Armonie

“E chiamai disordine
Quelle armonie in me”

Così scrive Nabil Salameh, cantautore e giornalista palestinese in una delle sue più apprezzate composizioni. Pur essendo parte di un testo musicale che racconta tematiche altre, queste parole riescono a farmi riflettere profondamente sul processo di formazione ideologica della società in merito alla natura espressiva dell’autismo nelle sue molteplici, quanto differenti manifestazioni. Tra le numerose forme descrittive utilizzate per attribuire un’identità specifica alle svariate sintomatologie rilevate è possibile ascoltare con una certa frequenza il termine “disordine” inteso in senso neurologico (spesso utilizzato in alternativa alla parola “disturbo”), ma esteso anche a livello sociale in riferimento ai possibili modelli di comportamento. E’ interessante innanzitutto esaminare il significato attribuito al suo contrario, “ordine”, che in linea generale viene definito come la disposizione razionale di elementi nello spazio e nel tempo, una condizione in cui nulla è fuori posto. Ne conviene che in materia di intelletto l’idea di disordine configura un’alterazione delle facoltà razionali, considerate determinanti nella struttura dei rapporti logici; uno stato, quindi, di profonda disarmonia. E’evidente che per poter dare un senso specifico ai succitati concetti è fondamentale rimanere in una dimensione di mera oggettività, dove non è previsto mutare pensieri e prospettive sulla base della propria individualità, ma è presente un’idea di valutazione comune destinata a diventare struttura edificante di massa. Una condizione che produce un effetto riflettente in grado di confondere l’immagine di sé stessi rispetto a ciò che è esterno e che abbiamo imparato a considerare totalizzante. Da ciò deriva che concetti come “ordine” ed “armonia” non risultano essere più il frutto del nostro personale “sentire”, ma diventano, nel tempo, pura definizione di una visione strutturata. E’ facile comprendere come anche le caratteristiche comportamentali degli individui soffrano profondamente di questa forma di valutazione imposta. Al di là delle rilevanze scientifiche che appaiono incontrovertibili nell’individuazione di una specifica condizione neurologica, dovremmo, sul piano sociale, imparare a mettere in discussione tutto ciò che ci è stato lentamente somministrato nel corso della vita in ambito educativo e culturale. Ciò che appare “disordine” per convenzione non lo è affatto in contesti diversamente o per nulla strutturati. La frase di Nabil Salameh suggerisce con quanta facilità il mondo ci ha insegnato a considerare “disordine” le armonie con cui la Vita da forma alla nostra individualità ed a quella degli altri.
In una società dove ciò che è differente dal comune senso oggettivo è diventato sinonimo perfetto di imperfezione è necessario riacquistare la consapevolezza universale che, per natura, ogni differenza è necessariamente armonia. Basterebbe, forse, sforzarci un po’ di più nell’intento di comprendere, almeno in parte l’altrui modo di osservare il mondo, liberandoci dal senso di facile giudizio che governa le nostre intelligenze assopite. Potremmo stupirci di quante perfette armonie è possibile trovare nei comportamenti “disordinati” di una persona con autismo.

Affermava Albert Einstein:

“Penso 99 volte e non trovo niente. Smetto di pensare, nuoto nel silenzio e la verità mi arriva.”

Credo fermamente che tra i 99 pensieri di una società disordinata i nostri figli rappresentano, senza alcun dubbio, quell’unico istante di silenzio e verità…

Gianluca Patti

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La libertà di essere differenti

