Mese: marzo 2018

Il dono consapevole della paternità

Recentemente sul sito lamenteemeravigliosa.it. è apparso un articolo che approfondisce  in maniera molto interessante il tema della paternità, offrendo un’opportunità indispensabile di riflessione e di autoanalisi. Le argomentazioni proposte evidenziano una condizione di forte rivalutazione sociale del nostro tempo, più strettamente correlata ad un processo di rieducazione della famiglia in termini di ruoli e di responsabilità. Questa metamorfosi evolutiva è il risultato di una maggiore consapevolezza etica e culturale maturata nel corso di un processo storico secolare, durante il quale rapporto tra genitori e figli si è gradualmente stabilizzato su di una dimensione di comunicazione libera e condivisa, che ha consentito di ridimensionare le distanze generate da erosive strutture gerarchiche di più arcaica formazione.
Un cambiamento che viene esplicitato in maniera molto funzionale da Massimo Recalcati ne “Il segreto del figlio” dove l’autore si concentra in particolare sulla figura paterna, rappresentando come il triste stereotipo del  “padre-padrone” abbia lasciato il posto ad una più favorevole condizione di partecipazione fattiva ed emotiva alle fasi di crescita dei propri figli.
E’ ovvio che questa evoluzione genitoriale è frutto anche di un profondo cambiamento delle strutture sociali contemporanee, nelle quali l’idea di famiglia assume sempre di più una funzione generalizzata ed equilibrata di condivisione e di collaborazione. Una corresponsabilità, tuttavia, da cui oggi difficilmente ci si può sottrarre per motivi logistici e funzionali. Viene perciò da chiedersi se questa ricostituzione positiva del ruolo paterno sia frutto di una conquista consapevole orientata verso una più solida esigenza di partecipazione alla vita dei figli, o semplicemente una condizione di forzata  collaborazione ai fini della necessaria sopravvivenza familiare. Non è raro, purtroppo, che sia la seconda motivazione a prendere il sopravvento, diventando poi motivo di frustrazione e di fallimento nel rapporto di coppia, a discapito della serenità dei figli. Se è vero che questa diffusa insufficienza qualitativa del ruolo compagno/padre affonda le proprie radici in una naturale incapacità di attivazione responsabile e di infantilistico egocentrismo maschile, non può mai trovare giustificazione in una esclusività legata ad una comoda motivazione genetica. Il fallimento del ruolo paterno, seppur in parte imputabile ad una tipicità caratterizzata da limiti naturali, culturali ed ideologici, è per lo più frutto di una progressiva e consapevole involuzione individuale, e spesso di un indebolimento del legame d’amore genitoriale e di coppia che, al contrario, quando assume carattere di solidità, è in grado di trasformare il senso di responsabilità in naturale esigenza di partecipazione. L’intelligenza emotiva è sempre il risultato di una scelta consapevole. E’ pur vero, di contro, che la ritrovata affermazione ed il giusto riconoscimento del potenziale femminile, per secoli arbitrariamente negato e soffocato, hanno provocato, in molti casi, una inversione dei ruoli nella quale la partecipazione paterna alla dimensione domestica e familiare viene da una parte pretesa e ricercata, ma dall’altra contestata e sminuita o addirittura rifiutata.
Un esempio eclatante è rappresentato dai gruppi scolastici di WhatsApp istituiti della mamme a scopo di confronto e di informazione; gruppi dai quali i papà sono sistematicamente ed incomprensibilmente esclusi, ma nei quali poi, paradossalmente, le donne lamentano la scarsa partecipazione dei propri compagni alla vita scolastica dei figli.
Un paradosso imputabile (ma non giustificabile) probabilmente anche ad una graduale perdita di fiducia nel senso di responsabilità e di impegno maschile  nella dimensione familiare che per secoli si è rivelata insufficiente o addirittura assente.
Un altro stereotipo invalidante è che l’amore paterno non possa essere equiparabile, in termini qualitativi e quantitativi, a quello materno, confondendo l’indiscutibile ed esclusiva solidità del legame madre/figlio creato durante la gravidanza ed il parto con la capacità di amare e di prendersi cura che appartiene ad entrambe le figure genitoriali. Ed invero la qualità del ruolo dei genitori può essere sintetizzata in una fondamentale questione culturale, in senso ampio, che trova piena realizzazione proprio nella consapevolezza del reale significato di “prendersi cura”. Una rivelazione in grado di abbattere il senso di dominazione secolare dei genitori nei confronti dei figli, i quali cessano finalmente di rappresentare una proprietà esistenziale di cui il genitore può disporre fino a delinearne addirittura le tracce del tempo futuro. Oggi si è compreso che “prendersi cura” significa soprattutto diventare consapevoli delle differenze dei propri figli, “rispettare e celebrare il “segreto” (citando il termine di Recalcati) di una individualità che già smette di  appartenerci nell’istante in cui accendiamo la scintilla della vita. A tal proposito è ancor più illuminante il capitolo de “Il Profeta” di Kahlil Gibran dedicato ai figli, che descrive in maniera chiara e toccante il senso concreto dell’essere genitori.
In conclusione sono convinto che la dimensione familiare dovrebbe essere un luogo di eguale partecipazione e responsabilità guidate da un senso di amore profondo e consapevole, nel rispetto di ogni singola individualità. In un simile contesto non è raro che siano i figli a rappresentare un valido esempio educativo di rinnovazione, di conoscenza e di apertura alla Vita per i genitori, e non viceversa…

