Mese: aprile 2016

Percorsi immateriali

“Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo di un pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo.” (T. Terzani)

In un articolo della “Bustina di Minerva” rubrica curata da Umberto Eco sul settimanale “L’Espresso”dal 1985 al 2016, raccolta poi in un’antologia, lo scrittore elenca una serie di suggerimenti su come esprimersi correttamente in italiano. Tra le 40 regole menzionate la undicesima invita ad evitare l’uso di citazioni utilizzando, paradossalmente, a titolo di esempio una nota frase di Ralph Waldo Emerson:
“Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
Confesso che, sul piano culturale, non mi sento di condividere pienamente questa scelta letteraria, in quanto il bagaglio formativo di un individuo è costituito solo in parte da esperienze dirette di vita concreta; nel lungo percorso di accrescimento personale intervengono incessantemente elementi concettuali di studiosi ed autori antichi e contemporanei, che contribuiscono inevitabilmente a modellare la propria dimensione ideologica ed intellettiva. L’utilizzo di una citazione come premessa, parte o epilogo di un componimento testuale non costituisce, a mio avviso, fattore impersonale, pleonastico o pletorico, ma conferisce  valore rafforzativo ed esemplificativo ad una riflessione soggettiva.
Da ciò la scelta di avvalermi spesso di citazioni all’interno dei miei articoli come sintesi esplicativa di un pensiero condiviso.
Una di queste appartiene al filosofo Rabindranath Tagore:
“La libertà che significa unicamente indipendenza è priva di qualsiasi significato. La perfetta libertà consiste nell’armonia che noi realizziamo non per mezzo di quanto conosciamo, ma di ciò che siamo.”
Ancora una volta, parlando di autismo, ripropongo il tema della libertà e dell’autenticità esistenziale, questa volta indirizzando gli stessi concetti verso un piano spirituale e teologico.
Recentemente mi è capitato di leggere su di un journal on line un articolo della Dott.ssa Luisa Di Biagio, etologa e psicologa, nel quale, in maniera molto analitica e con con grande obiettività e neutralità, viene illustrato il connubio autismo/religione.
In relazione all’argomento ho immaginato quali potessero essere i diversi punti di vista e le scelte dei genitori, alimentati ovviamente dalla propria dimensione spirituale in sofferta condivisione con l’esperienza dell’autismo.
Per alcuni la religione è elemento indispensabile di formazione dell’individuo e nei casi più estremi ne viene coinvolto anche il percorso terapeutico del proprio figlio.
Per altri, pur se ritenuta importante, rientra tra le materie particolarmente sensibili e personali di cui non si ama discorrere in maniera naturale, soprattutto se allineate ad un tema delicato come la disabilità.
Per altri ancora non è materia condivisibile, o più semplicemente, non se ne rileva una significativa attinenza con l’autismo.
E’ innegabile, però, che la sfera teologica, inevitabilmente, per istinto personale o per indottrinamento voluto, converge prima o poi nell’’universo sociale e di crescita evolutiva di qualsiasi individuo, anche delle persone autistiche.
Ricordo un vecchio articolo di cronaca letto tempo fa che aveva come protagonista un bimbo con autismo al quale, durante la prima comunione, era stata negata la consumazione dell’ostia consacrata, in quanto il Parroco affermava che lo stesso non riuscisse a comprendere consapevolmente il significato del sacramento.
Non conosco la storia nei dettagli e mi astengo dal giudicarne i contorni; non so se per il bambino con autismo fosse davvero fondamentale ricevere o meno l’ostia, ma immagino lo fosse per i genitori, sia per motivi religiosi, che di uniformità sociale.  Non mi sento nemmeno di entrare nel merito della scelta del sacerdote.
Piuttosto leggendo l’articolo mi sono interrogato sulla struttura della dimensione spirituale delle persone con autismo, in particolare ragazzi e adulti, poiché i bambini, durante la prima infanzia sono, fortunatamente,  troppo impegnati a vivere ed a “celebrare divinamente” il presente secondo la legge naturale del “hic et nunc”, piuttosto che perdersi in complicati enigmi esistenziali.
