, ma modificare la visione comune affinchè essa impari ad avvicinarsi alle diversità. Fare in modo, dunque, che la coesistenza delle differenze sia considerata una condizione di normalità, ma soprattutto un’opportunità di evoluzione sociale.
La conoscenza è parte essenziale di questo percorso di rivoluzione culturale, al di là degli stereotipi che l’immaginario collettivo è in grado di generare. Non credo però che ciò possa sintetizzarsi esclusivamente nel tentativo, utile e legittimo, di portare alla luce le reali condizioni di complessità che l’autismo è in grado di produrre nel vissuto quotidiano di una famiglia; ritengo invece che sia fondamentale dimostrare empiricamente quanto un diverso modo di osservare le cose possa diventare un potenziale enorme di crescita sociale, nel rispetto della libertà di essere a cui ogni individuo ha pieno diritto esistenziale.
Credo che nell’autismo esista un’alternativa lessicale in grado di attribuire alla parola “paura” un opposto diverso da quello ufficialmente riconosciuto nel termine “coraggio”. Nell’autismo il contrario della paura equivale alla fiducia. Solo avendo piena fiducia nei nostri figli è davvero possibile stravolgere il senso oggettivo delle cose.

Gianluca Patti

 

“Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire, hanno paura del mare a furia di invecchiare e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora, ogni giorno della loro vita e che non hanno paura a volte di lanciarsi fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.”

Jacques Brel

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L’incantesimo dell’ attesa

“Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno più lungo per aspettare
Io dico che c’era un tempo sognato
Che bisognava sognare”
(I.Fossati)

Esiste una indissolubile correlazione tra il concetto di attesa e quello di desiderio. Eppure il valore etico di questa imminenza va misurato in funzione della natura stessa racchiusa nell’atto del desiderare. Nell’essenza del desiderio si configura una duplice funzione emotiva che si perfeziona nella necessità di un “ritorno” alle proprie origini essenziali, ovvero di un allontanamento, una frammentazione del sé prodotta per soddisfare l’esigenza di divenire “altro”.
Affermava Osho che “Il desiderio è sinonimo di divenire. Desiderare vuol dire  – quindi – essere qualcos’altro“.
Ma il desiderio può essere anche elemento opposto, un veicolo di ricostituzione individuale, un divenire non altro da ciò che si è, ma consapevolezza piena di ciò che si è.
In questi termini l’attesa diventa momento temporale di maturazione, non immota sterilità dell’agire, bensì qualità del produrre e del conseguire.
La natura dell’autismo, secondo la visione comune, sembra essere priva dell’elemento dell’attesa. Esprime il senso dell’anticipazione che deve superare e vincere la certezza della caducità genitoriale, l’illusione di poter rallentare il processo naturale della vita, di poterne alterare il ciclo attraverso un’opera di modellazione della dimensione individuale dei figli, in funzione dei paradigmi sociali di appartenenza: una frammentazione dell’identità che trova pieno appagamento ideologico nell’opera dissacrante della “riabilitazione”.
La riabilitazione dunque conserva in sé il senso dell’anticipazione, diversamente dall’autonomia che custodisce invece il privilegio dell’attesa. Il momento celebrativo dell’attesa evoca un paradosso fondamentale, o meglio una contraddizione contestuale; consente di diventare testimoni attivi della vita dei figli, ed allo stesso tempo spettatori distanti di un agire che non ci appartiene. “Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.” scriveva Kahlil Gibran nell’opera “Il Profeta”. Nella mia visione delle cose l’immagine di me genitore è più simile ad un sasso in caduta libera nel mare, immobile, poi, sul fondo della vita ad osservare i figli, cerchi concentrici, che si espandono all’infinito nelle acque del mondo. La forza della caduta è energia del divenire che rompe gli schemi, la staticità dei pensieri imposti, per consentire ai figli di procedere come onde libere, in continua trasformazione, eppure sempre integre nella natura della propria essenza. In tal modo l’attesa diventa rivoluzione e contestualmente piena libertà di essere. Rappresenta forse il dono più grande che possiamo dare ai nostri figli, la forza di procedere, nell’attesa di vederli sbocciare in libertà, senza la pretesa di dare loro una specifica identità.
L’attesa, dunque, ci consente di tramutare il desiderio di divenire in desiderio di essere. E la libertà di essere è l’unica eredità salvifica che possiamo consegnare nelle mani dei nostri figli.
Una particolare corrispondenza etimologica riconduce i termini “autismo” ed “autonomia” alla stessa origine semantica, allontanandoli invece, per definizione, sul piano sociale : autòs, se stesso, autòs nòmos, legge del sé. Eppure credo che ciò non sia un caso. L’individualità di una persona con autismo appare molto più integra e genuina di quella di una persona “normodotata” gravata di continuo dal desiderio di diventare altro. Viene allora da chiedersi se la nostra visione di autonomia non corrisponda n realtà al nostro desiderio di mutare, piuttosto che a quello di celebrare la legge del sé presente in noi e nei nostri figli.
Abbracciamo, dunque, il desiderio della vera autonomia diventando archi pronti per scoccare o sassi in caduta libera nel mare, e impariamo, poi, l’incantesimo dell’attesa. Resteremo stupiti di quanto lontano possono arrivare i nostri figli.