Quando si parla di disabilità sento spesso utilizzare il termine “accettazione” come risultato auspicabile di un buon processo di inclusione. In realtà considero la scelta di questa parola particolarmente infelice ed inappropriata. “Accettare” custodisce in sé il senso della condizione  e del compromesso, di un relazionarsi condizionale e condizionato, mai comunque libero ed equilibrato. In sostanza equivale a dire: “ti consento di accedere alla mia dimensione umana e sociale nonostante tu sia diverso (in senso deficitario) dagli standard “normali” che la rappresentano, a condizione che tu ti renda quanto più possibile adatto ad essa”.
Partiamo dal presupposto che la dis-abilità in senso letterale (nessuna abilità) non esiste. Esistono persone con differenti abilità o differenti gradi delle stesse abilità. Ed in tal senso siamo tutti diversamente abili, perchè nessun essere vivente per natura è identico ad un altro essere vivente. Il problema è fondamentalmente il modo con cui ognuno di noi è in grado di relazionarsi con le differenze altrui. Come sempre è una questione di prospettiva: è possibile considerare le differenze un limite rispetto al proprio modo di essere, ovvero un’opportunità  in grado di arricchire il proprio modo di essere.
Si sta discutendo molto in questi giorni in merito all’iniziativa adottata in Germania da circa 200 scuole di far indossare giubbotti pieni di sabbia a bambini ritenuti “iperattivi”. Questa circostanza mi riporta alla mente la famosa frase di Albert Einstein tanto cara a noi genitori: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. L’affermazione di Einstein va oltre la mera capacità di ciò che si è in grado di fare o di non fare, ma rende giustizia ad una condizione di equilibrio evolutivo che nasconde in sé la scintilla della Vita. Nel senso profondo di queste parole l’accettazione cede il passo alla Consapevolezza. Significa diventare consapevoli della natura altrui, rispettarne la sacralità delle differenze custodite in essa. Molte culture orientali hanno compreso da secoli questo segreto; non a caso una delle parole più belle della lingua hindi, utilizzata in particolare da alcune dottrine buddhiste come forma di saluto, è “namasté” che letteralmente significa “mi inchino a te” (dal sancrito “namas” inchinarsi”). Il saluto in realtà assume una valore di reciprocità, di fusione spirituale, ed invero il significato più completo da attribuire ad esso è “le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te”, o anche “mi inchino allo stesso potenziale che è in te”. In sostanza, dunque è un reciproco riconoscersi e celebrarsi attraverso le differenze dell’altro.
E’ chiaro dunque che nella nostra cultura c’è un errore di fondo nella considerazione di ciò che è differente, nell’idea di alterità che ci rende uniti come infinite parti di un’essenza comune.
Nella strategia adottata dalle scuole tedesche emerge, a mio avviso, un difetto culturale oggettivo profondo, che prescinde da una condizione di discutibilità funzionale soggettiva. In tal modo io non mi “inchino” alle tue differenze, non ne riconosco il valore divino, ma al contrario le rifiuto. E’ un atto di negazione realizzato attraverso l’uso di strumenti inibitori che costringono esclusivamente te ad inchinarmi alla mia condizione naturale.
La disabilità quindi non va individuata nell’iperattività dei bambini, ma nell’incapacità delle Istituzioni di incanalare in maniera positiva quell’energia. In tal senso è molto significativo il video di Sam, il “barista ballerino” (suggerito dalla Dott.ssa Russo ai genitori di Napoli per l’autismo a scopo di riflessione), un ragazzo con diagnosi di autismo associato a disturbi del movimento, che ha saputo trasformare il proprio disturbo in una forma d’arte. Se a questo ragazzo avessero messo un giubbotto di sabbia per limitarne i movimenti ora sarebbe un disabile in senso letterale (non abile) perché privato della propria essenza. Al contrario nell’inchinarsi alla natura che è in lui, nel riconoscerne il valore, è stato possibile trasformare la sua particolarità in energia produttiva.
Molti genitori hanno affermato di riscontrare, attraverso l’utilizzo dei giubbotti di sabbia, un miglioramento nell’equilibrio comportamentale dei propri figli. Senza voler assoutamente entrare nel merito di specifiche situazioni, viene però da chiedersi se in realtà questa scelta di assopirne l’istinto abbia contribuito solo a renderi “accettabili” per l’altrui natura, senza una vera conquista in termini di autnomia. Molto spesso tendiamo a confondere l’autonomia con l’adattabilità, che fondamentalmente significa renderci simili ad altro che non siamo noi, che non ci appartiene. Coltivare l’autonomia, al contrario, equivale a rendere i figli consapevoli del proprio valore e del proprio potenziale, insegnando loro ad utilizzarlo in maniera equilibrata e funzionale nella dimensione sociale, così che anche il mondo possa riconoscerne ed apprezzarne la ricchezza. La vera conquista consiste nell’insegnare ai nostri figli ad “inchinarsi” alle qualità divine che sono negli altri senza limitare o soffocare le proprie. E contestualmente nell’invitare gli altri ad “inchinarsi” alle qualità divine che dimorano nei nostri figli, senza pretendere di modificarne l’essenza. La cultura dell’alterità e delle differenze non può cedere ad alcun compromesso o costrizione, ma è il frutto spontaneo e libero di una Consapevolezza comune, di un percorso condiviso.
Personalmente non desidero rendere mio figlio accettabile per il mondo, nè il mondo accettabile per mio figlio, ma vorrei che l’uno imparasse a vivere ed a nutrirsi  delle differenze dell’altro, procedendo in un percorso di crescita condivisa. Questa per me rappresenta la base concreta di una reale evoluzione culturale, etica ed umana.