Quali sono gli effetti di un indottrinamento su una persona con autismo? E quando ciò non avviene quale direzione prende la naturale spinta della propria evoluzione spirituale? Se poi si sceglie di coinvolgere un autistico in un preciso percorso religioso quali strategie è opportuno adottare?
E’ difficile stabilirlo con certezza.
Di certo, essendo la materia teologica in ogni sua forma espressiva ricca di metafore e simbolismi, difficilmente risulterebbe correttamente assimilabile da una persona con autismo, alla quale, in genere, manca la capacità di immaginazione ed astrazione concettuale. Tenderebbe ad interpretare alla lettera qualsiasi argomento proposto, con risultati inquietanti, come anche evidenziato dalla Dott.ssa Di Biagio.
Personalmente considero questa differenza percettiva un valore aggiunto e non un limite, in quanto favorisce una maggiore genuinità spirituale attraverso un contatto spontaneo e sincero con la vita. Una spiritualità, quindi, fondamentalmente libera da concetti e ideologie, ma incentrata esclusivamente sul valore istintivo e consapevole dell’esistenza.  Come ha scritto, appunto, Tagore: “Una perfetta libertà”
Tra le varie scelte religiose possibili rientra, naturalmente, anche quella di costruire un profondo rapporto assolutamente individuale con la spiritualità, muovendosi in una dimensione di universalità e di totalità non riconducibile necessariamente ad alcuna dottrina specifica, attraverso un percorso di percezione soggettiva, spesso valorizzato, ove possibile, da un approfondimento storico-culturale delle principali religioni del mondo, per riscoprirne struttura, genuinità, limiti, distorsioni, potenzialità ed eccedenze, al solo scopo di conoscenza ed oggettiva valutazione.
Si preferisce, in tal caso, individuare la matrice dell’essenza divina nella totale manifestazione esistenziale attraverso la contemplazione di ogni forma di vita possibile, anzichè in una ipotetica e distinta figura divinatoria.
Ci sono persone che si sentono spiritualmente appagate semplicemente osservando il cielo o restando distese su di un prato a contemplare il mondo, piuttosto che chiudersi in un tempio dedicato alla preghiera o rivolgersi ad un’identità astratta. Una scelta non riconducibile assolutamente ad una visione edonistica, ma finalizzata solo al raggiungimento di un personale equilibrio esistenziale.
Non a caso ha scritto  Gibran nel “Il Profeta”:
“Se volete conoscere Dio, non siate solutori di enigmi.
Guardatevi intorno, piuttosto, e lo vedrete giocare con i vostri bambini.
E guardate nello spazio; lo vedrete camminare tra le nubi, stendere le Sue braccia nei fulmini e scendere nella pioggia.
Lo vedrete sorridere nei fiori, poi levarsi e agitare le Sue mani sulla chioma degli alberi.”
Sono convinto che le persone con autismo avendo strategie percettive più complesse e sotto determinati aspetti più complete di quelle neurotipiche, vivano una spiritualità più genuina riuscendo ad entrare maggiormente in profondità nel senso concreto delle cose. Nulla toglie che, poi, questa attitudine possa essere adeguatamente completata e rafforzata attraverso una specifica formazione teologica, secondo gli schemi e le tradizioni della famiglia di appartenenza, garantendo comunque sempre un rispettosa possibilità di libera scelta individuale.
Ma fino a che punto è possibile ed opportuno, in termini di valorizzante crescita umana, indirizzare la particolare natura percettiva di una persona con autismo verso una precisa scelta religiosa o coinvolgerla in un determinato percorso teologico e spirituale, pur utilizzando diverse strategie comunicative?
Davvero non saprei.
Citando il Manzoni, a molti verrebbe da dire:”ai posteri l’ardua sentenza”…
Ma preferisco concludere con una meno nota affermazione di Osho Rajneesh in merito ai “percorsi immateriali” che conducono ad una solida Consapevolezza spirituale.
Quando gli fu chiesto a quale religione appartenesse, rispose:
“Sono una piccola parte di ogni religione e una grande parte di nessuna religione”
(Osho Rajneesh)

