La legge del sé

Le parole andrebbero sempre comprese e vissute nel significato profondo delle proprie origini affinché si possa liberare il senso concreto del dire dalle ombre superficiali della consuetudine e del facile utilizzo.  Nell’altrove indefinito che accomuna il vivere, spesso perso e disperso dell’autismo, emerge con prepotente sacralità un principio salvifico, un futuro agire che dobbiamo imparare a mutare già in presente nel procedere anticipato del nostro tempo, costantemente gravato dal peso del “dopo di noi”. Questo principio si configura nella necessità di restituire ai nostri figli la capacità di essere autonomi, affinché possano vivere una serena esistenza quando non potremo più essere accanto a loro.
L’autonomia è una condizione che conduce ben oltre la salvezza dalla scura dimensione di obbligata dipendenza materiale a cui spesso sono destinate le disabilità. Nelle sue origini semantiche ritroviamo un senso più determinante rispetto ai soli ideali di libertà fisica e psichica desiderati e perseguiti; Dall’analisi dell’etimo emerge un’antica fusione, frutto di un’ eredità ellenica capace di custodirne con purezza il senso reale. Ed invero il termine è composto dalle parole αὐτος“(sé stesso) – e “νόμος”, (legge), ovvero “legge propria”. Un processo associativo che, attraverso la ricostruzione etimologica, suggerisce una fondamentale rivelazione, capace di sintetizzare in un’unica parola l’idea di individuo in quanto espressione unica e totalizzante dell’esistenza.
Diventare autonomi significa non soltanto liberarsi dalla dipendenza dell’altrui sostegno, ma soprattutto essere liberi di vivere la propria vita secondo le disposizioni naturali dell’animo e della mente, seguendo la propria visione del mondo, le proprie inclinazioni e le proprie abilità. La libertà, dunque, di poter essere pienamente sé stessi in un contesto di condivisione comune, imparando, nel contempo, l’equilibrio indispensabile del vivere sociale.
Per noi genitori ciò significa andare oltre il compromesso dell’accettazione ed abbracciare pienamente un modo altro di percepire la Vita, celebrandone le differenze. Diventare, quindi, consapevoli di una prospettiva che non ci appartiene, ma che, se vissuta in profondità, può condurci verso orizzonti piu maturi. Per noi che siamo abituati a fissare i limiti del mondo non oltre la certezza del proprio conoscere può rivelarsi un percorso difficile, spesso sofferto, ma in grado offrirci possibilità fondamentali di rinascita e di rivalutazione esistenziale.
Per insegnare ai nostri figli ad essere autonomi dobbiamo necessariamente imparare a diventarlo noi, in termini ontologici, restituendo valore alla nostra individualità, nel pieno riconoscimento della legge naturale che ci appartiene e che ci rende esseri unici e di conseguenza differenti. Solo quando la “legge del sé” diventerà strumento di celebrazione della Vita in luogo del conformismo esistenziale che da sempre governa il nostro pensare ed il nostro vivere e convivere sociale, potremo consideraci realmente individui liberi.
André Breton, saggista e critico d’arte, affermava: “La più grande debolezza del pensiero contemporaneo mi sembra risiedere nella sopravvalutazione esagerata del conosciuto rispetto a ciò che rimane da conoscere”
Una riflessione che suggerisce quanto le società siano pericolosamente imprigionate in stereotipi comportamentali arcaici e stagnanti ai quali si affida troppo spesso il metro di giudizio dell’etica e dell’educazione, creando distanze incolmabili rispetto al processo di evoluzione generazionale.
Il fine ultimo di qualsiasi percorso educativo dovrebbe essere sempre la conquista dell’autonomia, della legge del sé. Educare (ex ducere) alla legge del sé significa educare al valore delle differenze, del divenire e del mutare. Gli unici valori che possano consentirci di coltivare “spazi interni ed esterni” nei quali seminare ed accogliere  il futuro incerto dei nostri figli.

Affermava ancora Breton:

“Le soluzioni immaginarie sono il vivere e il cessare di vivere. L’esistenza è altrove.”

Ogni giorno osservo le differenze di mio figlio ed in esse posso riscoprire con meraviglia questo “altrove” che è esistenza vera oltre la vita…

Gianluca Patti

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