Gianluca Patti

“Se conosci il tuo valore, perchè mai ti dovresti preoccupare dell’accettazione o del rifiuto degli altri?” (Osho)

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“Noi siamo infinito”

Citando il titolo del noto film di Stephen Chbosky appare davvero singolare la necessità che spinge gli esseri umani a dover necessariamente attribuire una misura ad ogni cosa, persino al senso della Vita. Carlo Rovelli, fisico contemporaneo tra i fondatori della teoria della gravità quantistica a loop, suggerisce una riflessione fondamentale sul concetto di “tempo”, riflessione che ritengo interessante ricordare in un momento di transizione temporale ricorrente ogni anno nel nostro calendario, durante il quale la fine di un anno solare apre le porte alla celebrazione di quello successivo. Un “passaggio” che assume un valore rituale ed invita le persone a tirare le somme della propria esistenza sulla base di simbolismi apotropaici ed auspici avveniristici. Ebbene, Rovelli sostiene un’idea di assenza di un ordine temporale comunemente percepito in “progressione orizzontale”, con la quale è possibile dimostrare la non esistenza del tempo. Secondo il fisico il “fluxus temporis” è il frutto esclusivo delle nostre percezioni, poiché in realtà ciò che in concreto è effettivamente rilevabile è il solo movimento delle cose rispetto ad altre cose. Ugualmente appare evidente come oltre l’atmosfera terrestre quantità e misure spazio-temporali risultino del tutto irrilevanti. Nello spazio siderale concetti in contrapposizione dimensionale ed altre percezioni gravitazionali appaiono del tutto insignificanti o semplicemente non misurabili, nè rilevabili in  termini sensoriali. Una prospettiva che evidenzia quanto siano ideologicamente invalidanti i limiti del nostro sentire rispetto a quanto non è consentito acquisire oltre la breve dimensione delle proprie  facoltà percettive. Lo stesso principio è teoreticamente applicabile sul piano antropologico in riferimento ai fenomeni culturali che danno forma alle nostre strutture sociali. I meccanismi cerebrali che regolano la forma mentis degli individui non sono molto dissimili da quelle fisiche che governano l’universo. Ogni informazione ricevuta contribuisce a creare precisi piani dimensionali dove tutto ha un senso limitatamente alle nostre percezioni, esclusivamente sulla base di quanto vissuto, conosciuto ed appreso; più raramente attraverso esperienze sensoriali dirette e consapevoli, più frequentemente (purtroppo) attraverso attività emulative di massa. Ecco che anche concetti come “normalità” e diversità” assumono un valore assolutamente contestuale. Ma se è pur vero che sul piano fisico i nostri sensi difficilmente possono prescindere dalla dimensione spazio-temporale nella quale siamo irrimediabilmente confinati, è possibile, di contro, sfuggire alla “legge di gravità culturale” che soffoca il fluire della Consapevolezza e delle nostre intelligenze.
In particolare parlando di autismo o più in generale di disabilità è molto facile confinare il valore di una vita, il cui potenziale è per natura illimitato, in un procedimento definitorio  strutturato e precostituito. E’ consuetudine pensare che un disabile sia incapace di accedere alle comuni opportunità di crescita evolutiva e sociale destinate ai modelli della normotipicità. In questo procedimento interviene attivamente anche una componente semantica. Non a caso il termine “disabile” è caratterizzato dalla presenza del prefisso “dis”  che nella lingua italiana trasforma il significato della parola a cui si lega nel suo opposto. Ne deriva che “dis-abile” assume letteralmente il significato di “non abile”.
E’ facile immaginare come questo limite semantico trovi naturale corrispondenza nel pensiero di massa, mutando velocemente in limite sostanziale. E’ necessario pertanto imparare a liberare i propri pensieri dalla forza di gravità culturale che regola la dimensione spazio-temporale delle nostre intelligenze strutturate, ed acquisire la consapevolezza di sè e del proprio sentire rispetto ad altro, evitando luoghi comuni e trappole semasiologiche.
Ritrovare il senso delle cose oltre il valore percettivo delle culture addomesticate significa restituire ai nostri figli la possibilità di essere, ed a noi stessi l’opportunità di diventare intelligenza libera nel fluire della vita. Ma affinchè ciò accada è fondamentale comprendere che “Libertà” non significa essere immuni dalla paura, dalle incertezze e dai fallimenti, ma essere aperti sempre alla Fiducia, abbracciando con piena consapevlezza sia le proprie fragilità che le proprie potenzialità, capaci di riconoscere in questa dicotomia il frutto unificante e distintivo della propria individualità che ci rende esseri unici agli occhi del mondo. Non dobbiamo dimenticare mai che il senso del vivere è racchiuso nel valore, nell’unione e nella condivisione delle infinite differenze che il seme della Vita è in grado di generare.

