La necessità distruttiva della colpa

Osservando da genitore il mondo dell’autismo ciò che noto è che spesso si fa confusione tra conoscenza oggettiva, che di fatto può avere valore esclusivamente scientifico (anche se credo che in materia di autismo oggi esista ben poco di oggettivo sul piano epistemologico) ed esperienza empirica che assume una rilevanza fondamentale nella dimensione personale o in contesti circoscritti, ma che non può assurgere in alcun modo a verità assoluta.
Si possono condividere esperienze e visioni, ma spesso nell’interpretare le considerazioni di molti genitori mi sembra che si voglia imporre al mondo una prospettiva personale, disprezzando con sarcasmo le prospettive altre. Non si tratta di stabilire ciò che è giusto o ciò che è sbagliato, ma di non abbandonare la sana capacità di mettersi in discussione.
Forse bisognerebbe riscoprire il valore della partecipazione nei confronti di una difficoltà condivisa, valore che oggi, purtroppo, cede il posto ad una forma di competizione etica di cui onestamente mi risulta difficile comprendere il senso. Sulla base della mia personale esperienza, credo che l’aspetto emozionale influisca in maniera considerevole nella gestione di una realtà come l’autismo, spesso profondamente complessa da comprendere e da affrontare, dando luogo ad una ricercata e costante forma di ostilità che evoca e promette salvezza. La rabbia è purtroppo un sentimento privilegiato in questo cammino, e ci conduce facilmente verso l’individuazione di una colpa e di un colpevole indefinito, o idealmente definito, contro cui rivolgere le nostre frustrazioni. E’ una fase di vulnerabilità in cui non raramente emergono insicurezze personali di remota formazione che contribuiscono a consolidare un doloroso senso di smarrimento  e di disequilibrio esistenziale, già maturato in seguito all’esperienza diagnostica. Questa rabbia, questa ricerca di una responsabilità altra ci donano l’illusione di una forza apparente, alimentata da un profondo senso di ingiustizia da cui nasce una necessità di agire e di reagire nei confronti di una condizione avversa che di fatto appare incontrastabile. Una responsabilità che assume molte forme, ma che ci imponiamo di individuare quasi sempre nella dimensione scientifica.
E’ ovviamente innegabile che gli aspetti eziologici e terapeutici restino materia fondamentale ai fini della ricerca e del trattamento nel campo dell’autismo, ma andrebbero considerati e valutati con oggettiva lucidità, senza cercare a tutti i costi un colpevole contro cui puntare il dito.
Imparare ad abbracciare l’autismo come una diversa prospettiva da cui osservare il mondo e non come il risultato di una colpa altrui può liberarci dal senso di impotenza che soffoca la serenità del nostro procedere, restituendoci la Consapevolezza di una “coincidentia oppositorum” nella quale il dolore e le difficoltà non rappresentano il frutto di una responsabilità altra, nè una paradossale forma di “ingiustizia divina”,  ma una “naturalis conditio” dell’equilibrio esistenziale.

“Non è la cura, ma è la guarigione che cerco. E la guarigione è la ricostituzione dell’equiilibrio” (Tiziano Terzani)

Gianluca Patti

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