Mese: novembre 2018

La vera libertà

La convinzione di una profonda maturità ideologica fondata esclusivamente sulla base della progressione cronologica del proprio “tempore vixit” rischia di produrre l’illusione di una liceità pretenziosa tesa a suggerire la rivendicazione di un ingiusto diritto di orientamento dell’esistenza altrui che si traduce quasi sempre in una forma prevaricante di arroganza espressiva, indirizzata a soggetti con un vissuto temporale inferiore al nostro.
Un fenomeno che risulta facilmente osservabile in contesti familiari o pedagogici nei quali, per definizione, l’adulto attribuisce a se stesso  la facoltà di controllare l’altrui libertà di evoluzione individuale, sulla base di una presunta esperienza che molto poco ha di sostanziale, ma che ostenta l’assurda pretesa di produrre effetti positivi in termini di educazione.
L’idea che l’adulto, in quanto tale, rappresenti un simbolo di progresso evolutivo richiama antiche origini semantiche di tradizione linguistica latina, trovando derivazione nel termine “adultus”, participio passato di “adolescere”(crescere). Da qui si evince che per “natura et forma verbi” la crescita fisiologica dovrebbe procedere di pari passo con quella culturale, etica ed intellettiva, assieme alla ricerca empirica, per poter divenire tramite funzionale nell’attività di formazione dei più piccoli.
Uno status che raramente si realizza, in quanto si preferisce riconoscere carattere sostanziale esclusivamente all’età cronologica o alle competenze formali acquisite, caratteristiche che non costituiscono assolutamente “conditio sine qua non” al raggiungimento di una maturità individuale ed allo sviluppo di un’intelligenza emotiva.
Invitare un bambino ad aprirsi alla propria individualità prevede, paradossalmente, che l’adulto sia in grado di intraprendere  un percorso di regressione ideologica che ha senso e misura solo se successivo al raggiungimento della piena consapevolezza di sé. Rinunciare all’illusione del sé costituito per ritornare alle origini del sé non costituito significa riaffermare il diritto alla propria libertà di essere. Significa ritrovare il senso profondo della Vita che non ha bisogno di domande, né di risposte perse nei corridoi labirintici di ideologie e culture a cui affidiamo il valore della nostra esistenza. Ma è altresì fondamentale comprendere che riconoscere ad un bambino il diritto alla propria libertà di essere non equivale a rinnegare l’importanza circostanziale del “limite positivamente traumatico del no“(cit. M. Recalcati), come spesso molti educatori o genitori  erroneamente affermano, distorcendo il senso etico dei buoni principi e della corretta pedagogia.
Il “no” non deve rappresentare un obbligo a seguire un percorso già tracciato, ma un invito a tracciare autonomamente un percorso nuovo che sia espressione di una specifica singolarità. La libertà di essere, se correttamente intesa, non implica l’incapacità di adattarsi ad un sistema di convivenza sociale, né pregiudica  il buon senso della condivisione e l’etica del vivere comune, ma crea una condizione di  equilibrio tra il sé e l’altro, nella quale la diversità diventa reciproca ricchezza ed opportunità evolutiva.
Dunque, quando ci confrontiamo con un bambino con l’intento di educare, prima di misurare il numero dei nostri anni e l’identità sociale che abbiamo scelto di attribuirci, sarebbe opportuno misurare il grado di evoluzione introspettiva del nostro vissuto.
È consuetudine consolidata riversare nella vita dei figli o dei discepoli aspettative e traguardi che appartengono solo all’immaginario dei nostri percorsi incompiuti o agli obblighi etici delle ideologie acquisite e subìte nell’arco della vita, ma che nulla hanno da offrire al seme nuovo della vita.
Troppo facilmente ci amareggiamo se non riconosciamo nei nostri bambini specifiche abilità o se evidenziamo dei limiti che appaiono in contrasto con i modelli sociali di appartenenza; ma raramente ci preoccupiamo di offrire loro le giuste opportunità di fioritura in armonia con la propria singolarità. Un bambino che non è libero di esprimere la propria individualità potrà forse diventare un adulto capace, ma non sarà mai un adulto felice.
L’unica condizione alla quale si può correttamente attribuire l’etichetta invalidante della “disabilità” è la rinuncia o la privazione, consapevole o inconsapevole della libertà di essere.
Impariamo ad ascoltare la “ribellione del sé” dai silenzi dei nostri figli ed a coglierne la bellezza; apriamo loro le porte della Vita, perché nello sguardo sereno di un bambino libero di essere è possibile ritrovare il senso smarrito delle proprie origini e la salvezza dal peso delle catene ideologiche che noi stessi ci siamo imposti di portare.