Gianluca Patti

“Il pensiero determina tutto ciò che sei. Se sei finito dipende dal tuo punto di vista: abbandona questa opinione e diventa infinito.” (Osho)

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Il valore delle differenze

Recentemente nel gruppo WhatsApp dei genitori di Napoli per l’autismo si è discusso in merito ad un bellissimo articolo scritto dalla pedagogista Giuditta Mastrototaro, “Educare con empatia e crescerli con fiducia“, disponibile in lettura sul sito uppa.it, e ad una conferenza del Dott. Massimo Recalcati, psicoanalista, saggista ed accademico, intitolata “Ogni figlio è una poesia“, frase che anticipa perfettamente la profondità e la sostanza emotiva delle riflessioni proposte.
Ogni  considerazione offerta da entrambe le tematiche ruota attorno al concetto di individuo, inteso come valore esistenziale unico ed irripetibile; una visione che diverge dall’idea di staticità e stabilisce il senso stesso della vita nel dinamismo universale. Un “divenire eracliteo” che affonda le proprie radici nel mutamento, nella trasformazione che è progressione, dove la differenza dell’essere diventa sostanza essenziale del vivere. Un continuo rinnovarsi che attribuisce una dimensione di “non senso” a qualsiasi idea di paradigma esistenziale.
Celebrare le diversità come un’evoluzione fondamentale della vita, senza più considerarle come una alterazione destabilizzante della sostanza umana, significa smettere di de-valorizzare il senso di ciò che appare differente da altro ed acquistare la consapevolezza che l’esistenza non produce mai modelli di vita precostituiti, ma è un’esplosione inarrestabile di possibilità diversificate che trovano identità in ogni singolo respiro.
Ricordo un editoriale per me particolarmente illuminante, scritto dalla Dott.ssa Ada Manfreda, Docente in Ricerca in Scienze della Mente e delle Relazioni Umane presso l’Università del Salento, pubblicato sul trimestrale di cultura “Amaltea” nel giugno del 2010. Nell’articolo, il cui tema principale è il senso delle parole, viene proposta una bellissima metafora con la quale i riverberi semantici di particolare intensità, o più semplicemente le “parole giuste”, vengono paragonati ai semitoni in musica:

Quali sono le parole giuste? Non so dare una risposta. La questione è terribilmente complessa e difficile e non so proprio se vi sia una regola che possa valere sempre e comunque. So solo che se cerco e ragiono di questo mi viene da pensare ai semitoni in musica.
I semitoni, le note dell’ombra – come mi piace chiamarle –, stanno tra quelle della luce, ossia quelle ‘ufficiali’, standard, quelle regolari. Ecco un bel mistero: queste note nascoste, che appartengono ad un altro piano, ad un’altra dimensione, fuori dalla scala. Sono le note di un mondo altro, e incrociano le note di questo mondo.
Così quando le note dell’ombra fanno capolino qua e là la musica diventa misteriosa, subisce uno spostamento, acquista una profondità dimensionale, si colora di riverberi e allude ad un invisibile, insieme al visibile, che non vediamo ma che c’è e ci accompagna.
Resistere: cercando le parole-semitono.
Parlare qua e là in semitono così il discorso ha un salto, slitta, acquista profondità, si apre improvvisamente e richiama altro, richiama qualcosa che non c’è. Le parole-semitono invocano un altrove, possono dire di un invisibile che non c’è ma che potrebbe esserci, un invisibile  che  può  essere  il  possibile  da  inverare,  per  cambiare,  rinnovare,  rompere  gli  schemi, oltre la stanca reiterazione senza futuro.
Parole-semitono. Non so quali siano. Bisognerà trovarle via via.
Ci verranno incontro se non ci rassegniamo a ciò che si vede; se immaginiamo ciò che è ora non come dato e ineluttabile, ma come una possibilità tra tante altre rimaste inesplorate e che vale la pena di esplorare.”

