Mese: gennaio 2018

Armonie

“E chiamai disordine
Quelle armonie in me”

Così scrive Nabil Salameh, cantautore e giornalista palestinese in una delle sue più apprezzate composizioni. Pur essendo parte di un testo musicale che racconta tematiche altre, queste parole riescono a farmi riflettere profondamente sul processo di formazione ideologica della società in merito alla natura espressiva dell’autismo nelle sue molteplici, quanto differenti manifestazioni. Tra le numerose forme descrittive utilizzate per attribuire un’identità specifica alle svariate sintomatologie rilevate è possibile ascoltare con una certa frequenza il termine “disordine” inteso in senso neurologico (spesso utilizzato in alternativa alla parola “disturbo”), ma esteso anche a livello sociale in riferimento ai possibili modelli di comportamento. E’ interessante innanzitutto esaminare il significato attribuito al suo contrario, “ordine”, che in linea generale viene definito come la disposizione razionale di elementi nello spazio e nel tempo, una condizione in cui nulla è fuori posto. Ne conviene che in materia di intelletto l’idea di disordine configura un’alterazione delle facoltà razionali, considerate determinanti nella struttura dei rapporti logici; uno stato, quindi, di profonda disarmonia. E’evidente che per poter dare un senso specifico ai succitati concetti è fondamentale rimanere in una dimensione di mera oggettività, dove non è previsto mutare pensieri e prospettive sulla base della propria individualità, ma è presente un’idea di valutazione comune destinata a diventare struttura edificante di massa. Una condizione che produce un effetto riflettente in grado di confondere l’immagine di sé stessi rispetto a ciò che è esterno e che abbiamo imparato a considerare totalizzante. Da ciò deriva che concetti come “ordine” ed “armonia” non risultano essere più il frutto del nostro personale “sentire”, ma diventano, nel tempo, pura definizione di una visione strutturata. E’ facile comprendere come anche le caratteristiche comportamentali degli individui soffrano profondamente di questa forma di valutazione imposta. Al di là delle rilevanze scientifiche che appaiono incontrovertibili nell’individuazione di una specifica condizione neurologica, dovremmo, sul piano sociale, imparare a mettere in discussione tutto ciò che ci è stato lentamente somministrato nel corso della vita in ambito educativo e culturale. Ciò che appare “disordine” per convenzione non lo è affatto in contesti diversamente o per nulla strutturati. La frase di Nabil Salameh suggerisce con quanta facilità il mondo ci ha insegnato a considerare “disordine” le armonie con cui la Vita da forma alla nostra individualità ed a quella degli altri.
In una società dove ciò che è differente dal comune senso oggettivo è diventato sinonimo perfetto di imperfezione è necessario riacquistare la consapevolezza universale che, per natura, ogni differenza è necessariamente armonia. Basterebbe, forse, sforzarci un po’ di più nell’intento di comprendere, almeno in parte l’altrui modo di osservare il mondo, liberandoci dal senso di facile giudizio che governa le nostre intelligenze assopite. Potremmo stupirci di quante perfette armonie è possibile trovare nei comportamenti “disordinati” di una persona con autismo.

Affermava Albert Einstein:

“Penso 99 volte e non trovo niente. Smetto di pensare, nuoto nel silenzio e la verità mi arriva.”

Credo fermamente che tra i 99 pensieri di una società disordinata i nostri figli rappresentano, senza alcun dubbio, quell’unico istante di silenzio e verità…

Gianluca Patti

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La libertà di essere differenti