Gianluca Patti

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La possibilità espressiva delle emozioni

“Ero matta in mezzo ai matti.
I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti.
Sono nate lì le mie più belle amicizie.
I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo.
I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita”.
(Alda Merini)

“Pazzia” è una delle parole dall’etimologia più incerta. La teoria più diffusa ne riconduce le origini al termine greco pathos sofferenza, significato che nei secoli ha assunto un valore esclusivamente negativo, equiparandone il senso all’idea di malattia o più in generale di condizione esistenziale sfavorevole. Non va però dimenticato che anche il termine “passione”, di più favorevole utilizzo concettuale nelle strutture linguistiche contemporanee, custodisce medesime origini. “Pathos”può essere dunque sofferenza mortificante, ma al contempo emozione edificante. Secondo le antiche correnti filosofiche aristoteliche il “pathos” rappresenta la massima espressione dell’animo umano sul piano dei sentimenti e delle emozioni, in netta contrapposizione all’elemento del “logos” che simboleggia, per converso, la ragione e la logica, attributi riconducibili, per convenzione storico/sociale, all’idea generalizzata di “normalità”. In chiave contemporanea, in considerazione del lento ma costante processo di evoluzione e di mutamento ideologico modulato dalle attuali generazioni, questa dicotomia apollineo/dionisiaca sembra perdere valida efficacia, restituendo al pathos un senso valorizzante, non più disgiunto dal raziocinio, ma congiunto ad esso in qualità di forza emotiva senza la quale i principi dell’ethos collettivo non avrebbero modo alcuno di consolidarsi in un perfetto equilibrio di compartecipazione e di condivisione degli spazi sociali.
In questo percorso di rinnovazione ideologica il pathos abbandona la sua antica dimensione di espiazione in quanto male soffocante della ragione ed assume sempre più il significato valorizzante di “intelligenza emotiva”. Intelletto ed emozioni dunque si fondono in un processo di rinnovata consapevolezza che apre le porte ad una nuova etica delle differenze. Una dimensione multidirezionale nella quale l’idea di normalità come massima rappresentazione del logos perde di consistenza, lasciando spazio all’idea di “possibilità espressiva delle emozioni” più fedele all’universo singolare dell’individuo. Dunque la secolare aemulatio del comportamento celebrata dalle comuni strutture etno-antropologiche come condizione indispensabile di partecipazione sociale, che per lunghissimo tempo ha provocato lo sgretolamento del senso di unicità ed integrità individuale, cede il passo oggi ad una nuova cultura delle differenze che consente di accedere a visioni altre del mondo da sempre rinnegate e moritificate,  diventando condizione valorizzante di potenziale evoluzione culturale globale.
Dunque, così come pathos e logos diventano elemento unico di accrescimento umano allo stesso modo differenza e società si fondono dando luogo ad una dimensione basata non più sull’emarginazione dell’altro, ma sull’opportunità del non uguale.
Questo percorso di rivoluzione ideologica ha inizio con la chiusura dei manicomi che interrompe l’oblio delle differenze celebrando la rinascita del “pathos- emozione” in luogo del “pathos-sofferenza”. Ciò almeno sul piano teoretico. Ma il processo di ricostituzione sociale deve fare i conti con il più lento processo di rielaborazione culturale in applicazione alla vita che ancora oggi incontra molteplici resistenze. Alterità significa imparare a celebrare la passione delle differenze maturate nel rispetto dell’ “ethos” comune, rinnegando l’istinto di emulazione forzata come prodotto dell’anticultura patologica, capace di generare solo demenza.
“Pazzo” oggi non è più colui che differisce, ma colui che emula rinnegando la natura del sé.

