Il diritto di ognuno di essere “altro”

In tema di autismo si parla spesso del ruolo delle Istituzioni e della famiglia nell’attività di inclusione dedicata ai bambini ed ai ragazzi con difficoltà.
Nel merito credo sia fondamentale interrogarsi sulla formazione dei valori etici di una specifica cultura in considerazione dei mutamenti storico-antropologici della società di appartenenza.
In questa analisi sembra avere un ruolo fondamentale il concetto di “normalità”, il quale – non va dimenticato – altro non è che un fenomeno meramente culturale, soggetto alle leggi di una relatività etica. Ecco dunque che tutto appare relativo in funzione dell’immagine individuale o culturalmente collettiva della società. La stessa dicotomia bene-male sembra dipendere dalla considerazione oggettiva che ogni cultura cerca di attribuire alla propria visione del mondo, sulla base dei valori storicamente acquisiti e coltivati.
Cos’è dunque la normalità? Fondamentalmente la normalità è la negazione dell’altro, è l’oblio delle differenze, la costruzione fittizia di una realtà univoca ed inviolabile, nella quale l’alterità, nelle sue differenze, assume valore destabilizzante.
La normalità è quindi fondamentalmente un concetto molto vicino all’idea di antidinamismo, una staticità etica e culturale in contraddizione con i principi evolutivi sia individuali che globali.
Una condizione fertile per la sopravvivenza delle ideologie di massa che danno forma alle strutture sociali.
In questo contesto le Istituzioni sembrano avere la funzione di garantire un rassicurante “etnocentrismo culturale” attraverso la somministrazione di modelli di comportamento in linea con la costruzione dei valori di appartenenza, che conducono ad una visione esclusivamente oggettiva della realtà.
Se però consideriamo che la famiglia, pur in forma circoscritta, rappresenta una vera e propria “dimensione istituzionale” in termini culturali, non è possibile operare una valida correzione dei valori di massa se non si inizia a modificare in primis la personale percezione etica di ciò che è altro da noi.
Auspicare un relativismo culturale che possa condurre la “multitudo” verso un senso di alterità che invòchi il valore delle differenze è opera complessa e non certamente breve. Ma se è vero che le Istituzioni esistono su molteplici livelli sociali già partendo dalla dimensione individuale, è chiaro che noi stessi ne risultiamo parte attiva; siamo lo specchio d’acqua che ne produce il riflesso.
Per questo credo sia fondamentale lasciar cadere il senso contrastante dei ruoli che ci rende elementi separati dai contesti istituzionali, destinati al silenzio ed all’oblio.
Condividere attivamente l’esperienza dell’autismo ci consente al contrario di attribuire un senso di “normalità sociale” a ciò che è differente, valorizzandone le caratteristiche. Quindi non più cercare di modificare a tutti i costi le diversità per avvicinarle alla visione comune, ma modificare la visione comune affinchè essa impari ad avvicinarsi alle diversità. Fare in modo, dunque, che la coesistenza delle differenze sia considerata una condizione di normalità, ma soprattutto un’opportunità di evoluzione sociale.
La conoscenza è parte essenziale di questo percorso di rivoluzione culturale, al di là degli stereotipi che l’immaginario collettivo è in grado di generare. Non credo però che ciò possa sintetizzarsi esclusivamente nel tentativo, utile e legittimo, di portare alla luce le reali condizioni di complessità che l’autismo è in grado di produrre nel vissuto quotidiano di una famiglia; ritengo invece che sia fondamentale dimostrare empiricamente quanto un diverso modo di osservare le cose possa diventare un potenziale enorme di crescita sociale, nel rispetto della libertà di essere a cui ogni individuo ha pieno diritto esistenziale.
Credo che nell’autismo esista un’alternativa lessicale in grado di attribuire alla parola “paura” un opposto diverso da quello ufficialmente riconosciuto nel termine “coraggio”. Nell’autismo il contrario della paura equivale alla fiducia. Solo avendo piena fiducia nei nostri figli è davvero possibile stravolgere il senso oggettivo delle cose.

Gianluca Patti

 

“Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire, hanno paura del mare a furia di invecchiare e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora, ogni giorno della loro vita e che non hanno paura a volte di lanciarsi fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.”

Jacques Brel