Comunicazione altra

Nella tradizione letteraria ogni racconto, ogni possibilità di narrazione si concretizza per lo più attraverso il linguaggio scritto o parlato. Diversamente, nel processo di evoluzione sociale, la storia degli eventi ci insegna che in determinati contesti, per cultura, arte o per necessità, le persone riescono a sviluppare la capacità di elaborare forme alternative di comunicazione che non riconoscono nella parola l’unico mezzo di espressione condivisa per lo sviluppo delle relazioni umane.
Nelle persone con autismo il concetto di comunicazione è strettamente correlato a specifiche modalità percettive che differiscono dai comuni canoni espressivi destinati alla condivisione strutturata di precisi stati emozionali; ciò in quanto il processo di interazione si basa fondamentalmente sull’utilizzo marcato della memoria visiva piuttosto che su attività sensoriali legate al pensiero simbolico.
Ciò premesso è innegabile che ogni vissuto sociale produca sempre una fondamentale opportunità di condivisione per qualsiasi individuo, un “motus commutationem” durante il quale ogni stato d’animo è destinato a divenire oggetto di narrazione futura.
La scuola, ad esempio, rappresenta una delle esperienze di condivisione narrata più significative, soprattutto nella fase antecedente all’esperienza vissuta, durante la quale la fantasia di ciò che sarà muta in materia dialogica, creando opportunità di crescita e di maturazione reciproca. Un’esperienza condivisa, dunque, profondamente ambivalente sul piano emozionale, che difficilmente riesce ad assumere una natura descrittiva del tutto individuale.
In tal senso la dimensione autistica si discosta in parte dalle caratteristiche univoche che generalmente accomunano i bambini neurotipici nella fasi edificanti della partecipazione sociale. Ciò per l’assenza di due elementi naturali nello sviluppo evolutivo: La dimensione simbolica e la risorsa del linguaggio.
Un’assenza che non va considerata come una privazione in termini formativi e che non può e non deve in alcun modo rappresentare un limite nella maturazione della propria e dell’altrui dimensione sociale, ma che, al contrario, diviene risorsa condivisa che consente di sperimentare orizzonti percettivi incredibilmente profondi, dove il “non dire” diventa sostanza narrata attraverso l’esperienza visiva.
Si impara, pertanto, ad interagire attraverso canali dialogici alternativi i quali, con l’ausilio di metodologie strutturate, non raramente si sintetizzano in strategie espressive meramente corporee, trovando in gesti, sguardi, sorrisi ed abbracci risorse di fondamentale compartecipazione emotiva.
Ciò consente a molti di riscoprire possibilità percettive di rara e complessa profondità, di cui spesso la semplicità del parlare ci priva.
E’ chiaro, dunque, che, indipendentemente dalle strategie comunicative utilizzate, è sempre possibile ottenere una totale consapevolezza emotiva di ogni vissuto condiviso, pur non anticipandone o ritardandone per forza l’esperienza con la fantasia e l’immaginazione.
Un alterità che trova piena realizzazione nella celebrazione del tempo presente, in cui “l’altro” non è stato, nè potrebbe essere, ma semplicemente è.

G.Patti

 

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