Gianluca Patti

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Il difficile confine tra adattabilità sociale e integrità individuale

«Non ti diedi né volto, né luogo che ti sia proprio, né alcun dono che ti sia particolare, o Adamo, affinché il tuo volto, il tuo posto e i tuoi doni tu li voglia, li conquisti e li possieda da solo. La natura racchiude altre specie in leggi da me stabilite. Ma tu, che non soggiaci ad alcun limite, col tuo proprio arbitrio, al quale ti affidai, ti definisci da te stesso. Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine…» (Pico della Mirandola, “De hominis dignitate”)

Quando leggo le notizie relative ai traguardi dei nostri bambini e l’immensa fiducia nelle loro possibilità sento che la funzione del Progetto “Pass conduce ben oltre il senso della partecipazione condivisa, ma rappresenta una vera opportunità di Consapevolezza, un invito a rallentare il passo nella corsa contro il tempo verso ideali riabilitativi che promettono soluzioni incerte, destinate a curare le aspettative dei genitori, più che a valorizzare la singolarità dei figli. Un’occasione concreta per volgere lo sguardo altrove, ovvero, come diceva Tiziano Terzani, per lasciare l'”autostrada” rinunciando a correre a 200 km/h, così da imboccare sentieri laterali e strade nuove.
Allora viene da chiedersi quale sia il senso delle scelte che abbiamo fatto, cosa vogliamo realmente ottenere e raggiungere, ma soprattutto quali siano le reali opportunità di sviluppo autonomo ed individuale e di inclusione sociale che stiamo offrendo ai nostri figli attraverso i diversi percorsi terapeutici ai quali abbiamo affidiamo la loro vita, spesso solo per inseguire la nostra idea di “normalità”.
Personalmente non ho mai cercato nei figli una condizione di forzata similitudine, ispirata ai più comuni modelli comportamentali, nè tantomeno un appagamento legato ad incompiuti traguardi personali o ad idealistiche aspettative, ma ho sempre considerato la libertà di essere il centro fondamentale della loro esistenza, osservando con curiosità ed ammirazione nuove e più limpide visioni del mondo.
In premessa ho citato un passo di Pico della Mirandola, dall’opera “Oratio de hominis dignitate” (Discorso sulla dignità dell’uomo), che termina con una frase a mio avviso illuminante: “Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine…”
Credo che l’idea comune di “riabilitazione” oggi inviti a fare giusto il contrario. Offre ugualmente una possibilità di trasformazione, ma in senso opposto, portando dentro all’individuo qualcosa che per natura non gli appartiene. Un vero e proprio “trapianto comportamentale” che prima o dopo, in molti casi, rischia di produrre gli effetti devastanti di un rigetto.
Una condizione che, non raramente, ha coinvolto e coinvolge tuttora l’intero sistema educativo contemporaneo, pur con differenti frequenze e modulazioni, formando personalità e caratteri sintetici e strutturati. Ed invero, prendendo in esame la funzione dei percorsi educativi e degli assetti sociali che hanno accompagnato la nostra evoluzione individuale, ci si rende conto di quanto profondamente ci siano stati somministrati paradigmi di comportamento ben distanti dalla nostra reale natura, intervenendo forzatamente sul piano ideologico e culturale. Un paradosso etico rappresentato da una forma silenziosa di “abilitazione” a vivere in una società contaminata, che abbiamo inconsapevolmente subìto ed accettato come mezzo indispensabile per l’acquisizione di discutibili modelli di “correttezza e perfezione” da emulare e replicare.