Gianluca Patti

 

“La libertà da qualcosa non è vera libertà. La libertà di fare qualsiasi cosa tu voglia fare, anche questa non è la libertà di cui parlo.


La mia visione di libertà è di essere te stesso.


Non è una questione di ottenere libertà da qualcosa. Quella libertà non sarà libertà, perché ti viene ancora data; c’è una causa. La cosa della quale ti sentivi dipendente è ancora lì nella tua libertà, ne rimani vincolato. Senza di essa non saresti stato libero.


La libertà di fare quello che vuoi anche questa non è libertà, perché volere, desiderare di fare qualcosa, nasce dalla mente – e la mente è la tua prigionia.


La vera libertà arriva certamente dopo la consapevolezza senza scelta, ma dopo la consapevolezza senza scelta la libertà non è né dipendente da cose né dipendente dal fare qualcosa. La libertà che segue la consapevolezza senza scelta è la libertà di essere soltanto te stesso. E tu sei già te stesso, sei nato con questa libertà.  Quindi non è dipendente da nient’altro. Nessuno te la può dare e nessuno te la può portare via.”

(Osho Rajneesh)

Be the First to comment. Read More

Il dono dimenticato della Consapevolezza

Molto spesso le particolarità delle persone con autismo diventano motivo di disorientamento nella struttura comportamentale di una società uniformata. Un disorientamento aggravato da una preesistente povertà culturale che non di rado assume le forme dell’intolleranza. Ciò rappresenta una condanna ad un limite difficilmente sanabile, metaforicamente equiparabile nella produzione degli effetti ad un “orizzonte degli eventi”, oltre il quale qualsiasi logica individualistica si perde e si annulla senza possibilità alcuna di ricostituzione, in favore di una sintetica visione collettiva. Una zona d’ombra dove ad ogni forma di differenza viene sempre attribuito un valore “sottrattivo” in termini valorizzanti, e le diverse abilità, in particolare, soffrono del limite culturale di massa che ne rileva esclusivamente le presunte insufficienze, tali solo sulla base di una persuasiva visione globale. Restano, dunque, prive di qualsiasi considerazione le potenzialità altre e le specifiche singolarità che paradossalmente spaventano più di ogni altra condizione di disallineamento sociale.
L’utilizzo della disabilità o delle discrepanze più evidentemente contrastanti con i paradigmi sociali di appartenenza (spesso erroneamente associate ad un’idea di profonda vulnerabilità) come strumento di offesa culturale è consuetudine antica, persistente e resistente a qualsiasi forma di evoluzione. Ciò evidenzia chiaramente una severa povertà in termini di intelligenza emotiva, condizione non di rado confusa con l’erudizione accademica la quale può rivelarsi solida in termini di conoscenza testuale e bibliografica, ma totalmente priva dell’elemento empatico della alterità, nonché della capacità di un pensiero autonomo.
Non so come e quanto sia possibile “raffinare” l’intelletto e la ricettività emotiva dei molti, che tende a confluire inevitabilmente verso una dimensione generalizzante, fatta di misere convenzioni e inutili luoghi comuni; una condizione che penalizza gravemente la maturazione di una visione individuale costruita su piani sostanziali ben più solidi, frutto di una progressiva evoluzione etica delle emozioni, e di una consapevole e soggettiva analisi della vita; caratteristiche che di fatto ci consentono di definirci esseri pensanti.
