Mese: gennaio 2019

Il seme del dialogo

Mai come oggi risulta necessario porre l’attenzione su un aspetto fondamentale dell’apprendere in quanto fine ultimo dell’ “educatio facultatem”. Nella sacralità che contraddistingue il passaggio del sapere indirizzato non alla mera conoscenza, ma alla evoluzione del sé, la linea di congiunzione con l’altro è rappresentata dal senso delle parole, non più dal limite arcaico e predeterminato dei ruoli che si affida per lo più ad una negatività emozionale costruita su timorosi sentimenti di reverenza e di subordinazione.
Simile è la condizione che si crea nel rapporto genitori/figli. E’consuetudine dolorosa individuare nelle criticità generazionali dei tempi attuali, quale elemento colpevolizzante, il riavvicinamento delle parti che costituiscono la dimensione della famiglia, quasi auspicando un ritorno alla struttura patriarcale dei secoli antichi. Diversamente la rinuncia ad una forzata corrispondenza del pensiero che determina l’esclusività della visione genitoriale favorisce una costruttiva “atemporalità culturale” che invita al dialogo e alla condivisione.
Dunque oggi il pensiero del genitore non può più assurgere a verità incontestabile derivante dall’attribuzione naturale dell’autorità parentale, ma deve acquistare valore di possibilità riconducibile all’individuo in quanto tale e non al ruolo costituito. Dare la possibilità al figlio di riconoscere nel padre e nella madre l’origine del sé che muti in elemento di confronto con la propria libertà di valutazione apre le porte ad infinite e reciproche possibilità di maturazione e conduce ad una profonda consapevolezza della vita.
E’ fondamentale comprendere che ridimensionare la propria autorevolezza in favore di un rapporto maggiormente paritario in termini di pensiero non equivale ad una negazione o ad una rinuncia del senso etico nella trasmissione dei valori esistenziali, ma consente di riconoscere nel figlio la non replicabilità della vita che affida alle naturali differenze tra gli individui il diritto alla libertà di essere. Le distanze generazionali sono frutto esclusivo di una staticità culturale che non riesce a seguire il divenire costante delle cose. Il “genitore patriarca” è per condizione di pensiero ibernato in una dimensione culturale fuori dal tempo, incapace di seguire il flusso costante della vita, irrimediabilmente schermata da un muro di paradigmi, convenzioni e luoghi comuni. Ed è innegabile, oggi, che l’educazione imposta, basata sull’egocentrismo genitoriale e su di un sistema convenzionale di conservazione delle tradizioni, ha generato danni non indifferenti nel susseguirsi delle generazioni.
L’inquinamento etico dei tempi attuali che produce nei giovani comportamenti prevaricanti non può trovare origine nella rivalutazione cronologica dei ruoli all’interno della struttura famigliare, che ha invece reso possibile un positivo riavvicinamento delle parti ed un maggiore equilibrio generazionale. Tutt’al più va individuato in una forma di egocentrismo non più individuale, come accadeva nell’antica configurazione patriarcale, ma pluralizzante, che ha la pretesa di porre l’intero “corpus familia” al centro della dimensione sociale di appartenenza. E’ chiaro dunque che le criticità generazionali di oggi sono frutto di una profonda e comune insufficienza del senso di alterità che poco riguarda in maniera specifica la metodologia del rapporto genitori/figli.
Si potrebbe forse ipotizzare che il positivo riavvicinamento delle generazioni ha prodotto nei contesti gravati da un’insufficiente maturità culturale una errata consapevolezza del diritto alla propria libertà di essere. Una certezza distorta che anziché condurre alla piena comprensione di sé e dell’altro ha suggerito l’idea una centralità prevaricante della dimensione famigliare nei confronti della restante società. Ecco che spesso comportamenti contestabili messi in atto dagli adolescenti trovano facilmente la complicità e la giustificazione dei genitori. Dunque se da un lato si registra una maggiore prossimità generazionale, da un altro emergono preoccupanti predisposizioni antisociali ed una povertà etica, rafforzate proprio da un comune sentire che è tale solo nella forma, ma privo di sostanza alcuna. Insegnare ai nostri figli ad essere liberi non significa collocarli al di sopra del buon senso e delle regole del vivere comune. Significa renderli consapevoli della propria singolarità ed attraverso questa consapevolezza riconoscere, rispettare e valorizzare le differenze altre, restituendo alla libertà di essere il giusto diritto universale. In questo scenario ancora una volta le parole assumono carattere essenziale e sostanziale per lo sviluppo di una intelligenza emotiva sufficiente ad accogliere nella dimensione famigliare un senso di alterità che restituisca ad ognuno i valori oggettivi della vita. Ed invero se l’educazione imposta del passato ha fallito nell’opera di fioritura dell’individuo, non di meno ha fallito l’educazione passiva ed inconsistente dei tempi attuali.
L’unico seme fertile che possiamo donare alla vita dei figli è un dialogo costante e sincero che sappia accogliere le differenze dell’altro restando fedele alla propria visione del mondo, ma parallelamente aperto all’opportunità del dubbio, che non ceda agli inganni e alle certezze delle convenzioni sociali, ideologiche e morali ed al peso delle tradizioni, e che lasci il giusto spazio tra le parole alle pause ed ai silenzi dell’anima.

Gianluca Patti

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