BlogAutismo - I Colori del Silenzio

Il valore delle differenze

Recentemente nel gruppo WhatsApp dei genitori di Napoli per l’autismo si è discusso in merito ad un bellissimo articolo scritto dalla pedagogista Giuditta Mastrototaro, “Educare con empatia e crescerli con fiducia“, disponibile in lettura sul sito uppa.it, e ad una conferenza del Dott. Massimo Recalcati, psicoanalista, saggista ed accademico, intitolata “Ogni figlio è una poesia“, frase che anticipa perfettamente la profondità e la sostanza emotiva delle riflessioni proposte.
Ogni  considerazione offerta da entrambe le tematiche ruota attorno al concetto di individuo, inteso come valore esistenziale unico ed irripetibile; una visione che diverge dall’idea di staticità e stabilisce il senso stesso della vita nel dinamismo universale. Un “divenire eracliteo” che affonda le proprie radici nel mutamento, nella trasformazione che è progressione, dove la differenza dell’essere diventa sostanza essenziale del vivere. Un continuo rinnovarsi che attribuisce una dimensione di “non senso” a qualsiasi idea di paradigma esistenziale.
Celebrare le diversità come un’evoluzione fondamentale della vita, senza più considerarle come una alterazione destabilizzante della sostanza umana, significa smettere di de-valorizzare il senso di ciò che appare differente da altro ed acquistare la consapevolezza che l’esistenza non produce mai modelli di vita precostituiti, ma è un’esplosione inarrestabile di possibilità diversificate che trovano identità in ogni singolo respiro.
Ricordo un editoriale per me particolarmente illuminante, scritto dalla Dott.ssa Ada Manfreda, Docente in Ricerca in Scienze della Mente e delle Relazioni Umane presso l’Università del Salento, pubblicato sul trimestrale di cultura “Amaltea” nel giugno del 2010. Nell’articolo, il cui tema principale è il senso delle parole, viene proposta una bellissima metafora con la quale i riverberi semantici di particolare intensità, o più semplicemente le “parole giuste”, vengono paragonati ai semitoni in musica:

Quali sono le parole giuste? Non so dare una risposta. La questione è terribilmente complessa e difficile e non so proprio se vi sia una regola che possa valere sempre e comunque. So solo che se cerco e ragiono di questo mi viene da pensare ai semitoni in musica.
I semitoni, le note dell’ombra – come mi piace chiamarle –, stanno tra quelle della luce, ossia quelle ‘ufficiali’, standard, quelle regolari. Ecco un bel mistero: queste note nascoste, che appartengono ad un altro piano, ad un’altra dimensione, fuori dalla scala. Sono le note di un mondo altro, e incrociano le note di questo mondo.
Così quando le note dell’ombra fanno capolino qua e là la musica diventa misteriosa, subisce uno spostamento, acquista una profondità dimensionale, si colora di riverberi e allude ad un invisibile, insieme al visibile, che non vediamo ma che c’è e ci accompagna.
Resistere: cercando le parole-semitono.
Parlare qua e là in semitono così il discorso ha un salto, slitta, acquista profondità, si apre improvvisamente e richiama altro, richiama qualcosa che non c’è. Le parole-semitono invocano un altrove, possono dire di un invisibile che non c’è ma che potrebbe esserci, un invisibile  che  può  essere  il  possibile  da  inverare,  per  cambiare,  rinnovare,  rompere  gli  schemi, oltre la stanca reiterazione senza futuro.
Parole-semitono. Non so quali siano. Bisognerà trovarle via via.
Ci verranno incontro se non ci rassegniamo a ciò che si vede; se immaginiamo ciò che è ora non come dato e ineluttabile, ma come una possibilità tra tante altre rimaste inesplorate e che vale la pena di esplorare.”

Prendendo in prestito la metafora di Ada Manfreda, mi piace pensare ai nostri figli come semitoni sul pentagramma della vita. In fondo le nostre strutture sociali non sono molto dissimili da una composizione musicale piatta, reiterata, dove le stesse note si susseguono in maniera sistematica, generando suoni inarmonici e frequenze replicate. Paradigmi, schemi e modelli di comportamento vengono attribuiti ad ogni sfera esistenziale, etica, educazione, spiritualità, comunicazione e pensiero. Se d’improvviso una nota diversa rompe la staticità del suono viene percepita come una stonatura da correggere, da riposizionare nel giusto rigo o nel giusto spazio del pentagramma. Eppure basterebbe imparare ad ascoltare al di là delle nostre percezioni addomesticate, oltre “le nostre intelligenze di cani alla catena” (citando Ivano Fossati); oltre i margini dello spartito. Imparare ad accogliere “queste note nascoste, che appartengono ad un altro piano, ad un’altra dimensione, fuori dalla scala”.
Come si può non pensare all’autismo in questi termini? Ecco che allora la “diversità” se osservata dalla giusta prospettiva diventa elemento creativo, sovversivo, culturalmente rivoluzionario, un invito ad una radicale conversione sociale, che ha inizio proprio dalla complessa dimensione della famiglia e dal difficile ruolo genitoriale. Un processo evolutivo in grado di ribaltare schemi e paradigmi, di irrompere nella staticità del vivere ed invitare al mutamento, alla trasformazione; capace di condurre verso “profondità dimensionali” nuove ed inesplorate.
Massimo Recalcati nel proprio discorso utilizza una metafora altrettanto bella paragonando i figli alla poesia. Nella sua premessa afferma che il linguaggio da solo non basta a produrre poesia, ma affinchè ciò accada è necessario un evento creativo. Similmente i figli rappresentano il linguaggio della vita che ha origine dalla vita dei genitori, ma affinchè diventino poesia devono poter esprimere liberamente la propria natura creativa, quindi, le proprie particolarità e differenze rispetto a ciò che li ha originati.
Forse il segreto per raggiungere questa consapevolezza è racchiuso proprio nel senso delle parole.
Afferma lo scrittore Alejandro Jodorowsky : “Smettila di definirti, concediti tutte le possibilità di essere
Una verità che aiuta a comprendere  quanti limiti inesistenti siamo abituati ad attribuire ai nostri figli sulla base di un’etichetta diagnostica ricevuta, la cui natura semantica appare più invalidante della patologia stessa. E contestualmente quanto, nell’essere genitori, siamo influenzati dai nostri pregressi fallimenti, dalle nostre mancate aspettative e dal nostro personale percorso di vita, spesso involutivo ed anticulturale, che ha dato forma e sostanza alla nostra visione – distorta –  del mondo, alla quale abbiamo concesso, nel tempo, un valore di verità assoluta.
John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico, ci ricorda una realtà fondamentale: “Se una società vuole veramente proteggere i suoi bambini, deve cominciare con l’occuparsi dei genitori”
Il lavoro di rinascita e di consapevolezza che possiamo fare su noi stessi, in quanto individui, prima, e parte attiva della società, dopo, è la base essenziale per poter concedere ai nostri figli ogni possibilità di essere. Una rinascita costante, quotidiana, che non può e non deve fermarsi dentro un senso stabilito, ma ha bisogno di trovare nutrimento e rinnovamento in ogni singolo istante del tempo presente.

Gianluca Patti

 

Be the First to comment.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*