Prendendo in prestito la metafora di Ada Manfreda, mi piace pensare ai nostri figli come semitoni sul pentagramma della vita. In fondo le nostre strutture sociali non sono molto dissimili da una composizione musicale piatta, reiterata, dove le stesse note si susseguono in maniera sistematica, generando suoni inarmonici e frequenze replicate. Paradigmi, schemi e modelli di comportamento vengono attribuiti ad ogni sfera esistenziale, etica, educazione, spiritualità, comunicazione e pensiero. Se d’improvviso una nota diversa rompe la staticità del suono viene percepita come una stonatura da correggere, da riposizionare nel giusto rigo o nel giusto spazio del pentagramma. Eppure basterebbe imparare ad ascoltare al di là delle nostre percezioni addomesticate, oltre “le nostre intelligenze di cani alla catena” (citando Ivano Fossati); oltre i margini dello spartito. Imparare ad accogliere “queste note nascoste, che appartengono ad un altro piano, ad un’altra dimensione, fuori dalla scala”.
Come si può non pensare all’autismo in questi termini? Ecco che allora la “diversità” se osservata dalla giusta prospettiva diventa elemento creativo, sovversivo, culturalmente rivoluzionario, un invito ad una radicale conversione sociale, che ha inizio proprio dalla complessa dimensione della famiglia e dal difficile ruolo genitoriale. Un processo evolutivo in grado di ribaltare schemi e paradigmi, di irrompere nella staticità del vivere ed invitare al mutamento, alla trasformazione; capace di condurre verso “profondità dimensionali” nuove ed inesplorate.
Massimo Recalcati nel proprio discorso utilizza una metafora altrettanto bella paragonando i figli alla poesia. Nella sua premessa afferma che il linguaggio da solo non basta a produrre poesia, ma affinchè ciò accada è necessario un evento creativo. Similmente i figli rappresentano il linguaggio della vita che ha origine dalla vita dei genitori, ma affinchè diventino poesia devono poter esprimere liberamente la propria natura creativa, quindi, le proprie particolarità e differenze rispetto a ciò che li ha originati.
Forse il segreto per raggiungere questa consapevolezza è racchiuso proprio nel senso delle parole.
Afferma lo scrittore Alejandro Jodorowsky : “Smettila di definirti, concediti tutte le possibilità di essere
Una verità che aiuta a comprendere  quanti limiti inesistenti siamo abituati ad attribuire ai nostri figli sulla base di un’etichetta diagnostica ricevuta, la cui natura semantica appare più invalidante della patologia stessa. E contestualmente quanto, nell’essere genitori, siamo influenzati dai nostri pregressi fallimenti, dalle nostre mancate aspettative e dal nostro personale percorso di vita, spesso involutivo ed anticulturale, che ha dato forma e sostanza alla nostra visione – distorta –  del mondo, alla quale abbiamo concesso, nel tempo, un valore di verità assoluta.
John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico, ci ricorda una realtà fondamentale: “Se una società vuole veramente proteggere i suoi bambini, deve cominciare con l’occuparsi dei genitori”
Il lavoro di rinascita e di consapevolezza che possiamo fare su noi stessi, in quanto individui, prima, e parte attiva della società, dopo, è la base essenziale per poter concedere ai nostri figli ogni possibilità di essere. Una rinascita costante, quotidiana, che non può e non deve fermarsi dentro un senso stabilito, ma ha bisogno di trovare nutrimento e rinnovamento in ogni singolo istante del tempo presente.

Gianluca Patti

 

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Autismo “Goldilock”

