BlogAutismo - I Colori del Silenzio

La Felicità del vivere

“Credimi figlia mia, la grande avventura della vita è quella di essere te stessa, senza lasciarti condizionare da quello che gli altri vogliono tu sia, per la loro pace mentale, per la loro utilità, per ciò che ritengono essere adeguato.
Probabilmente la tua Libertà di Essere, scatenerà isolamento, solitudine, tentativi di manipolazione, gelosie e incomprensioni.
Ricorda che tutto questo è parte del seme, fa parte del processo di apertura del guscio, è il rumore della schiusa, è il seme che fiorendo lascia andare tutto ciò che era prima. Osare fiorire oggi, in questi tempi di deserto, presuppone un grande coraggio, un grande potere, è la più Alta Rivoluzione. E sai perché figlia? Perché quando tu fiorisci, fiorisce anche la speranza.”
(Ada Luz Márquez – Hermana Águila)

Quando si parla di autismo sembrerebbe opinione diffusa riservare l’idea di felicità ai soli modelli di vita considerati “normotipici”. Felicità riconosciuta non in senso comune come la compiuta realizzazione di qualsiasi aspettativa, ma più semplicemente come la serena celebrazione dell’esistenza.
Nel merito mi viene da interrogarmi sulla circostanza secondo la quale un essere umano debba per necessità, consapevolmente, attribuire un valore qualitativo alla propria individualità, intesa come naturale modo percepire la vita e di interagire con la realtà circostante. Se è riconoscibile una tale possibilità dubito sia auspicabile ed accettabile in termini etici. Il senso di inadeguatezza è il prodotto di un’attività di confronto che emerge nel momento in cui vengono stabiliti dei modelli di conformità ai quali ispirarsi secondo regole e limiti esistenziali che è  la società – e non la vita – ad imporre, sulla base di parametri spesso e di fatto discriminanti e profondamente anticulturali in tema di alterità. Quindi stabilire chi tra autismo e società rappresenti motivo di disequilibrio relazionale è materia sicuramente opinabile.
E’ il caso di evidenziare che una persona con autismo non nasce né infelice, né frustrata. Se lo diventa la causa è da ricercarsi nell’ambiente che lo ospita, non certo nella propria natura; o comunque in una instabilità ambivalente che non può avere certo carattere unidirezionale. Troppo spesso i limiti attribuiti alla neurodiversità  diventano il capro espiatorio delle insufficienze di una società inadatta ed incapace di produrre ed applicare modelli etici valorizzanti e risorse universalmente valide.
Nella Critica del Giudizio Kant indica tre principi attraverso cui ogni persona dovrebbe ricercare un equilibrio concreto tra realtà oggettiva e soggettiva:
1) Pensare da sè (evitare il pregiudizio)
2) Pensare mettendosi al posto degli altri (essere empatici)
3) Pensare in modo da essere sempre d’accordo con se stessi (restare coerenti con la propria individualità).
La perfetta corrispondenza di questi tre elementi rappresenta la base dell’evoluzione dell’individuo nella società e di conseguenza della società stessa. Ma la società sembra funzionare per lo più in maniera perfettamente opposta: pregiudizi, assenza di empatia, rifiuto di sè.
Affermava il filosofo indiano Jiddu Krishnamurti:
“Non è un segno di buona salute mentale essere bene adattati a una società malata.”
Ne deriva che ogni desiderio di conformazione sociale dovrebbe essere preceduto da un’attenta analisi qualitativa dei modelli ispiranti.
Non a caso in una società culturalmente deformata è radicata l’idea di riabilitazione come ritorno alle abilità  “idealmente” perdute; ciò si traduce in un atto di conformismo forzato, modellato, e non in un’attività destinata a favorire il fiorire spontaneo di nuove e personali abilità; abilità spesso particolari, ma che una società culturalmente evoluta non avrebbe difficoltà ad accogliere e valorizzare. Una condizione, quindi,  profondamente regressiva in termini concettuali (un ritornare, non un procedere). Ed invero esiste una differenza sostanziale tra un addestramento comportamentale ed un comportamento socialmente funzionale, ma libero, consapevole e spontaneo.