G.Patti

 

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Una rinascita costante

“Forse l’amore è il processo con il quale ti riconduco dolcemente a te stesso.
Non a ciò che io voglio che tu sia, ma a ciò che sei.”
(Leo Buscaglia)

In un recente post ho parlato del difficile compito affidato agli educatori dei ragazzi con autismo di guidarli verso un percorso di crescita, proteggendone contestualmente l’autenticità individuale.
Ma che ruolo ha la famiglia in questa complessa equazione esistenziale?
Esiste un sottile confine tra la sacralità della natura individuale di una persona e la necessità di adattarsi alle esigenze del vivere sociale. E’ un difficile compromesso che riguarda qualsiasi essere umano e rappresenta la base di ogni contesto civile. Avere la facoltà di restare integri nella propria essenza evitando di alterare l’equilibrio funzionale della società richiede coraggio, intelligenza e grande sensibilità, ma soprattutto profonda conoscenza di se stessi.
Per un autistico questo compromesso rappresenta più di una scelta; è pura sopravvivenza.
Imparare a muoversi secondo gli schemi e le regole della collettività equivale ad acquisire le autonomie necessarie per ottenere una condizione di libertà civica e personale che garantisca una reciproca armonia tra soggetto e società.
Ottenere questo traguardo senza rinnegare la propria natura percettiva è molto di più, è opera di Consapevolezza e motivo di abbondante serenità e stabilità interiore.
E’ pur vero che le divergenze ambientali, culturali, etiche e comportamentali esistenti tra diversi individui che condividono la stessa dimensione sociale raramente riescono a garantire una perfetta concertazione degli intenti comuni, e l’impegno di perfezionarsi in tal senso, per un soggetto perfettamente autonomo è sempre una responsabilità individuale, una scelta derivante dalla facoltà del libero arbitrio. Una scelta, quindi, assolutamente responsabile!
Nella disabilità, soprattutto quando manca la capacità di cosciente discriminazione comportamentale, come spesso accade alla persone con autismo,  questo difficile compito ricade, invece, esclusivamente sulle famiglie.
Il processo di adeguamento sociale e di acquisizione delle autonomie viene però spesso confuso dai genitori con la necessità di modificare o addirittura rinnegare la natura “atipica” del proprio figlio, imponendo modelli evolutivi in antitesi con le sue naturali predisposizioni e potenzialità. Un bambino con autismo ha attitudini uniche, specifiche capacità percettive e sensoriali, abilità, passioni e talenti individuali che vanno assolutamente rispettati e, ove possibile,  coltivati e perfezionati attraverso un adeguato percorso di crescita educativa e comportamentale, con la costante di un amore profondo ed incondizionato.
Alle volte questo desiderio di trasformazione deriva, forse, da una mancata accettazione della neurodiversità in antitesi con le proprie aspettative genitoriali di “utopica perfezione” che conduce i genitori a voler necessariamente indurre il proprio figlio ad esprimersi secondo modalità tipiche e schemi idealistici che ovviamente non gli appartengono e sono in contrasto con la propria dimensione percettiva. Un atteggiamento, a mio avviso, che rischia di condurre entrambe le parti verso una sofferta e reciproca frustrazione causando, spesso, anche una preoccupante regressione  del soggetto autistico.
Quando un genitore non riesce ad abbracciare la natura particolare e le variabili sensoriali e comunicative del proprio figlio dovrà, forse, iniziare ad interrogarsi profondamente sulle cause concrete di questa mancata accettazione.
Per questo motivo  sono dell’idea che chiunque viva l’esperienza di un figlio disabile debba sempre ri-partire da se stesso. Chiunque riesca a fare coscientemente questa valutazione ha la capacità di trasformare la disabilità in opportunità.
Un figlio disabile è una risorsa infinita che ti costringe ad intraprendere un percorso introspettivo verso il tuo stesso centro, a ritornare autentico e vivo.
E’ una sfida quotidiana, una rinascita costante.
E’ amore, dolore, paura, ostacoli, traguardi, limiti, possibilità e conquiste .
Un sottile gioco di equilibri tra sé stessi ed il mondo.