Sono sempre rimasto affascinato dai principi che conducono all’idea di equilibrio universale, alla perfetta armonia e corrispondenza delle cose. Laddove c’è consapevolezza che anche il caos più profondo nasconde in sé un’assoluta consonanza degli elementi. Un “oculus tempestas” dove tutto converge in una condizione di immota e silente serenità.
Questo stato di grazia universale mi conduce al modello di perfezione rappresentato dal paradigma di “Goldilock” applicato a molteplici sfere esistenziali. Esso si ispira alla nota fiaba “Riccioli d’oro e i tre orsi” nella quale la protagonista deve scegliere alcuni oggetti suddivisi in gruppi di tre elementi per tipo, caratterizzati da criteri di misura differenti (grande-medio-piccolo – freddo-tiepido-caldo, ecc.). La bambina sceglierà sempre l’oggetto centrale come simbolo di perfetto equilibrio. Un principio di psicologia della persuasione secondo il quale, per natura, siamo portati ad evitare gli estremi, utilizzati esclusivamente come termine di confronto nell’individuazione della scelta corretta, la quale sarà indirizzata esattamente nel mezzo.
Questo procedimento cognitivo prosegue anche al di fuori della dimensione materiale, coinvolgendo aspetti antropologici che intervengono attivamente nella formazione delle strutture sociali.
Di fatto, nella costituzione dei modelli comuni destinati a rappresentare un simbolo di rassicurante equilibrio è presente un’idea di “normalità” da attribuire all’individuo in quanto parte di una specifica collettività; un’idea applicabile a diversi piani esistenziali.
Tutto ciò che defluisce e si discosta da questo schema precostituito di apparente stabilità viene percepito come un estremo e pertanto considerato “non normale”, diventando oggetto di rifiuto e di discriminazione.
Tra le realtà travolte da questo primordiale procedimento mentale rientra purtroppo anche la disabilità.
L’autismo, in particolare, rappresenta un “estremo” ancora più difficile da comprendere e da accettare rispetto ad una disabilità fisica che nella percezione collettiva è di immediata assimilazione. Ciò in quanto un’alterazione del neuro-sviluppo comporta anche un’imprevedibilità comportamentale che, nell’immaginario, rischia di turbare l’equilibrio sociale.
Tuttavia lo stesso principio potrebbe essere al contempo risolutivo in senso inverso, suggerendo un percorso evolutivo di auspicabile civiltà, verso una più profonda intelligenza emotiva di massa. In cosmologia il paradigma di “Goldilock” è rappresentato dalla perfetta assonanza di 4 forze fondamentali che agiscono ognuna con la giusta misura ed in costante armonia tra esse: la gravità, l’elettromagnetismo, l’interazione debole e l’interazione forte; un equilibrio che rende possibile l’esistenza dell’intero universo.
Similmente, pensando all’autismo, mi piace immaginare che la giusta misura e corrispondenza di 4 elementi essenziali possa garantire un vissuto sereno alle persone con autismo ed a coloro che se ne prendono cura.
Queste quattro forze sono tutte assimilabili, seppur con funzioni differenti, al concetto di “Istituzione”, e nello specifico possono essere identificate nelle seguenti sfere di applicazione:
Diritto (Istituzione giuridica), Educazione (Istituzione scolastica), Etica (Istituzione familiare), Inclusione (Istituzione sociale).
Elementi che non appaiono indipendenti l’uno dall’altro, ma si relazionano in un procedimento di causa-effetto che ne determina chiaramente l’aspetto evolutivo.
L’etica è indubbiamente determinante sul piano antropologico per la costituzione del senso sociale che consente di stabilire i diritti ed i doveri dell’uomo all’interno della collettività. Tuttavia, pur essendo un sentimento primordiale innato, necessario all’acquisizione naturale del senso morale, rappresenta pur sempre lo specchio della conoscenza, per cui senza un corretto indirizzo educativo (Istituzione Scolastica) rischia di generare valori pericolosamente distorti. Un’etica genuina ed una conoscenza adeguata consentono, altresì, di dare luogo ad un’ottima Istituzione Giuridica basata, quindi, su valori umani e civili, capace di garantire disegni di legge a tutela di ogni categoria sociale. In definitiva una profonda morale, un’adeguata conoscenza ed una corretta giurisprudenza favoriscono lo sviluppo di un’Istituzione Sociale equilibrata e funzionale, in grado di consentire senza alcun dubbio una perfetta adattabilità ed inclusione di qualsiasi individuo.
Nella realtà è chiaro che tale corrispondenza non sempre è rilevabile e, diversamente, emerge un paradosso profondo: una Società che vuole imporre un senso di equilibrio fondato su modelli precostituiti, ma che, di fatto, estremizza le proprie funzioni proponendo soluzioni Istituzionali caotiche, disfunzionali ed inconciliabili. Ed invero ci troviamo spesso di fronte ad una Politica che non tutela ma si autotutela, ad una Scuola che non educa ad essere ma ad imitare, ad un modello di famiglia che invita a chiudersi alla vita, piuttosto che aprirsi a nuove esperienze di autonomia, e ad una Società che inevitabilmente non include, ma esclude e preclude.

