Il lato dissacrante dell’educazione

Era il 1978 quando la “legge Basaglia” consentì finalmente l’abolizione dei manicomi. Tra i diversi Istituti soppressi è impossibile dimenticare Villa Azzurra di Collegno in provincia di Torino, l’ospedale psichiatrico dei bambini, noto alla cronaca degli anni ’70 per lo scandalo che portò alla luce le indicibili ed innumerevoli torture subite dai minori all’interno della struttura, la cui sola “colpa” era la ricerca del diritto alla propria libertà di essere. Tali eventi sono ben rappresentati in un’opera bibliografica molto toccante di cui recentemente ho iniziato la lettura, “Il manicomio dei bambini” di Alberto Gaino.
Lo stesso periodo segnava probabilmente la fine lenta e graduale di un’era in cui l’educazione familiare e scolastica si affidava a metodologie rigide e spesso lesive, delineando finalmente un sistema legislativo più tutelante, affiancato da una più matura etica sociale in grado di condannare pesantemente simili iniziative, oggi ufficialmente rinnegate e perseguite in termini di legge e riconosciute del tutto inadeguate sul piano scientifico. Ed invero, sempre in tema di lettura, in questi giorni mi sono imbattuto in un ottimo articolo del noto blog di psicologia “La mente è meravigliosa”, nel quale viene perfettamente evidenziato come e quanto strategie verbali impositive ed aggressive applicate nei confronti dei bambini risultino profondamente anti-educative e soprattutto terribilmente lesive per il loro sviluppo psicofisico. Particolarmente illuminante è l’incipit dell’articolo: “L’educazione che eleva alla libertà ha ben poco a che vedere con le imposizioni, e nulla con le grida”.
Purtroppo non è raro ancora oggi ascoltare o leggere visioni che appaiono essere in disaccordo riguardo l’etica dell’educazione suggerita dal buon senso dei giorni attuali, sostenendo al contrario l’utilità di metodi educativi più severi e meno funzionali. Sembra, dunque, che a livello globale una preoccupante deformazione ideologica, in contrasto con i buoni principi dell'”ex ducere”, continui in parte a resistere alla evoluzione culturale dei tempi contemporanei, su qualsiasi livello di sviluppo sociale, ed in contesti umani piuttosto variegati. Mi riferisco all’utilizzo concreto o limitato alla sola volontà istintiva di agire, delle strategie punitive e castiganti quale metodo educativo per una “corretta” formazione dei bambini.
La ricerca dell’equilibrio dei ruoli attraverso la manifestazione di atteggiamenti dittatoriali, già in età prescolare, fino alle forme più indegne di prevaricazione psicologica (e purtroppo alle volte anche fisica, come la cronaca attuale troppo spesso ci riferisce) nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza, continua a rappresentare per molte culture una giusta alternativa alla corretta etica della formazione, al fine di evidenziare la propria supremazia nella costituzione dello schema delle parti, attribuendo a tali gesti un valore correzionale, o addirittura considerandoli, per assurdo, una necessaria quanto paradossale strategia “affettiva” il cui intento reale sembra più realizzarsi nel misero tentativo di coprire in maniera ingannevole la colpa della propria ignoranza o la liberazione distorta di antiche frustrazioni.
Se in passato simili abitudini potevano apparire, in termini sociali, conseguenza del più diffuso e generalizzato sottosviluppo culturale, trovo profondamente doloroso nel secolo contemporaneo, culla di una pedagogia evoluta ed evolvente, dove si è raggiunta una maggiore consapevolezza del senso etico, e la cultura e la conoscenza sono diventati un obbligo comune ed un privilegio accessibile a tutti e sempre più velocemente assimilabile grazie alla immediatezza delle comunicazioni che le attuali risorse tecnologiche offrono su scala globale, immaginare l’esistenza di contesti primitivi ed involutivi nei quali il ruolo genitoriale cerca ancora nella aggressività delle punizioni e nella produzione della colpa la soluzione ideale per favorire una “educazione funzionale” e realizzare un “corretto” modello famigliare.
Va precisato che la materialità di queste condotte dissacranti non si realizza esclusivamente con l’esecuzione di azioni concrete, ma trova effettivo compimento anche attraverso la sola iniziativa verbale, rafforzata da una marcata carica tonale, nella quale la punizione assume la veste di possibilità, favorendo la maturazione di sentimenti negativi come ansia profonda e sensi di colpa. Ho sempre creduto che generare obbedienza attraverso il timore di un castigo o di una responsabilità colpevolizzante produca modelli di comportamento nocivi nei quali la prevaricazione apparirà, nel tempo, l’unico mezzo per la valorizzazione della propria personalità ed il raggiungimento dei propri obiettivi
La negazione o l’imposizione prive dell’elemento dialogico basato sulla reciproca interazione, più semplicemente sintetizzato nella formula empatica ascoltare-riflettere-comprendere-esporre, genera un rapporto caratterizzato dall’esclusività di parte, nel quale il genitore o l’educatore nega qualsiasi possibilità di essere che non si allinei perfettamente con la propria visione delle cose, cercando nell’espiazione del soggetto la ricostituzione del proprio e dell’altrui equilibrio contestuale.
L’aspetto più allarmante emerge quando la natura arcaica di queste metodologie muta in tradizione ideologica con la pretesa di trasformare in lecito ciò che non lo è, indossando una maschera di naturalità che pertanto sul piano sociale, seppur oggi in maniera più sfumata e circoscritta, nasconde la propria condizione immorale e lesiva. Non sono rare le persone che affermano di essere state oggetto di logiche educative severe ed impositive durante le fasi della crescita e di essere diventati adulti mentalmente “sani ed “equilibrati”, sostenendo di conseguenza l’utilità e l’essenzialità di simili consuetudini.
Vorrei invitare questi soggetti a fare un sincero ed approfondito esame introspettivo. Si stupiranno di quante paure, insicurezze, ansie e frustrazioni hanno accompagnato nel corso della Vita ed accompagnano tuttora i loro passi. E guardando ancora più in lontananza, in ognuna di queste criticità sarà possibile osservare con chiarezza l’eco dimenticata di una punizione, di un’umiliazione, di un’ingiusta privazione, della maturazione della colpa, o di altre intollerabili mortificazioni della propria identità di bambini. Se è vero che un’educazione aggressiva non sempre genera adulti violenti o propensi a delinquere, in ogni caso e senza alcuna eccezione genera individui consapevolmente o inconsapevolmente infelici. Nessuna azione prevaricante può trovare valida giustificazione ed è sempre preoccupante minimizzarne gli effetti; l’intensità di un gesto non ne modifica certo la natura lesiva. La prevaricazione resta tale su qualsiasi livello e nulla ha in comune con una sana educazione basata su un senso di alterità che deve rispettare e proteggere la dimensione psicofisica, l’integrità e la dignità dell’individuo e non dissolverne, soffocarne o mortificarne la natura.
Alla base di queste metodologie dannose sussiste probabilmente una visione culturale distorta nel rapporto genitori-figli, dove i minori vengono considerati da chi li ha messi al mondo come una proprietà esclusiva sulla quale imporre le proprie ideologie, i propri pensieri e la propria visione del mondo. La negazione dell’identità è il primo passo verso qualsiasi possibile forma di sopraffazione mascherata da intenzione educativa, la quale diversamente dovrebbe invitare continuamente a riflettere sulla dimensione interiore dell’altro. L’imposizione derivante dall’esclusiva posizione gerarchica dei ruoli è povera dell’elemento discorsivo che ne possa in qualche modo giustificare il senso, ma è pura prevaricazione sterile che nega identità, dignità e possibilità di essere dell’interlocutore.
È bene ricordare che i nostri figli non ci appartengono, ma sono espressioni indipendenti di Vita. Sforziamoci di guardare il mondo attraverso i loro occhi piuttosto che pretendere di imporre loro la nostra visione (spesso limitata) delle cose. Riconosciamo l’unicità e la bellezza di queste differenze. I nostri bambini e ragazzi prima di essere figli sono individui e vanno tutelati nel pieno rispetto della propria identità.
Possiamo dare loro due doni fondamentali: la serenità del dialogo ed il silenzio dell’attesa. Il primo aiuterà entrambi ad ascoltare ed a comprendere, il secondo nel momento giusto aiuterà loro a sviluppare la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni e noi a rispettare i tempi, gli spazi, i pensieri ed i sentimenti altrui.
Doniamo e doniamoci un’equivalenza dialogica in grado di oltrepassare il baratro generazionale imposto da una sfavorevole distanza dei ruoli che ancora oggi in certi contesti la società tradizionale riconosce in favore di modelli disciplinari più arcaici e prevaricanti.
E’ fondamentale capire che prenderci cura dei figli significa amarli incondizionatamente ed aprirli alla vita, aiutandoli a camminare sempre accanto a sé stessi ed a sviluppare le proprie abilità nel rispetto e nel valore delle differenze che sembrano separarci da loro, ma che in realtà ci uniscono, ci arricchiscono e ci completano.
Gianluca Patti