Citando nuovamente Krishnamurti:
“L’educazione non è solo acquisire competenze tecniche, ma comprendere con sensibilità ed intelligenza l’intero problema del vivere. La scuola è un posto dove imparare la totalità, la pienezza della vita.”
Come si configura, poi,  il senso dell'”alter” in termini semasiologici?
Chi sono gli”altri” a cui ispirarsi? I “normali”? I cosiddetti “normotipici”? E qual è il principio di normalità in termini oggettivi? Autismo o meno è davvero possibile credere che esista un modello percettivo di vita al quale sia necessario adeguarsi per ottenere una condizione di appagamento esistenziale?
Ancora più difficile è riconoscere che a qualcuno, genitori o operatori, appartenga la medianica capacità di decodificare il pensiero di una persona con autismo in termini emozionali fino al punto da riuscire a percepirne la consapevolezza della propria “condizione”, la sensazione di sentirsi “disfunzionali” rispetto alla realtà circostante, ed il desiderio di modificarsi per adattarsi a modelli di “funzionalità” prestabiliti, a garanzia di una felicità certa.  Una necessità che sembra appartenere molto più alla dimensione normotipica che a quella autistica.
Affermava ancora Krishnamurti:
“Facciamo sempre paragoni tra quello che siamo e quello che dovremmo essere.
Questo continuo paragonarci a qualcosa o a qualcuno è la causa primaria dei nostri conflitti.
Perchè vi paragonate ad altri?
Se non vi paragonate a nessuno sarete quel che realmente siete.”
In conclusione io scelgo di rispettare mio figlio, la sua individualità e il suo modo di sentire la vita in totalità e pienezza. Non si tratta di negare il suo autismo o le difficoltà che ne derivano, ma al contrario di riconoscerne pienamente l’essenza (“Ciò che dovrà accadere, accadrà. E tu hai una scelta: andarci insieme o andarci contro” – Osho Rajneesh)
Se siamo felici? Lo siamo profondamente. Abbiamo sorrisi ed amore in abbondanza. La semplicità delle piccole cose e soprattutto la vita. Nonostante gli ostacoli quotidiani, le paure e l’incertezza del futuro noi procediamo con la consapevolezza che la felicità può avere non una, ma infinite prospettive; così come il modo di osservare mondo.
E’ ovvio che lo aiuterò con tutte le mie forze a conquistare la serenità del vivere cercando di donargli libertà ed autonomia con le risorse che riterrò più utili alla sua personale evoluzione.  Ma il suo naturale modo di essere rappresenterà per me sempre un simbolo di individualità e quindi di profonda ricchezza.

“Una rosa è una rosa, non può essere qualcos’altro. E un loto è un loto. La rosa non cerca di diventare un loto, e il loto non cerca di diventare una rosa. La rosa è sana perché vive nella realtà. Ciò vale per tutta l’esistenza, tranne che per l’uomo. Solo l’uomo ha degli ideali, dei ‘dovrei’. ‘Dovresti essere questo o quello’ – ma allora sei diviso e in conflitto con il tuo stesso essere. Dovere ed essere sono nemici. Puoi essere solo ciò che sei. Lascia che questo fatto penetri profondamente nel tuo cuore: puoi essere solo ciò che sei, nient’altro. Quando questa verità penetra in profondità – ‘posso essere solo me stesso’ – tutti gli ideali scompaiono. Vengono scartati automaticamente. Quando non ci sono ideali, si può incontrare la realtà. Allora i tuoi occhi sono qui e ora, allora sei presente a ciò che sei. La divisione interna è scomparsa, sei uno.
(Osho Rajneesh)

G.Patti

 

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