Mese: marzo 2017

Percorsi concentrici

Nel naturale processo di consapevolezza etica di ogni essere umano emerge l’esigenza di attribuire un’idea di “finalità” al divenire evolutivo della propria esistenza. “Un concept fatalistico” al quale si affida il compito di delineare le forme del tempo futuro.
Ma è davvero possibile frammentare la vita in precisi e strutturati traguardi esistenziali, ridurne l’essenza all’epilogo di un senso specifico ed assolutistico?
Per natura siamo spinti verso una un’irrealizzabile idea di perfezione, auspichiamo la conquista di mete pensate e stabilite, riversando in esse il senso di ogni respiro.
La ricerca di questo “punto Omega” nel nostro vivere inarrestabile, similmente alla “legge di complessità e coscienza” di Teilhard de Chardin, ci conduce verso uno stadio di auspicabile completezza universale che trova appagamento e stabilità nella ricerca di un’identità sociale nella quale ogni individuo stabilisce e riconosce il centro del proprio esistere.
Un istinto primordiale che nella prospettiva percettiva delle neurodiversità resta privo di sostanza e di significato.
Alcuni ritengono che gli individui con autismo posseggano il dono naturale di riuscire a proseguire oltre i percorsi stabiliti dai criteri di sopravvivenza sociale, oltre la trascendenza metaforica dell’idealistico “punto Omega” che determina l’evoluzione individuale ed esistenziale attraverso il confronto e l’approvazione reciproca del proprio e dell’altrui vissuto. In realtà l’autismo non conduce mai al di là degli orizzonti inseguiti dalla coscienza neurotipica, ma ha la facoltà di individuare direzioni differenti, ponendo la propria attenzione all’alternanza dei passi sui percorsi della vita piuttosto che alla destinazione.
Una prospettiva complessa che il nostro sguardo breve fatica a comprendere, riconoscendo solo i limiti di adattabilità sociale che irrimediabilmente produce nella conformata idea di convivenza collettiva.
Così le nostre “intelligenze normali” si adoperano con affanno per restituire all’autismo i “giusti” ed approvati sentieri cognitivi, individuando traguardi lineari ed uniformi che distolgano lo sguardo trasversale dei nostri figli dai paesaggi laterali della vita, anticipando con feroce velocità il tempo e la vita stessa.
Il fine ultimo è il miraggio di una felicità sintetica, garantita da un sufficiente grado di corrispondenza sociale e di addomesticata adattabilità che riesca a superare anche di un solo passo il baratro spaventoso del “dopo di noi”.
Forse bisognerebbe imparare a distogliere lo sguardo dagli orizzonti futuri, ad osservare le sfumature del tempo presente; a concentrarsi sull’incipit della narrazione esistenziale piuttosto che sull’epilogo.
Un buon punto di partenza potrebbe forse essere l’acquisizione di una consapevolezza dissociativa che ci consenta di  allontanarci dall’idea stessa di disabilità, un concetto che inizia a produrre limiti già nella sua origine semantica. Una conquista ideologica e culturale che ci permetterebbe di rivalutare l’idea stessa di individuo in quanto unione di infinite molteplicità che divengono unicità tra le sottili sfumature espressive della vita.
Ciò perché il valore di un’esistenza non può esaurirsi in una definizione. La vita rappresenta un fluire multidirezionale che pur avanzando in senso evolutivo non può mai procedere verso un’unica direzione. Amiamo dunque ogni  “divenire” dei nostri figli, i loro silenzi, le loro attese, la loro prevedibile imprevedibilità, la loro complessa emotività, il loro modo di ascoltare e di codificare la vita, spesso estremamente difficile da comprendere, ma al tempo stesso profondamente libero e trasparente.
Ma soprattutto non dimentichiamo mai che ogni frequenza del loro esistere vibra da sempre con la stessa intensità in ogni nostro respiro, ancor prima di affidarli alle braccia della vita.

G.Patti

 

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