Qual è dunque il giusto confine tra adattabilità sociale e integrità individuale? Esiste un punto di incontro? Credo che questa ricerca sia uno degli obiettivi fondamentali del progetto “Pass”. Trovare il corretto equilibrio tra dimensione sociale e natura individuale vuol dire concedere ad ognuno la possibilità di coltivare il proprio modo di essere, ma è necessario che questo valore sia riconosciuto ed accolto da una società funzionale, basata, cioè, sulla forza delle differenze.
Ci si rende conto, allora, che l’idea del Pass” va ben oltre la dimensione dell’autismo, è un’occasione di rivalutazione esistenziale che coinvolge prima i genitori, e di riflesso la società tutta. Un processo che conduce ad interrogarsi su cosa significhi realmente essere autonomi…
Sul senso dell’autonomia scrissi ampiamente in un recente articolo, evidenziando il significato che si nasconde dietro la struttura semantica del termine.
“Autonomia” significa letteralmente “legge del sè”, per cui è chiaro che qualsiasi “percorso terapeutico” dovrebbe avere sempre una funzione educativa, la capacità, quindi, di “ex ducere“, di tirar fuori ciò che per natura ci appartiene. Può l’attuale idea di riabilitazione operare in questi termini? Sul piano scientifico non ho le necessarie competenze per dare una risposta a questo interrogativo, ma sul piano etico la domanda rimane e conduce verso considerevoli dubbi.
Al contrario è evidente come il progetto “Pass” conservi la possibilità di operare su molteplici livelli, e sono convinto che anche i genitori che stanno iniziando semplicemente a mettere in discussione la propria visione del mondo, pur senza trovare ancora una concreta forza di agire sul piano sociale, stiano seminando attivamente questi ideali. Rivalutare se stessi è una tappa indispensabile del processo di modificazione globale ed apre le porte ad un futuro nuovo per i nostri figli.
Alla luce di ciò è fondamentale comprendere che il Progetto “Pass non deve essere accolto come un possibile percorso riabilitativo, ma come un’opportunità di rivalutazione individuale, uno strumento che conduce verso una rinnovata cultura dell’alterità, un modo nuovo di aprirsi alla vita che annulla l’idea stessa di riabilitazione, dando pieno spazio a quella di “individuo”. Un mezzo attraverso cui i nostri figli diventano scultori di se stessi, trovando nel contempo una perfetta corrispondenza nel complicato tessuto della rete sociale, fino a poterne autonomamente modificare le trame.
Per noi genitori è un cammino impegnativo, non privo di esitazioni, dutrante il quale la sensazione di vacillare e di cadere accompagna spesso i nostri passi.
In questi momenti ripenso alle parole scritte da Massimo Gramellini nel libro “L’ultima riga delle favole”:

“Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo”.

Gianluca Patti

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La ricerca distruttiva della colpa

