Mese: agosto 2018

Il Silenzio della non conoscenza

C’è un silenzio che ha sempre affiancato il procedere dei miei anni. Un silenzio altro, privo delle distanze e delle assenze che inesorabilmente spengono le risonanze della Vita. Un silenzio vibrante, nutrito dal rumore dell’oblio, o più semplicemente della non conoscenza. Un cerchio che ha perfettamente congiunto origine e divenire della mia esistenza, ponendomi al centro di un tracciato vuoto.
La morte di mio padre è stato il punto di inizio, ma non nel tempo dell’immediatezza; avevo appena dieci anni, eppure il senso di interruzione del legame paterno non è stato particolarmente rapido nella percezione dell’assenza . L’eredità d’affetto che mi ha lasciato mio padre è stata talmente generosa che è riuscita a colmare quasi tutti gli anni della mia infanzia. Il suo invito alla Vita, rimasto acceso fino all’ultimo respiro, ancora oggi accompagna con prepotenza ogni mio passo.
C’è però un tempo in cui il genitore agli occhi del figlio perde la funzione di certezza esistenziale e di inespugnabile rifugio; è il tempo del confronto, in cui l’uomo-figlio incontra le vulnerabilità dell’uomo-padre, ne scopre le fragilità, le potenzialità, ma soprattutto le differenze con il proprio essere che difficilmente trovano serena corrispondenza con l’eredità genitoriale, ma ci separano in parte dalle nostre origini trasformandoci in seme di rinnovamento, di cui i nostri figli diventeranno a loro volta piena sostanza.
La conoscenza dell’altro è elemento essenziale di questo processo di rinascita; il tempo della maturità per me ne è stato completamente privo. Il padre-uomo è rimasto materia sconosciuta, nutrita solo dalla insufficiente, seppur affascinante opera di ricostruzione dei ricordi di mia madre. Di lui –uomo – mi sono rimasti in eredità frammenti di alcuni pensieri raccolti su decine di fogli sparsi, qualche dipinto e diversi appunti di lavoro del giornale con cui collaborava.
Qui per me ha avuto origine il cerchio, il silenzio della non conoscenza.
Poi la vita mi ha reso a mia volta padre, lasciando che quel tracciato silenzioso proseguisse il proprio percorso di congiunzione attraverso l’autismo di mio figlio. Si dice che quando un cerchio si chiude, il senso di quel cammino finalmente trova compimento. I silenzi di mio figlio sono stati per me il senso profondo di questo procedere ciclico. Così come ho dovuto imparare a conoscere l’origine-padre attraverso un’assenza silenziosa, similmente ho dovuto imparare a conoscere il divenire-figlio attraverso una presenza silenziosa. Quando le parole cessano di esistere, la conoscenza raggiunge necessariamente un livello differente, un valore particolarmente introspettivo, dove la non conoscenza dell’altro rappresenta un tramite indispensabile per la conoscenza di sé, e la conoscenza di sé diventa mezzo essenziale per la conoscenza dell’altro.
Sento che adesso il cerchio si è chiuso. Origine e divenire si sono incontrati in questo silenzio irreale di assenza-presenza, di vita e di morte.
Oggi sono libero di abbracciare entrambi questi silenzi come un’opportunità di rinnovamento, di consapevolezza, di riscatto nei confronti del rumore assordante della vita che su certi livelli di coscienza ci impedisce di ascoltare e di comprendere il valore profondo delle cose. La conoscenza reale di sé e dell’altro è opera troppo delicata e complessa per poterne affidare il senso alla sola forza delle parole. La consapevolezza, quella consapevolezza in grado di chiudere il cerchio dell’esistenza interiore deve necessariamente passare attraverso i silenzi della Vita, nei quali l’altro può essere mistero profondo, ed ugualmente seme vivo di conoscenza.
Osservo gli occhi di mio figlio e nel suo sguardo posso ritrovare ciò che ho perso del padre-uomo, ciò che ho smarrito di me bambino ed osservare nel contempo un divenire altro ed autentico che nulla mi racconta di me e di mio padre.

Gianluca Patti

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