G.Patti

 

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papà…

Il tuo cercarmi, come ombra sul mare
nella quiete irreale e perfetta dei tuoi silenzi
grida forte una parola che la bocca fatica a pronunziare.

Eppure irrompe travolgente dai tuoi occhi
come una cascata sul cuore della vita.

Sono attimi vibranti, intangibili frequenze d’amore
che colorano il senso scuro dell’attesa.

Sillabe laconiche che, nella brevità di una parola,
racchiudono la sacralità di un’unione
accesa e illuminata dalla scintilla della vita.

Si posano sottili e delicate sul manto pesante dei miei giorni
e come foglie d’autunno promettono rinascita tra le mani dell’inverno.

Anche adesso, mentre dormi  sereno
e le mie mani tramutano in parole i segreti del cuore
posso udire il suono dei tuoi silenzi.

Chiudo gli occhi un istante
e ascolto la tua voce immaginata e trasparente
raccogliere gli ultimi attimi della notte
e sussurrarmi dolcemente:“papà”

(G.Patti)

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ars docendi

Quando si parla di autismo è inevitabile incontrare argomentazioni relative all’istruzione, alla didattica ed alla dimensione scolastica, come luogo di apprendimento e di opportunità inclusive, finalizzate alla crescita individuale ed all’integrazione sociale.
Emerge forte in questo contesto la natura dialettica della narrazione tematica che conduce direttamente al concetto di “educazione” come astrazione rappresentativa dei mezzi di conoscenza, crescita introspettiva e sviluppo dell’intelletto.
In merito al termine sono diverse le fonti e le attribuzioni semantiche che tentano di rivelarne la natura finalistica. Si parla di “apprendimento di principi intellettuali e morali”, “affinamento della sensibilità”, “correzione del comportamento in accordo con le esigenze dell’individuo e della società”, “processo di trasmissione e acquisizione di elementi culturali, estetici e morali”.
Più in generale di “processo di formazione dell’individuo.”
Ma cosa si tenta di trasmettere realmente con il termine “educazione”?
L’ampiezza degli argomenti che ne strutturano il senso, in applicazione alle diverse sfere del vivere sociale, rende necessario analizzarne la natura etimologica per riscoprirne i valori primordiali che hanno dato forma, corpo e sostanza all’idea ed alle finalità che ne identificano la meta.
Il termine deriva dal verbo latino educĕre, “trarre fuori”, “tirar fuori ciò che sta dentro”.
E’ chiaro come il fine intrinseco dell’educare sia votato ad intraprendere un cammino di crescita che parta dall’interno dell’individuo per favorirne lo sviluppo di facoltà ed attitudini, piuttosto che iniziare da percorsi esterni, divulgatori esclusivi di conoscenza e di apprendimento cognitivo.
Appare oggi evidente quanto queste strategie edificanti prendano spesso direzioni sbagliate cercando di modellare gli individui secondo schemi precostituiti e generalizzati, a discapito del processo di crescita individuale, de-umanizzando e de-individualizzando gli scolari al pari di contenitori cerebrali da riempire con annose e ripetitive nozioni testuali.
Un processo di categorizzazione umana che tende ad identificare il grado di cultura ed il valore sociale di un soggetto nella quantità di informazioni acquisite piuttosto che nella qualità delle caratteristiche etiche e vocazionali.
Una circostanza, questa, che riporta alla mente la sottile differenza tra “intelletto” ed “intelligenza” proposta dal mistico contemporaneo Osho Rajneesh:

“Non confondere mai l’intelletto con l’intelligenza: sono poli opposti.
L’intelletto appartiene alla testa; ti viene insegnato da altri, ti viene imposto.
Devi coltivarlo. È una cosa presa a prestito, una cosa estranea; non è innato.
Invece l’intelligenza è innata. È il tuo stesso essere, la tua stessa natura”

