La possibilità espressiva delle emozioni

“Ero matta in mezzo ai matti.
I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti.
Sono nate lì le mie più belle amicizie.
I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo.
I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita”.
(Alda Merini)

“Pazzia” è una delle parole dall’etimologia più incerta. La teoria più diffusa ne riconduce le origini al termine greco pathos sofferenza, significato che nei secoli ha assunto un valore esclusivamente negativo, equiparandone il senso all’idea di malattia o più in generale di condizione esistenziale sfavorevole. Non va però dimenticato che anche il termine “passione”, di più favorevole utilizzo concettuale nelle strutture linguistiche contemporanee, custodisce medesime origini. “Pathos”può essere dunque sofferenza mortificante, ma al contempo emozione edificante. Secondo le antiche correnti filosofiche aristoteliche il “pathos” rappresenta la massima espressione dell’animo umano sul piano dei sentimenti e delle emozioni, in netta contrapposizione all’elemento del “logos” che simboleggia, per converso, la ragione e la logica, attributi riconducibili, per convenzione storico/sociale, all’idea generalizzata di “normalità”. In chiave contemporanea, in considerazione del lento ma costante processo di evoluzione e di mutamento ideologico modulato dalle attuali generazioni, questa dicotomia apollineo/dionisiaca sembra perdere valida efficacia, restituendo al pathos un senso valorizzante, non più disgiunto dal raziocinio, ma congiunto ad esso in qualità di forza emotiva senza la quale i principi dell’ethos collettivo non avrebbero modo alcuno di consolidarsi in un perfetto equilibrio di compartecipazione e di condivisione degli spazi sociali.
In questo percorso di rinnovazione ideologica il pathos abbandona la sua antica dimensione di espiazione in quanto male soffocante della ragione ed assume sempre più il significato valorizzante di “intelligenza emotiva”. Intelletto ed emozioni dunque si fondono in un processo di rinnovata consapevolezza che apre le porte ad una nuova etica delle differenze. Una dimensione multidirezionale nella quale l’idea di normalità come massima rappresentazione del logos perde di consistenza, lasciando spazio all’idea di “possibilità espressiva delle emozioni” più fedele all’universo singolare dell’individuo. Dunque la secolare aemulatio del comportamento celebrata dalle comuni strutture etno-antropologiche come condizione indispensabile di partecipazione sociale, che per lunghissimo tempo ha provocato lo sgretolamento del senso di unicità ed integrità individuale, cede il passo oggi ad una nuova cultura delle differenze che consente di accedere a visioni altre del mondo da sempre rinnegate e moritificate,  diventando condizione valorizzante di potenziale evoluzione culturale globale.
Dunque, così come pathos e logos diventano elemento unico di accrescimento umano allo stesso modo differenza e società si fondono dando luogo ad una dimensione basata non più sull’emarginazione dell’altro, ma sull’opportunità del non uguale.
Questo percorso di rivoluzione ideologica ha inizio con la chiusura dei manicomi che interrompe l’oblio delle differenze celebrando la rinascita del “pathos- emozione” in luogo del “pathos-sofferenza”. Ciò almeno sul piano teoretico. Ma il processo di ricostituzione sociale deve fare i conti con il più lento processo di rielaborazione culturale in applicazione alla vita che ancora oggi incontra molteplici resistenze. Alterità significa imparare a celebrare la passione delle differenze maturate nel rispetto dell’ “ethos” comune, rinnegando l’istinto di emulazione forzata come prodotto dell’anticultura patologica, capace di generare solo demenza.
“Pazzo” oggi non è più colui che differisce, ma colui che emula rinnegando la natura del sé.

Gianluca Patti