La libertà di essere differenti

Quando si parla di disabilità sento spesso utilizzare il termine “accettazione” come risultato auspicabile di un buon processo di inclusione. In realtà considero la scelta di questa parola particolarmente infelice ed inappropriata. “Accettare” custodisce in sé il senso della condizione  e del compromesso, di un relazionarsi condizionale e condizionato, mai comunque libero ed equilibrato. In sostanza equivale a dire: “ti consento di accedere alla mia dimensione umana e sociale nonostante tu sia diverso (in senso deficitario) dagli standard “normali” che la rappresentano, a condizione che tu ti renda quanto più possibile adatto ad essa”.
Partiamo dal presupposto che la dis-abilità in senso letterale (nessuna abilità) non esiste. Esistono persone con differenti abilità o differenti gradi delle stesse abilità. Ed in tal senso siamo tutti diversamente abili, perchè nessun essere vivente per natura è identico ad un altro essere vivente. Il problema è fondamentalmente il modo con cui ognuno di noi è in grado di relazionarsi con le differenze altrui. Come sempre è una questione di prospettiva: è possibile considerare le differenze un limite rispetto al proprio modo di essere, ovvero un’opportunità  in grado di arricchire il proprio modo di essere.
Si sta discutendo molto in questi giorni in merito all’iniziativa adottata in Germania da circa 200 scuole di far indossare giubbotti pieni di sabbia a bambini ritenuti “iperattivi”. Questa circostanza mi riporta alla mente la famosa frase di Albert Einstein tanto cara a noi genitori: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. L’affermazione di Einstein va oltre la mera capacità di ciò che si è in grado di fare o di non fare, ma rende giustizia ad una condizione di equilibrio evolutivo che nasconde in sé la scintilla della Vita. Nel senso profondo di queste parole l’accettazione cede il passo alla Consapevolezza. Significa diventare consapevoli della natura altrui, rispettarne la sacralità delle differenze custodite in essa. Molte culture orientali hanno compreso da secoli questo segreto; non a caso una delle parole più belle della lingua hindi, utilizzata in particolare da alcune dottrine buddhiste come forma di saluto, è “namasté” che letteralmente significa “mi inchino a te” (dal sancrito “namas” inchinarsi”). Il saluto in realtà assume una valore di reciprocità, di fusione spirituale, ed invero il significato più completo da attribuire ad esso è “le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te”, o anche “mi inchino allo stesso potenziale che è in te”. In sostanza, dunque è un reciproco riconoscersi e celebrarsi attraverso le differenze dell’altro.
E’ chiaro dunque che nella nostra cultura c’è un errore di fondo nella considerazione di ciò che è differente, nell’idea di alterità che ci rende uniti come infinite parti di un’essenza comune.
Nella strategia adottata dalle scuole tedesche emerge, a mio avviso, un difetto culturale oggettivo profondo, che prescinde da una condizione di discutibilità funzionale soggettiva. In tal modo io non mi “inchino” alle tue differenze, non ne riconosco il valore divino, ma al contrario le rifiuto. E’ un atto di negazione realizzato attraverso l’uso di strumenti inibitori che costringono esclusivamente te ad inchinarmi alla mia condizione naturale.
La disabilità quindi non va individuata nell’iperattività dei bambini, ma nell’incapacità delle Istituzioni di incanalare in maniera positiva quell’energia. In tal senso è molto significativo il video di Sam, il “barista ballerino” (suggerito dalla Dott.ssa Russo ai genitori di Napoli per l’autismo a scopo di riflessione), un ragazzo con diagnosi di autismo associato a disturbi del movimento, che ha saputo trasformare il proprio disturbo in una forma d’arte. Se a questo ragazzo avessero messo un giubbotto di sabbia per limitarne i movimenti ora sarebbe un disabile in senso letterale (non abile) perché privato della propria essenza. Al contrario nell’inchinarsi alla natura che è in lui, nel riconoscerne il valore, è stato possibile trasformare la sua particolarità in energia produttiva.
Molti genitori hanno affermato di riscontrare, attraverso l’utilizzo dei giubbotti di sabbia, un miglioramento nell’equilibrio comportamentale dei propri figli. Senza voler assoutamente entrare nel merito di specifiche situazioni, viene però da chiedersi se in realtà questa scelta di assopirne l’istinto abbia contribuito solo a renderi “accettabili” per l’altrui natura, senza una vera conquista in termini di autnomia. Molto spesso tendiamo a confondere l’autonomia con l’adattabilità, che fondamentalmente significa renderci simili ad altro che non siamo noi, che non ci appartiene. Coltivare l’autonomia, al contrario, equivale a rendere i figli consapevoli del proprio valore e del proprio potenziale, insegnando loro ad utilizzarlo in maniera equilibrata e funzionale nella dimensione sociale, così che anche il mondo possa riconoscerne ed apprezzarne la ricchezza. La vera conquista consiste nell’insegnare ai nostri figli ad “inchinarsi” alle qualità divine che sono negli altri senza limitare o soffocare le proprie. E contestualmente nell’invitare gli altri ad “inchinarsi” alle qualità divine che dimorano nei nostri figli, senza pretendere di modificarne l’essenza. La cultura dell’alterità e delle differenze non può cedere ad alcun compromesso o costrizione, ma è il frutto spontaneo e libero di una Consapevolezza comune, di un percorso condiviso.
Personalmente non desidero rendere mio figlio accettabile per il mondo, nè il mondo accettabile per mio figlio, ma vorrei che l’uno imparasse a vivere ed a nutrirsi  delle differenze dell’altro, procedendo in un percorso di crescita condivisa. Questa per me rappresenta la base concreta di una reale evoluzione culturale, etica ed umana.

Gianluca Patti

“Se conosci il tuo valore, perchè mai ti dovresti preoccupare dell’accettazione o del rifiuto degli altri?” (Osho)

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