G.Patti

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Comunicazione altra

Nella tradizione letteraria ogni racconto, ogni possibilità di narrazione si concretizza per lo più attraverso il linguaggio scritto o parlato. Diversamente, nel processo di evoluzione sociale, la storia degli eventi ci insegna che in determinati contesti, per cultura, arte o per necessità, le persone riescono a sviluppare la capacità di elaborare forme alternative di comunicazione che non riconoscono nella parola l’unico mezzo di espressione condivisa per lo sviluppo delle relazioni umane.
Nelle persone con autismo il concetto di comunicazione è strettamente correlato a specifiche modalità percettive che differiscono dai comuni canoni espressivi destinati alla condivisione strutturata di precisi stati emozionali; ciò in quanto il processo di interazione si basa fondamentalmente sull’utilizzo marcato della memoria visiva piuttosto che su attività sensoriali legate al pensiero simbolico.
Ciò premesso è innegabile che ogni vissuto sociale produca sempre una fondamentale opportunità di condivisione per qualsiasi individuo, un “motus commutationem” durante il quale ogni stato d’animo è destinato a divenire oggetto di narrazione futura.
La scuola, ad esempio, rappresenta una delle esperienze di condivisione narrata più significative, soprattutto nella fase antecedente all’esperienza vissuta, durante la quale la fantasia di ciò che sarà muta in materia dialogica, creando opportunità di crescita e di maturazione reciproca. Un’esperienza condivisa, dunque, profondamente ambivalente sul piano emozionale, che difficilmente riesce ad assumere una natura descrittiva del tutto individuale.
In tal senso la dimensione autistica si discosta in parte dalle caratteristiche univoche che generalmente accomunano i bambini neurotipici nella fasi edificanti della partecipazione sociale. Ciò per l’assenza di due elementi naturali nello sviluppo evolutivo: La dimensione simbolica e la risorsa del linguaggio.
Un’assenza che non va considerata come una privazione in termini formativi e che non può e non deve in alcun modo rappresentare un limite nella maturazione della propria e dell’altrui dimensione sociale, ma che, al contrario, diviene risorsa condivisa che consente di sperimentare orizzonti percettivi incredibilmente profondi, dove il “non dire” diventa sostanza narrata attraverso l’esperienza visiva.
Si impara, pertanto, ad interagire attraverso canali dialogici alternativi i quali, con l’ausilio di metodologie strutturate, non raramente si sintetizzano in strategie espressive meramente corporee, trovando in gesti, sguardi, sorrisi ed abbracci risorse di fondamentale compartecipazione emotiva.
Ciò consente a molti di riscoprire possibilità percettive di rara e complessa profondità, di cui spesso la semplicità del parlare ci priva.
E’ chiaro, dunque, che, indipendentemente dalle strategie comunicative utilizzate, è sempre possibile ottenere una totale consapevolezza emotiva di ogni vissuto condiviso, pur non anticipandone o ritardandone per forza l’esperienza con la fantasia e l’immaginazione.
Un alterità che trova piena realizzazione nella celebrazione del tempo presente, in cui “l’altro” non è stato, nè potrebbe essere, ma semplicemente è.

G.Patti

 

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Liberi di essere

Ho sempre creduto che per comprendere, almeno in parte, la reale prospettiva da cui l’autismo osserva il mondo sia necessario, innanzitutto, che il mondo impari ad osservare l’autismo dalla giusta prospettiva.
A tal proposito c’è un passo che ritengo fondamentale, quasi illuminante, nella famosa relazione di Angel Riviere, Professore di Psicologia evolutiva presso l’Università Autonoma di Madrid, scomparso nel 2000, con il quale egli stesso si fa interprete delle necessità delle persone con autismo:

“Le altre persone sono troppo complicate. Il mio mondo non è complesso e chiuso, ma semplice. Anche se ti sembra strano ciò che ti dico, il mio mondo è tanto aperto, tanto senza inganni e bugie, tanto ingenuamente esposto a chiunque sia, che risulta difficile penetrare in esso. Non vivo in una “fortezza vuota” ma in una pianura tanto aperta da sembrare inaccessibile. Ho molte meno complicazioni delle persone che voi considerate normali.”

