L’incantesimo dell’ attesa

“Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno più lungo per aspettare
Io dico che c’era un tempo sognato
Che bisognava sognare”
(I.Fossati)

Esiste una indissolubile correlazione tra il concetto di attesa e quello di desiderio. Eppure il valore etico di questa imminenza va misurato in funzione della natura stessa racchiusa nell’atto del desiderare. Nell’essenza del desiderio si configura una duplice funzione emotiva che si perfeziona nella necessità di un “ritorno” alle proprie origini essenziali, ovvero di un allontanamento, una frammentazione del sé prodotta per soddisfare l’esigenza di divenire “altro”.
Affermava Osho che “Il desiderio è sinonimo di divenire. Desiderare vuol dire  – quindi – essere qualcos’altro“.
Ma il desiderio può essere anche elemento opposto, un veicolo di ricostituzione individuale, un divenire non altro da ciò che si è, ma consapevolezza piena di ciò che si è.
In questi termini l’attesa diventa momento temporale di maturazione, non immota sterilità dell’agire, bensì qualità del produrre e del conseguire.
La natura dell’autismo, secondo la visione comune, sembra essere priva dell’elemento dell’attesa. Esprime il senso dell’anticipazione che deve superare e vincere la certezza della caducità genitoriale, l’illusione di poter rallentare il processo naturale della vita, di poterne alterare il ciclo attraverso un’opera di modellazione della dimensione individuale dei figli, in funzione dei paradigmi sociali di appartenenza: una frammentazione dell’identità che trova pieno appagamento ideologico nell’opera dissacrante della “riabilitazione”.
La riabilitazione dunque conserva in sé il senso dell’anticipazione, diversamente dall’autonomia che custodisce invece il privilegio dell’attesa. Il momento celebrativo dell’attesa evoca un paradosso fondamentale, o meglio una contraddizione contestuale; consente di diventare testimoni attivi della vita dei figli, ed allo stesso tempo spettatori distanti di un agire che non ci appartiene. “Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.” scriveva Kahlil Gibran nell’opera “Il Profeta”. Nella mia visione delle cose l’immagine di me genitore è più simile ad un sasso in caduta libera nel mare, immobile, poi, sul fondo della vita ad osservare i figli, cerchi concentrici, che si espandono all’infinito nelle acque del mondo. La forza della caduta è energia del divenire che rompe gli schemi, la staticità dei pensieri imposti, per consentire ai figli di procedere come onde libere, in continua trasformazione, eppure sempre integre nella natura della propria essenza. In tal modo l’attesa diventa rivoluzione e contestualmente piena libertà di essere. Rappresenta forse il dono più grande che possiamo dare ai nostri figli, la forza di procedere, nell’attesa di vederli sbocciare in libertà, senza la pretesa di dare loro una specifica identità.
L’attesa, dunque, ci consente di tramutare il desiderio di divenire in desiderio di essere. E la libertà di essere è l’unica eredità salvifica che possiamo consegnare nelle mani dei nostri figli.
Una particolare corrispondenza etimologica riconduce i termini “autismo” ed “autonomia” alla stessa origine semantica, allontanandoli invece, per definizione, sul piano sociale : autòs, se stesso, autòs nòmos, legge del sé. Eppure credo che ciò non sia un caso. L’individualità di una persona con autismo appare molto più integra e genuina di quella di una persona “normodotata” gravata di continuo dal desiderio di diventare altro. Viene allora da chiedersi se la nostra visione di autonomia non corrisponda n realtà al nostro desiderio di mutare, piuttosto che a quello di celebrare la legge del sé presente in noi e nei nostri figli.
Abbracciamo, dunque, il desiderio della vera autonomia diventando archi pronti per scoccare o sassi in caduta libera nel mare, e impariamo, poi, l’incantesimo dell’attesa. Resteremo stupiti di quanto lontano possono arrivare i nostri figli.

Gianluca Patti