Consapevolezza

Il 2 aprile è la data in cui ricorre la “Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo”.
Un titolo di tutto rispetto, che pone l’accento su una dimensione di totalità, poiché coinvolge formalmente l’intero globo, richiamando i popoli tutti ad un senso di responsabilità etica ed impegno umanitario nei confronti di un problema comune che, pur in maniera piuttosto silente, resta parte integrante di un intero equilibrio sociale.
Una realtà comune ad ogni popolo che, per naturale  difformità culturale ed economica legata alle vicende storico-territoriali di ogni singola porzione geografica, muta in maniera camaleontica, generando, soprattutto in contesti meno evoluti, vicende piuttosto tragiche e situazioni di sofferenza estrema, aggravate, spesso, da un totale abbandono istituzionale e da una scarsa coscienza civica.
Ma nell’analisi concettuale del nome dedicato all’evento, l’attenzione si sofferma su un termine specifico che sembrerebbe racchiudere il fine ultimo del messaggio condiviso:
Consapevolezza”.
Cosa  vuol dire, in realtà, essere realmente consapevoli di qualcosa?
Credo esistano diversi livelli di coscienza, il cui ultimo stadio prende forma nel concetto di Consapevolezza.
Non ritengo sia sufficiente alimentare la propria qualità cognitiva in merito ad un argomento ed approfondirne la conoscenza aumentando la quantità di informazioni che ne derivano per sentirsi davvero consapevoli di una specifica realtà.
La Consapevolezza è uno stato dell’essere che non deve limitarsi alla semplice acquisizione della realtà esteriore, ma diventarne parte integrante. Un viaggio cognitivo bidirezionale, quindi, che proietta la propria coscienza verso il mondo esterno per poi fare ritorno nella propria dimensione interiore, diventando porzione emozionale di quel tutto.
Solo così si può davvero “comprendere”. Solo così si può davvero agire.
Far conoscere l’autismo, certo, le sue particolarità, le sue esigenze è tappa fondamentale.
La conoscenza è sempre l’inizio di ogni cosa.
Ma rendere “consapevoli” le persone significa spingerle oltre le parole, far assaporare loro un po’ di quel silenzio di cui si nutrono le nostre vite. Aiutarli ad osservare il mondo con gli occhi dei nostri figli.
Non so se sia possibile scuotere le coscienze fino a questo punto e non ne conosco i mezzi, ma forse dobbiamo partire prima da noi stessi, diventare noi stessi silenzio prima di cercare le parole.
Io ci provo ogni giorno e ci sono momenti in cui la visione attraverso la simbolica bolla di sapone diventa chiara ed armoniosa: ogni volta che mio figlio mi abbraccia, mi guarda negli occhi o mi tiene la mano. Ogni volta che cerca la mia attenzione o condivide con me un interesse. In quel momento il tempo si ferma e mi accorgo di trovarmi in perfetto equilibrio tra due dimensioni parallele. In questi momenti penso che la verità, forse, si trova a metà strada; che in fondo basterebbe avanzare alternativamente a piccoli passi.
E’ questo che vorrei far comprendere alle persone.
Consapevolezza, forse, non vuol dire cambiare il mondo e neppure pretendere di modificare i nostri figli.
Consapevolezza, forse, è’ semplicemente venirsi incontro.

G.Patti

 

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