Gianluca Patti

 

“I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete offrire dimora ai loro corpi, ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.

Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.”

(K.Gibran  – Il Profeta)

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Il valore della condivisione

Uno dei significati più concreti del termine “gruppo” è proposto dalla Treccani che lo definisce come un “Insieme di più cose o persone, distinte l’una dall’altra, ma riunite insieme in modo da formare un tutto”.
Il gruppo è dunque un’unione di differenze la cui compartecipazione  costituisce un equilibrio strutturale necessario per il conseguimento di un fine comune, ma anche soltanto per soddisfare esigenze di condivisione e di confronto. È chiaro che quando si parla di “differenze” il discorso si muove su molteplici livelli esistenziali che rappresentano in sostanza il vissuto individuale, sia in termini emotivi, che di esperienze concrete. Ognuno ha la propria storia, la propria struttura ideologica, le proprie fragilità ed il proprio modo di relazionarsi con gli eventi. Una condizione che rende piuttosto complesso mantenere questo equilibrio su di una posizione di costante stabilità, ma che allo stesso tempo rappresenta un’opportunità determinante di continua rivalutazione individuale. Ciò premesso è chiaro che raccontare e documentare le esperienze legate ai propri “spazi interni ed esterni” costituisce sempre un’opera di profonda condivisione. È un donarsi che già nella sola attività di rappresentazione del proporre o dell’agire è un invito a diventare parte di esperienze altre che possono divenire proprie.
Non tutti i vissuti, comunque, devono necessariamente essere oggetto di esplicita condivisione per acquistare un valore collettivo. Esistono esperienze che, pur restando silenti per particolari esigenze emotive, sono in grado di modificarci profondamente  e delle quali noi stessi diventiamo inconsapevolmente veicolo di condivisione nel relazionarci quotidiano con gli altri.
Riflettendo sul gruppo dei genitori di “Napoli per l’autismo” vedo un insieme di divergenze che convergono; ed il punto di unione è il futuro dei nostri figli. In questo procedere comune siamo tutti testimoni fondamentali, ed ognuno, attraverso il proprio vissuto, contribuisce in maniera diversa e a valorizzare questo percorso, con la stessa passione ed intensità, anche se su piani emotivi differenti. Credo che in qualsiasi cammino della vita ciò che appare assolutamente necessario è partire sempre da sé stessi e scoprirsi continuamente aperti al cambiamento, imparando ad abbracciare serenamente ogni difficoltà, senza dimenticare mai che il dolore è parte inscindibile dell’equilibrio esistenziale, come ci ricorda anche Tiziano Terzani nella sua ultima intervista, quando descrive l’antico simbolo  del Tao.
Una simpatica vignetta di Charlie Brown e Snoopy, presente sul web, recita:
“Un giorno moriremo tutti”. “Certo, ma tutti gli altri giorni no!”
Questo invito a vivere pienamente è, a mio avviso, una delle caratteristiche fondamentali del “Progetto Pass” che, al di là delle iniziative concrete di rinnovazione sociale, invita continuamente ad una profonda trasformazione emotiva che, sul piano collettivo, assume il valore di una vera e propria rivoluzione culturale. Un percorso che consente di mutare il senso di smarrimento e di paura in fiducia ed entusiasmo, invitando a vivere con piena consapevolezza ogni attimo presente, senza mai trascurare, nel contempo, le prospettive del futuro, indispensabili per superare l’angoscia del “dopo di noi”.
Ciò forse ci salva dalle difficoltà oggettive dell’autismo?
Probabilmente no, ma ci allontana sicuramente dai nostri sentimenti di rabbia e di frustrazione, dalle nostre insicurezze e dai limiti autoimposti! E questo credo sia un ottimo punto di partenza per provare a dare una direzione migliore alla nostra Vita ed a quella dei  nostri figli.
Non dovremmo mai dimenticare che noi genitori siamo parte attiva della società che desideriamo modificare. Se non cambiamo per primi la nostra prospettiva, difficilmente potremo educare gli altri ad una nuova cultura delle differenze.

Gianluca Patti

“Quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, prendi sempre quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta.” (Tiziano Terzani)

 

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