Mese: novembre 2016

Autismo: dalla re-clusione all’ in-clusione

Nel libro “L’altra verità. Diario di una diversa”, opera autobiografica di Alda Merini, la scrittrice racconta un aneddoto che ritengo profondamente significativo:
“Un giorno in giardino incontrai un prete. Ero sola e gli chiesi in che concetto Dio tenesse i poveri pazzi. «Mah» rispose quello, «che volete, figliola. I pazzi non sono responsabili.» «Mah», proseguii io, «se Dio ha dato il libero arbitrio perché scegliessimo il bene ed il male, perché ce l’ha tolto con la pazzia?» Il prete rimase confuso e se ne andò borbottando, ma a me quel concetto mi rodeva dentro: perché un folle non può più essere padrone della sua volontà?”

Escludendo i tradizionali quesiti esistenzialisti di matrice teologica di cui non sono convinto sostenitore, trovo eticamente determinante la domanda finale posta dalla Merini. E’ chiaro che oggi non si parla più erroneamente di “follia” intesa come alterazione psichica orribilmente deviante rispetto ai tipici percorsi evolutivi dell’uomo, ma più correttamente, in termini scientifici, di neurodiversità, come naturale alternativa ai più comuni canoni comunicativi e comportamentali.
Eppure nonostante questa fondamentale rivalutazione il senso di libertà resta ancora elemento separato dall’universo esistenziale dei disabili. “Libertà” intesa come facoltà di scegliere, in quanto essere sociale, in considerazione della propria dimensione individuale, operando in una condizione di diritto (e di dovere) equiparabile a quella di qualsiasi altro individuo.
Uno status che presuppone la capacità di poter agire autonomamente nell’universo sociale di appartenenza, comprendendone regole, limiti ed opportunità. Tale prerogativa appare sicuramente insufficiente nel naturale percorso evolutivo degli individui con autismo, soprattutto in considerazione delle limitate capacità comunicative che rappresentano elemento vitale nell’equilibrio funzionale di una collettività.
Come genitore trovo dunque fondamentale favorire fin da subito lo sviluppo di strategie di comunicazione alternativa strutturate sulla base di interventi individuali che possano poi aprire la strada ai più ampi percorsi di autonomia.
Sono assolutamente convinto che le attività terapeutiche restino materia fondamentale nelle fasi di crescita di un autistico, ma per assumere carattere funzionale devono essere organizzate e vissute nel naturale contesto di appartenenza, coinvolgendo ogni livello possibile, casa, famiglia, scuola e società.
In tal senso appare dunque inutile o addirittura rovinosa la figura del centro di “recupero” destinato esclusivamente alla “riabilitazione separata e “reclusiva”, in quanto è fondamentale comprendere che in un soggetto con autismo non esiste alcunchè da riabilitare, ma soltanto abilità innate ed uniche da coltivare e sviluppare, affinchè possano diventare, nel tempo, una risorsa preziosa per la società.
“Riabilitare” significa rendere nuovamente qualcosa funzionale rispetto a precisi modelli prestabiliti, ma se il concetto di società viene svuotato da qualsiasi pretesa di uniformitá, sgretolando l’idea stessa di stereotipo, la disabilità cessa di essere elemento diversificato dal tutto, acquistando unicamente valore di possibilità ed opportunità.
Uno degli errori più comuni, in termini antropologici, imputabile alle collettività “civilizzate” è quello di confondere il concetto di uguaglianza con la necessità di creare strutture aggreganti basate su ideali di perfezione ai quali cui bisogna necessariamente ispirarsi per ottenere la possibilità di esserne parte.
In realtà il concetto di uguaglianza dovrebbe essere inteso come il naturale diritto di appartenere ad un determinato contesto sociale, o più semplicemente di essere parte della vita, con le medesime risorse ed opportunità, nonostante le diversità individuali che nell’insieme formano l’identità del singolo.
Accettare le diversità del prossimo come strumento di confronto edificante trasformandole in risorse etiche, civiche e sociali richiede un duplice impegno; da una parte un distacco consapevole e maturo da tutti i pregiudizi cristallizzati che nel corso del tempo hanno formato le attuali strutture sociali; da un altro il superamento del naturale istinto di appartenenza che spinge gli esseri umani ad unirsi in gruppo, confondendo la propria identità di individui con quella di massa unificata e uniformata nella quale l’unicità del singolo si perde rovinosamente in un sintetico ideale di universalità uguale e conformata.
E’ ovvio che a causa dei valori distorti tipici della cultura dell’epoca, nella domanda della Merini l’assenza di libertà appare imputabile esclusivamente alla condizione di alterazione psichica del “folle”. Oggi si è compreso che i limiti sofferti dalla neurodiversità sono riconducibili esclusivamente alla scarsa adattabilità ambientale ed alla incapacità di favorire valide opportunità di inclusione che possano aiutare i disabili a trovare la giusta identità sociale.
Una grande conquista in termini di consapevolezza che però risulta fortemente penalizzata da un’intelligenza emotiva di massa ancora troppo immatura per favorire un vero rinnovamento culturale.
Di fatto siamo ancora schiacciati dal peso di progressivi condizionamenti e primordiali paure nei confronti di tutto ciò che ci appare diverso e si discosta dai rassicuranti modelli imposti dal mondo, e forse ciò è imputabile alla naturale difficoltà degli esseri umani di cercare, trovare e conservare la propria identità ed unicità; una facoltà che, al contrario, nell’autismo è quasi sempre vissuta in totale naturalezza.
Una volta Osho Rajneesh, per gioco elencò dieci “comandamenti” riconducibili al senso stesso della vita (che riporto in calce). Nel leggerli mi sembra di rivedere il naturale percorso esistenziale di mio figlio, vissuto in maniera limpida, spontanea e trasparente.
Un approccio con la vita semplice ed autentico, soffocato da una società culturalmente ed emotivamente contaminata ed impoverita.
La mia esperienza con l’autismo mi ha permesso di imparare a lasciarmi alle spalle tutte le certezze accumulate nel corso della vita, paure, condizionamenti, credenze, superstizioni, pregiudizi, ed a rivalutare tutto ogni istante.
Un invito alla rinascita che è speranza viva di guarigione da un male comune, sociale e culturale, ben più spaventoso ed angosciante di quello che è stato diagnosticato ai nostri figli.

G.Patti

I 10 comandamenti di Osho:

  1. Non obbedire ad alcun ordine all’infuori di quello interiore.
  2. L’unico Dio è la vita stessa.
  3. La verità è dentro di te, non cercarla altrove.
  4. L’amore è la preghiera.
  5. Il vuoto interiore è la porta della verità, è il mezzo, il fine e la realizzazione.
  6. La vita è qui e ora.
  7. Vivi totalmente desto.
  8. Non nuotare, galleggia.
  9. Muori a ogni istante, così da poter rinascere ogni istante.
  10. Smetti di cercare. Ciò che è, è: fermati e guarda.
    (Osho Rajneesh)

 

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