Osservando da genitore il mondo dell’autismo ciò che noto è che spesso si fa confusione tra conoscenza oggettiva, che di fatto può avere valore esclusivamente scientifico (anche se credo che in materia di autismo oggi esista ben poco di oggettivo sul piano epistemologico) ed esperienza empirica che assume una rilevanza fondamentale nella dimensione personale o in contesti circoscritti, ma che non può assurgere in alcun modo a verità assoluta.
Si possono condividere esperienze e visioni, ma spesso nell’interpretare le considerazioni di molti genitori mi sembra che si voglia imporre al mondo una prospettiva personale, disprezzando con sarcasmo le prospettive altre. Non si tratta di stabilire ciò che è giusto o ciò che è sbagliato, ma di non abbandonare la sana capacità di mettersi in discussione.
Forse bisognerebbe riscoprire il valore della partecipazione nei confronti di una difficoltà condivisa, valore che oggi, purtroppo, cede il posto ad una forma di competizione etica di cui onestamente mi risulta difficile comprendere il senso. Sulla base della mia personale esperienza, credo che l’aspetto emozionale influisca in maniera considerevole nella gestione di una realtà come l’autismo, spesso profondamente complessa da comprendere e da affrontare, dando luogo ad una ricercata e costante forma di ostilità che evoca e promette salvezza. La rabbia è purtroppo un sentimento privilegiato in questo cammino, e ci conduce facilmente verso l’individuazione di una colpa e di un colpevole indefinito, o idealmente definito, contro cui rivolgere le nostre frustrazioni. E’ una fase di vulnerabilità in cui non raramente emergono insicurezze personali di remota formazione che contribuiscono a consolidare un doloroso senso di smarrimento  e di disequilibrio esistenziale, già maturato in seguito all’esperienza diagnostica. Questa rabbia, questa ricerca di una responsabilità altra ci donano l’illusione di una forza apparente, alimentata da un profondo senso di ingiustizia da cui nasce una necessità di agire e di reagire nei confronti di una condizione avversa che di fatto appare incontrastabile. Una responsabilità che assume molte forme, ma che ci imponiamo di individuare quasi sempre nella dimensione scientifica.
E’ ovviamente innegabile che gli aspetti eziologici e terapeutici restino materia fondamentale ai fini della ricerca e del trattamento nel campo dell’autismo, ma andrebbero considerati e valutati con oggettiva lucidità, senza cercare a tutti i costi un colpevole contro cui puntare il dito.
Imparare ad abbracciare l’autismo come una diversa prospettiva da cui osservare il mondo e non come il risultato di una colpa altrui può liberarci dal senso di impotenza che soffoca la serenità del nostro procedere, restituendoci la Consapevolezza di una “coincidentia oppositorum” nella quale il dolore e le difficoltà non rappresentano il frutto di una responsabilità altra, nè una paradossale forma di “ingiustizia divina”,  ma una “naturalis conditio” dell’equilibrio esistenziale.

“Non è la cura, ma è la guarigione che cerco. E la guarigione è la ricostituzione dell’equiilibrio” (Tiziano Terzani)

Gianluca Patti

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Il dono consapevole della paternità