“Più che la trasmissione efficace di informazioni, come crede l’odierna filosofia efficientistica delle competenze, un insegnamento dovrebbe preservare quello che non si può trasmettere. O, se si preferisce, un insegnante può trasmettere un sapere vero proprio perché sa custodire con cura l’impossibile da sapere […] Per questo si può dire che ogni bravo insegnante non è tanto colui che sa, ma colui che, per usare una bella immagine del padre sopravvissuto celebrato da Cormac McCarthy in “La strada”, sa «portare il fuoco». Non è qualcuno che istruisce raddrizzando la pianta storta, né qualcuno che sistematicamente trasferisce i contenuti da un contenitore a un altro, secondo schemi e mappature cognitive più o meno raffinate, ma colui che sa portare e dare la parola, sa coltivare la possibilità di stare insieme, sa fare esistere la cultura come possibilità della Comunità, sa valorizzare le differenze, la singolarità, animando la curiosità di ciascuno senza però inseguire un’immagine di «allievo ideale». Piuttosto, esalta i difetti, persino i sintomi, le storture di ciascuno dei suoi allievi, uno per uno. È, insomma, qualcuno che, innanzitutto, sa amare chi impara, il che significa che sa amare la vite storta.”(Massimo Recalcati)

Massimo Recalcati, “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”, Einaudi, Torino 2014, pp.111-112.

"Parlare ai muri"Più che la trasmissione efficace di informazioni, come crede l'odierna filosofia efficientistica…

Slået op af Massimo RecalcatiMandag den 27. august 2018