Quando l'”educazione” diventa materia di formazione per un individuo disabile questa differenza appare ancora più marcata. La diagnosi diviene essa stessa categoria ponendo limiti concretamente ipotetici, ma idealmente verosimili, all’evoluzione ed alla crescita individuale.
Nell’autismo il concetto di categoria risulta maggiormente inadeguato e paradossale in considerazione della molteplicità dei sintomi che ne caratterizzano l’evoluzione. Risulta infatti fondamentale tracciare i contorni dell’ “individualità autistica” prima di iniziare a lavorare sullo sviluppo dell’individualità soggettiva.
Un sottile e complesso percorso evolutivo che trova quasi sempre impreparati gli educatori preposti al delicato compito di favorire il processo di antesi umana.
Con ciò non è assolutamente auspicabile, ne ammissibile la realizzazione dell’individuo in quanto tale senza il mezzo della conoscenza. Ma l’acquisizione nozionale assume significato solo se indirizzata alla fioritura dell’unicità.
La società è categoria per definizione, ma diviene dimensione valorizzante solo nella fusione e nell’equilibrio delle diversità  come parti evolutive ed indispensabili del tutto.
In un contesto collettivo funzionale, dove la diversità diviene ricchezza è naturale che la disabilità sia considerata unicità valorizzante. A quel punto lo scopo comune sarà automaticamente indirizzato alla crescita globale su solide fondamenta di etica umana e civile.
Non sono un educatore di professione, ne oserei mai elargire consigli relativi ad una materia che non mi appartiene, ma da ex scolaro con qualche esperienza educativa poco soddisfacente ed antico testimone diretto della discutibile abilità di alcuni precettori incontrati sul mio cammino formativo, nonchè da padre di un bambino con autismo auspico una scuola in grado di proporre adeguati percorsi di consapevolezza individuale e collettiva, che non evidenzi limiti ma generi possibilità, che costruisca risorse e non ostacoli, che induca sentimenti di autostima e realizzazione e non di fallimento e frustrazione.
Una scuola in grado di leggere l’anima delle persone prima di qualsiasi libro di testo. E soprattutto capace di coltivarne l’essenza.
Devo  affermare che ad oggi l’esperienza personale di mio figlio documenta una realtà scolastica assolutamente positiva, ma la cronaca ci  racconta in maniera ricorrente che purtroppo non è sempre così; ma è pur  vero che esistono tante ottime scuole e tanti bravi educatori, come è capitato a mio figlio.
Sono convinto che i percorsi della conoscenza devono sempre attraversare quelli della Consapevolezza. Quando non è così si tratta solo di apprendimento; di materia sterile.

“Consapevolezza è“l’istante in cui la goccia si fonde nell’oceano,
nell’attimo stesso in cui l’oceano si riversa nella goccia
” (Osho Rajneesh)

G.Patti

 

 

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Il senso della vita

Ricorre spesso in questi giorni, nel fluire lento o accellerato dei dialoghi elettronici tra noi genitori, testimoni eletti dell’autismo, il tema della felicità, come matrice suprema di ogni appagamento esistenziale.
C’è un percorso obbligato che ogni singola coscienza è invitata a percorrere nell’alternarsi delle tappe della vita per giungere alla consapevolezza di ciò che dà un senso universale al respiro del mondo.
La percezione di questo cammino è opera individuale, si nutre di esperienza, conoscenza e modulazione intellettiva ed emozionale. Non ci sono traguardi definiti, ma solo percorsi soggettivi che hanno l’illusione di poter condurre verso un epilogo universale, verso traboccanti verità oggettive.
Ad un genitore di un bambino con autismo non è concesso di percorrere nel tempo le tappe introspettive di questo viaggio esistenziale. Deve necessariamente andare oltre. Deve acquisire immediata consapevolezza genitoriale, liberarsi da ogni limite filtrante imposto dai modelli culturali, teologici e sociali che hanno strutturato la propria personalità e la propria dimensione cognitiva nel trascorrere della vita.
L’istante della diagnosi diviene attimo eterno. Ogni cosa si ferma, tutto si rivaluta.
Si riparte da zero, ma su sentieri differenti e con tempistiche accellerate. E’ una corsa contro il tempo.
E’ necessario salvare se stessi dal dolore, trovare la forza per inventarsi una nuova vita e rinnovate possibilità e contestualmente cercare di risvegliare la coscienza universale, di modificarne i valori umani ed antropologici.
Per noi, ombre sociali, portatori eterni di silenzio, l’altrui cultura dell’alterità diviene paradigma di salvezza ed il senso del tutto ricade sfinito in un abisso di speranza che proietta e modella sulle pareti del futuro immagini troppo sfocate e sbiadite per distinguerne i contorni nell’incertezza del presente.
Cos’è, dunque, la felicità per un genitore di una persona con autismo?
E’ rinascita individuale.
E’ pura opera di umanizzazione e riscatto universale.
E’ l’ardire sfrontato di voler cambiare il mondo…