Quando si parla di disabilità sento spesso utilizzare il termine “accettazione” come risultato auspicabile di un buon processo di inclusione. In realtà considero la scelta di questa parola particolarmente infelice ed inappropriata. “Accettare” custodisce in sé il senso della condizione  e del compromesso, di un relazionarsi condizionale e condizionato, mai comunque libero ed equilibrato. In sostanza equivale a dire: “ti consento di accedere alla mia dimensione umana e sociale nonostante tu sia diverso (in senso deficitario) dagli standard “normali” che la rappresentano, a condizione che tu ti renda quanto più possibile adatto ad essa”.
Partiamo dal presupposto che la dis-abilità in senso letterale (nessuna abilità) non esiste. Esistono persone con differenti abilità o differenti gradi delle stesse abilità. Ed in tal senso siamo tutti diversamente abili, perchè nessun essere vivente per natura è identico ad un altro essere vivente. Il problema è fondamentalmente il modo con cui ognuno di noi è in grado di relazionarsi con le differenze altrui. Come sempre è una questione di prospettiva: è possibile considerare le differenze un limite rispetto al proprio modo di essere, ovvero un’opportunità  in grado di arricchire il proprio modo di essere.
Si sta discutendo molto in questi giorni in merito all’iniziativa adottata in Germania da circa 200 scuole di far indossare giubbotti pieni di sabbia a bambini ritenuti “iperattivi”. Questa circostanza mi riporta alla mente la famosa frase di Albert Einstein tanto cara a noi genitori: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. L’affermazione di Einstein va oltre la mera capacità di ciò che si è in grado di fare o di non fare, ma rende giustizia ad una condizione di equilibrio evolutivo che nasconde in sé la scintilla della Vita. Nel senso profondo di queste parole l’accettazione cede il passo alla Consapevolezza. Significa diventare consapevoli della natura altrui, rispettarne la sacralità delle differenze custodite in essa. Molte culture orientali hanno compreso da secoli questo segreto; non a caso una delle parole più belle della lingua hindi, utilizzata in particolare da alcune dottrine buddhiste come forma di saluto, è “namasté” che letteralmente significa “mi inchino a te” (dal sancrito “namas” inchinarsi”). Il saluto in realtà assume una valore di reciprocità, di fusione spirituale, ed invero il significato più completo da attribuire ad esso è “le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te”, o anche “mi inchino allo stesso potenziale che è in te”. In sostanza, dunque è un reciproco riconoscersi e celebrarsi attraverso le differenze dell’altro.
E’ chiaro dunque che nella nostra cultura c’è un errore di fondo nella considerazione di ciò che è differente, nell’idea di alterità che ci rende uniti come infinite parti di un’essenza comune.
Nella strategia adottata dalle scuole tedesche emerge, a mio avviso, un difetto culturale oggettivo profondo, che prescinde da una condizione di discutibilità funzionale soggettiva. In tal modo io non mi “inchino” alle tue differenze, non ne riconosco il valore divino, ma al contrario le rifiuto. E’ un atto di negazione realizzato attraverso l’uso di strumenti inibitori che costringono esclusivamente te ad inchinarmi alla mia condizione naturale.
La disabilità quindi non va individuata nell’iperattività dei bambini, ma nell’incapacità delle Istituzioni di incanalare in maniera positiva quell’energia. In tal senso è molto significativo il video di Sam, il “barista ballerino” (suggerito dalla Dott.ssa Russo ai genitori di Napoli per l’autismo a scopo di riflessione), un ragazzo con diagnosi di autismo associato a disturbi del movimento, che ha saputo trasformare il proprio disturbo in una forma d’arte. Se a questo ragazzo avessero messo un giubbotto di sabbia per limitarne i movimenti ora sarebbe un disabile in senso letterale (non abile) perché privato della propria essenza. Al contrario nell’inchinarsi alla natura che è in lui, nel riconoscerne il valore, è stato possibile trasformare la sua particolarità in energia produttiva.
Molti genitori hanno affermato di riscontrare, attraverso l’utilizzo dei giubbotti di sabbia, un miglioramento nell’equilibrio comportamentale dei propri figli. Senza voler assoutamente entrare nel merito di specifiche situazioni, viene però da chiedersi se in realtà questa scelta di assopirne l’istinto abbia contribuito solo a renderi “accettabili” per l’altrui natura, senza una vera conquista in termini di autnomia. Molto spesso tendiamo a confondere l’autonomia con l’adattabilità, che fondamentalmente significa renderci simili ad altro che non siamo noi, che non ci appartiene. Coltivare l’autonomia, al contrario, equivale a rendere i figli consapevoli del proprio valore e del proprio potenziale, insegnando loro ad utilizzarlo in maniera equilibrata e funzionale nella dimensione sociale, così che anche il mondo possa riconoscerne ed apprezzarne la ricchezza. La vera conquista consiste nell’insegnare ai nostri figli ad “inchinarsi” alle qualità divine che sono negli altri senza limitare o soffocare le proprie. E contestualmente nell’invitare gli altri ad “inchinarsi” alle qualità divine che dimorano nei nostri figli, senza pretendere di modificarne l’essenza. La cultura dell’alterità e delle differenze non può cedere ad alcun compromesso o costrizione, ma è il frutto spontaneo e libero di una Consapevolezza comune, di un percorso condiviso.
Personalmente non desidero rendere mio figlio accettabile per il mondo, nè il mondo accettabile per mio figlio, ma vorrei che l’uno imparasse a vivere ed a nutrirsi  delle differenze dell’altro, procedendo in un percorso di crescita condivisa. Questa per me rappresenta la base concreta di una reale evoluzione culturale, etica ed umana.