Credo però che alcuni limiti e vulnerabilità che forse inconsapevolmente attribuiamo ai nostri figli appartengono più a noi che a loro. Probabilmente è da ciò che nasce parte della paura che coltiviamo. Per questo motivo più che sentirci frustrati a causa dell’insufficienza  emotiva della società, nei confronti della quale non sempre si rivela possibile o funzionale agire in maniera diretta operando una accesa rivoluzione culturale, potremmo iniziare noi stessi a sviluppare una maggiore consapevolezza riguardo le potenzialità dei nostri figli e diventare lo specchio che ne riflette l’immagine limpida sul mondo. Ed invero la rabbia e la paura prevedono sempre una quota di verità relativa alla causa generante che, se si rivela inconsistente, ne estingue totalmente gli effetti. Sono convinto che solo trasformando il rancore in serena Consapevolezza è possibile opporsi con efficacia alle forme più resistenti e radicate di povertà culturale. Il lavoro di “rielaborazione sociale” che molti genitori ritengono auspicabile realizzare va molto oltre la dimensione della disabilità; è un invito alla Consapevolezza sul senso delle diversità che danno forma ed immagine alla vita stessa e che di conseguenza sono espressione naturale dell’intera umanità. Imparare ad ascoltare altre visioni del mondo ed a considerarle in relazione con la nostra singolarità ci insegna innanzitutto a metterci in discussione, a sradicarci da ideologie imposte e da culture “preconfezionate”; ci consente di osservare la vita senza filtri, con una mente libera da facili giudizi e ideologie prese in prestito. La presunzione delle verità assolute, l’egocentrismo, la predisposizione rassicurante all’uniformità di pensiero e di immagine e l’intolleranza reciproca verso ciò che differisce da una delle tante possibili visioni del mondo che abbiamo scelto di rappresentare, ma che nella realtà non ci appartiene, sono patologie sociali tipiche della natura umana, come ci insegna ampiamente la storia, con le quali dobbiamo confrontarci quotidianamente. Ciò significa che la maggior parte delle persone non ragiona per riflessione, ma per riflesso; modella i propri pensieri sulla base di ciò che ideologicamente gli viene offerto. Per questo motivo è fondamentale da parte nostra proiettare sul mondo un’immagine dell’autismo che sia veritiera, ma anche positivamente rivoluzionaria, dimostrando che i nostri figli hanno potenzialità ed abilità concrete e funzionali che hanno la necessità di essere  valorizzate da una dimensione sociale emotivamente matura, costruita sulla forza delle diversità individuali.
Per fortuna la storia ci insegna anche che ogni individuo è predisposto alla Consapevolezza, uno stato di coscienza viva che una volta raggiunto diventa una forza enorme in grado di risvegliare la mente e di rinnovare l’autenticità delle emozioni, modificando eventi, visioni e spesso intere culture.  Ecco perché è sempre fondamentale ri-partire da sé. Il senso dell’alterità è un viaggio verso se stessi che contestualmente ci conduce all’altro. Restituendo le giuste origini alla nostra dimensione interiore è possibile generare opportunità di rivalutazione esistenziale ipoteticamente destinate a chiunque ci cammini accanto o incroci per caso il nostro passo.
Un dono che ognuno di noi riceve con la Vita stessa, ma che, nel tempo, viene gradualmente alterato dalle distorsioni del mondo e dalla contaminazione educativa subita ed imposta.
La Consapevolezza è l’unica dimensione possibile che ci consente di “restituirci a noi stessi” e di “diventare altro” restando fermi nella piena certezza di sé.

Gianluca Patti

“Il dolore è una possibilità, la sofferenza una scelta”
(Mantra Buddhista)

Be the First to comment. Read More