Recentemente sul sito lamenteemeravigliosa.it. è apparso un articolo che approfondisce  in maniera molto interessante il tema della paternità, offrendo un’opportunità indispensabile di riflessione e di autoanalisi. Le argomentazioni proposte evidenziano una condizione di forte rivalutazione sociale del nostro tempo, più strettamente correlata ad un processo di rieducazione della famiglia in termini di ruoli e di responsabilità. Questa metamorfosi evolutiva è il risultato di una maggiore consapevolezza etica e culturale maturata nel corso di un processo storico secolare, durante il quale rapporto tra genitori e figli si è gradualmente stabilizzato su di una dimensione di comunicazione libera e condivisa, che ha consentito di ridimensionare le distanze generate da erosive strutture gerarchiche di più arcaica formazione.
Un cambiamento che viene esplicitato in maniera molto funzionale da Massimo Recalcati ne “Il segreto del figlio” dove l’autore si concentra in particolare sulla figura paterna, rappresentando come il triste stereotipo del  “padre-padrone” abbia lasciato il posto ad una più favorevole condizione di partecipazione fattiva ed emotiva alle fasi di crescita dei propri figli.
E’ ovvio che questa evoluzione genitoriale è frutto anche di un profondo cambiamento delle strutture sociali contemporanee, nelle quali l’idea di famiglia assume sempre di più una funzione generalizzata ed equilibrata di condivisione e di collaborazione. Una corresponsabilità, tuttavia, da cui oggi difficilmente ci si può sottrarre per motivi logistici e funzionali. Viene perciò da chiedersi se questa ricostituzione positiva del ruolo paterno sia frutto di una conquista consapevole orientata verso una più solida esigenza di partecipazione alla vita dei figli, o semplicemente una condizione di forzata  collaborazione ai fini della necessaria sopravvivenza familiare. Non è raro, purtroppo, che sia la seconda motivazione a prendere il sopravvento, diventando poi motivo di frustrazione e di fallimento nel rapporto di coppia, a discapito della serenità dei figli. Se è vero che questa diffusa insufficienza qualitativa del ruolo compagno/padre affonda le proprie radici in una naturale incapacità di attivazione responsabile e di infantilistico egocentrismo maschile, non può mai trovare giustificazione in una esclusività legata ad una comoda motivazione genetica. Il fallimento del ruolo paterno, seppur in parte imputabile ad una tipicità caratterizzata da limiti naturali, culturali ed ideologici, è per lo più frutto di una progressiva e consapevole involuzione individuale, e spesso di un indebolimento del legame d’amore genitoriale e di coppia che, al contrario, quando assume carattere di solidità, è in grado di trasformare il senso di responsabilità in naturale esigenza di partecipazione. L’intelligenza emotiva è sempre il risultato di una scelta consapevole. E’ pur vero, di contro, che la ritrovata affermazione ed il giusto riconoscimento del potenziale femminile, per secoli arbitrariamente negato e soffocato, hanno provocato, in molti casi, una inversione dei ruoli nella quale la partecipazione paterna alla dimensione domestica e familiare viene da una parte pretesa e ricercata, ma dall’altra contestata e sminuita o addirittura rifiutata.
Un esempio eclatante è rappresentato dai gruppi scolastici di WhatsApp istituiti della mamme a scopo di confronto e di informazione; gruppi dai quali i papà sono sistematicamente ed incomprensibilmente esclusi, ma nei quali poi, paradossalmente, le donne lamentano la scarsa partecipazione dei propri compagni alla vita scolastica dei figli.
Un paradosso imputabile (ma non giustificabile) probabilmente anche ad una graduale perdita di fiducia nel senso di responsabilità e di impegno maschile  nella dimensione familiare che per secoli si è rivelata insufficiente o addirittura assente.
Un altro stereotipo invalidante è che l’amore paterno non possa essere equiparabile, in termini qualitativi e quantitativi, a quello materno, confondendo l’indiscutibile ed esclusiva solidità del legame madre/figlio creato durante la gravidanza ed il parto con la capacità di amare e di prendersi cura che appartiene ad entrambe le figure genitoriali. Ed invero la qualità del ruolo dei genitori può essere sintetizzata in una fondamentale questione culturale, in senso ampio, che trova piena realizzazione proprio nella consapevolezza del reale significato di “prendersi cura”. Una rivelazione in grado di abbattere il senso di dominazione secolare dei genitori nei confronti dei figli, i quali cessano finalmente di rappresentare una proprietà esistenziale di cui il genitore può disporre fino a delinearne addirittura le tracce del tempo futuro. Oggi si è compreso che “prendersi cura” significa soprattutto diventare consapevoli delle differenze dei propri figli, “rispettare e celebrare il “segreto” (citando il termine di Recalcati) di una individualità che già smette di  appartenerci nell’istante in cui accendiamo la scintilla della vita. A tal proposito è ancor più illuminante il capitolo de “Il Profeta” di Kahlil Gibran dedicato ai figli, che descrive in maniera chiara e toccante il senso concreto dell’essere genitori.
In conclusione sono convinto che la dimensione familiare dovrebbe essere un luogo di eguale partecipazione e responsabilità guidate da un senso di amore profondo e consapevole, nel rispetto di ogni singola individualità. In un simile contesto non è raro che siano i figli a rappresentare un valido esempio educativo di rinnovazione, di conoscenza e di apertura alla Vita per i genitori, e non viceversa…

Gianluca Patti

 

“I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete offrire dimora ai loro corpi, ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.

Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.”

(K.Gibran  – Il Profeta)

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