Gianluca Patti

“Se conosci il tuo valore, perchè mai ti dovresti preoccupare dell’accettazione o del rifiuto degli altri?” (Osho)

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“Noi siamo infinito”

Citando il titolo del noto film di Stephen Chbosky appare davvero singolare la necessità che spinge gli esseri umani a dover necessariamente attribuire una misura ad ogni cosa, persino al senso della Vita. Carlo Rovelli, fisico contemporaneo tra i fondatori della teoria della gravità quantistica a loop, suggerisce una riflessione fondamentale sul concetto di “tempo”, riflessione che ritengo interessante ricordare in un momento di transizione temporale ricorrente ogni anno nel nostro calendario, durante il quale la fine di un anno solare apre le porte alla celebrazione di quello successivo. Un “passaggio” che assume un valore rituale ed invita le persone a tirare le somme della propria esistenza sulla base di simbolismi apotropaici ed auspici avveniristici. Ebbene, Rovelli sostiene un’idea di assenza di un ordine temporale comunemente percepito in “progressione orizzontale”, con la quale è possibile dimostrare la non esistenza del tempo. Secondo il fisico il “fluxus temporis” è il frutto esclusivo delle nostre percezioni, poiché in realtà ciò che in concreto è effettivamente rilevabile è il solo movimento delle cose rispetto ad altre cose. Ugualmente appare evidente come oltre l’atmosfera terrestre quantità e misure spazio-temporali risultino del tutto irrilevanti. Nello spazio siderale concetti in contrapposizione dimensionale ed altre percezioni gravitazionali appaiono del tutto insignificanti o semplicemente non misurabili, nè rilevabili in  termini sensoriali. Una prospettiva che evidenzia quanto siano ideologicamente invalidanti i limiti del nostro sentire rispetto a quanto non è consentito acquisire oltre la breve dimensione delle proprie  facoltà percettive. Lo stesso principio è teoreticamente applicabile sul piano antropologico in riferimento ai fenomeni culturali che danno forma alle nostre strutture sociali. I meccanismi cerebrali che regolano la forma mentis degli individui non sono molto dissimili da quelle fisiche che governano l’universo. Ogni informazione ricevuta contribuisce a creare precisi piani dimensionali dove tutto ha un senso limitatamente alle nostre percezioni, esclusivamente sulla base di quanto vissuto, conosciuto ed appreso; più raramente attraverso esperienze sensoriali dirette e consapevoli, più frequentemente (purtroppo) attraverso attività emulative di massa. Ecco che anche concetti come “normalità” e diversità” assumono un valore assolutamente contestuale. Ma se è pur vero che sul piano fisico i nostri sensi difficilmente possono prescindere dalla dimensione spazio-temporale nella quale siamo irrimediabilmente confinati, è possibile, di contro, sfuggire alla “legge di gravità culturale” che soffoca il fluire della Consapevolezza e delle nostre intelligenze.
In particolare parlando di autismo o più in generale di disabilità è molto facile confinare il valore di una vita, il cui potenziale è per natura illimitato, in un procedimento definitorio  strutturato e precostituito. E’ consuetudine pensare che un disabile sia incapace di accedere alle comuni opportunità di crescita evolutiva e sociale destinate ai modelli della normotipicità. In questo procedimento interviene attivamente anche una componente semantica. Non a caso il termine “disabile” è caratterizzato dalla presenza del prefisso “dis”  che nella lingua italiana trasforma il significato della parola a cui si lega nel suo opposto. Ne deriva che “dis-abile” assume letteralmente il significato di “non abile”.
E’ facile immaginare come questo limite semantico trovi naturale corrispondenza nel pensiero di massa, mutando velocemente in limite sostanziale. E’ necessario pertanto imparare a liberare i propri pensieri dalla forza di gravità culturale che regola la dimensione spazio-temporale delle nostre intelligenze strutturate, ed acquisire la consapevolezza di sè e del proprio sentire rispetto ad altro, evitando luoghi comuni e trappole semasiologiche.
Ritrovare il senso delle cose oltre il valore percettivo delle culture addomesticate significa restituire ai nostri figli la possibilità di essere, ed a noi stessi l’opportunità di diventare intelligenza libera nel fluire della vita. Ma affinchè ciò accada è fondamentale comprendere che “Libertà” non significa essere immuni dalla paura, dalle incertezze e dai fallimenti, ma essere aperti sempre alla Fiducia, abbracciando con piena consapevlezza sia le proprie fragilità che le proprie potenzialità, capaci di riconoscere in questa dicotomia il frutto unificante e distintivo della propria individualità che ci rende esseri unici agli occhi del mondo. Non dobbiamo dimenticare mai che il senso del vivere è racchiuso nel valore, nell’unione e nella condivisione delle infinite differenze che il seme della Vita è in grado di generare.

Gianluca Patti

“Il pensiero determina tutto ciò che sei. Se sei finito dipende dal tuo punto di vista: abbandona questa opinione e diventa infinito.” (Osho)

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