 

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Una semplice domanda…

2 Aprile…in questa data ogni anno il tempo sembra opporsi per un breve istante all’inarrestabile moto della vita.  Ne osservo il riflesso abbagliante, simile ad un riverbero di luce su una superficie d’acqua e mi domando come mai l’autismo riesca ad apparire tanto diverso agli occhi dell’altrui mondo, il mondo dei rumori e delle parole.
E’ come restare fermi davanti ad uno specchio e chiedersi se l’immagine che i nostri occhi percepiscono è identica a quella che lo sguardo delle persone attorno a noi riceve nell’osservarci. Ciò che la vista restituisce ai nostri sensi non corrisponde mai all’esperienza visiva degli altri.
Sono infiniti i filtri che colorano la realtà e ne modificano le forme.
Per chi come me è dentro l’autismo e quotidianamente ne assapora i silenzi e ne respira le incertezze l’immagine ritorna sempre limpida e diretta. Ne distinguo chiaramente i contorni con la consapevolezza che ciò che osservo è reale e concreto, perchè posso viverne profondamente l’essenza fino a diventarne sostanza.
Ma con quale volto l’autismo si presenta a coloro che non ne hanno mai avuto esperienza diretta? E davvero’ difficile stabilirlo con chiarezza.
Bisognerebbe forse, di tanto in tanto,  imparare a scavalcare il ponte delle emozioni  e scivolare oltre questa vita di silenzio, di attesa e di speranza, come un viaggio extracorporeo che ci consente di divenire per un attimo spettatori di noi stessi piuttosto che protagonisti.
Può il 2 aprile rappresentare un’opportunità anche in questo senso?
Fin dall’inizio della sua istituzione lo scopo di questa giornata mondiale è sempre stato quello di raccontare il punto di vista dell’autismo per farne atto di condivisione e consapevolezza.
Per fare ciò, credo, sia opera essenziale interrogarci anche sull’aspetto che l’autismo restituisce alla società riflettendo la propria immagine sullo specchio del mondo, così da poterne correggere la direzione. Avere maggiore chiarezza della percezione che gli altri hanno dell’universo autistico potrebbe rappresentare un mezzo fondamentale per poter raggiungere e modificare adeguatamente la coscienza collettiva.
Lasciare, quindi, che le persone con cui nostri figli condividono gli spazi sociali siano ospiti e spettatori attivi della nostra dimensione di silenzio, ma nel contempo partecipare noi stessi alla visione del mondo per poterne diventare guida e direzione.
A tale scopo mi piacerebbe poter invitare tutte le persone sensibili al problema dell’autismo, ma che non ne hanno mai avuto esperienza diretta e costante a rispondere ad una semplice ed efficace domanda: Cos’è per te l’autismo?
Sono convinto che resteremmo molto sorpresi dalla diversità delle risposte che ne conseguirebbero e potremmo forse imparare nuove strade per restituire al mondo verità e concretezza nei confronti di un problema di cui da nove anni si festeggia una consapevolezza globale senza però comprenderne pienamente il senso.

 

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