Una verità profetica, che stravolge e ribalta completamente i luoghi comuni che da circa un secolo soffocano il senso dell’autismo e ne confondono l’identità.
Incomunicabilità, chiusura, incapacità di comprendere e di condividere emozioni, assenza di empatia sono caratteristiche ancora oggi vive nell’immaginario collettivo, che hanno sempre condotto la società a raffigurare l’autismo come una dimensione fredda, oscura e inaccessibile, spesso attraverso l’impietoso utilizzo di immagini angoscianti e malinconiche: l’immancabile “bolla”, il muro di vetro impenetrabile, il senso di solitudine sullo sguardo inespressivo di bambini solitari, messi all’angolo dalla vita.
Eppure pochi si accorgono che nell’infinità di quei silenzi c’è una libertà che a noi “essere sociali” non è dato conoscere: La libertà di essere.
Il dono di poter guardare il mondo con i propri occhi, consapevoli di poter restituire allo sguardo della Vita un’immagine di sé vera e trasparente.
Essere uno con l’Esistenza; una condizione sconosciuta a noi che, definendoci “normali”, ci nascondiamo dietro un senso etico di conformità, portandoci però dentro molte vite ed infinite identità, tranne che la nostra. Noi che confondiamo l’immensità del vivere universale con gli argini del vivere sociale, nella costante paura che la sostanza della nostra individualità possa straripare nel mondo e fluire liberamente verso la Vita; assieme alla Vita.
Procediamo nella perenne ricerca di approvazione e di confronto cercando di dare un volto alla nostra esistenza, finchè il peso delle maschere che indossiamo diventa insostenibile, rendendoci stanchi, tristi e insoddisfatti, blindati nella nostra “bolla sociale”.
Da questa prospettiva appare chiaro come la tanto ricercata normalità non è altro che una prigione di specchi che noi stessi costruiamo attorno alle nostre vite.
Educandoci alla non normalità invece tutto diviene possibile. Ogni cosa torna liberamente alla Vita.
Forse parlando di autismo bisognerebbe proporre un’immagine inversa. L’immagine di un individuo libero, in una prateria sconfinata che osserva confuso milioni di persone uguali chiuse dentro una bolla, convinte di essere libere…

“Mi chiedi come sia io diventato un folle. Acadde così’
Un giorno, molto prima che molti degli dei fossero generati, mi svegliai da un profondo sonno e scoprii che tutte le mie maschere  mi erano state rubate – le sette maschere che in sette vite io avevo foggiato e indossato.
E senza maschera corsi per le vie
affollate gridando: “Ladri, ladri, maledetti ladri!”
Uomini e donne ridevano di me, e alcuni corsero a rinchiudersi nelle loro case per paura di me.
E quando giunsi nella piazza del mercato, un giovane mi gridò dal tetto di una casa: “E’un folle!” Volsi lo sguardo là in alto per guardarlo; e il sole mi baciò per la prima volta il volto nudo.
Per la prima volta il sole baciò il mio volto nudo, e la mia anima avvampò d’amore per il sole, e non desiderai più le mie maschere.
E come in trance gridai: “Benedetti, benedetti siano i ladri che rubarono le rnie maschere”.
Fu così che divenni un folle.
E ho trovato iibertà e salvezza nella mia pazzia:
libertà di solitudine e salvezza dall’essere compreso, giacché coloro che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi.
Ma non vorrò essere troppo fiero di questa mia salvezza.
Anche un ladro in prigione è salvo da un altro ladro.”
(k. Gibran – Il Folle)


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La Felicità del vivere

“Credimi figlia mia, la grande avventura della vita è quella di essere te stessa, senza lasciarti condizionare da quello che gli altri vogliono tu sia, per la loro pace mentale, per la loro utilità, per ciò che ritengono essere adeguato.
Probabilmente la tua Libertà di Essere, scatenerà isolamento, solitudine, tentativi di manipolazione, gelosie e incomprensioni.
Ricorda che tutto questo è parte del seme, fa parte del processo di apertura del guscio, è il rumore della schiusa, è il seme che fiorendo lascia andare tutto ciò che era prima. Osare fiorire oggi, in questi tempi di deserto, presuppone un grande coraggio, un grande potere, è la più Alta Rivoluzione. E sai perché figlia? Perché quando tu fiorisci, fiorisce anche la speranza.”
(Ada Luz Márquez – Hermana Águila)

Quando si parla di autismo sembrerebbe opinione diffusa riservare l’idea di felicità ai soli modelli di vita considerati “normotipici”. Felicità riconosciuta non in senso comune come la compiuta realizzazione di qualsiasi aspettativa, ma più semplicemente come la serena celebrazione dell’esistenza.
Nel merito mi viene da interrogarmi sulla circostanza secondo la quale un essere umano debba per necessità, consapevolmente, attribuire un valore qualitativo alla propria individualità, intesa come naturale modo percepire la vita e di interagire con la realtà circostante. Se è riconoscibile una tale possibilità dubito sia auspicabile ed accettabile in termini etici. Il senso di inadeguatezza è il prodotto di un’attività di confronto che emerge nel momento in cui vengono stabiliti dei modelli di conformità ai quali ispirarsi secondo regole e limiti esistenziali che è  la società – e non la vita – ad imporre, sulla base di parametri spesso e di fatto discriminanti e profondamente anticulturali in tema di alterità. Quindi stabilire chi tra autismo e società rappresenti motivo di disequilibrio relazionale è materia sicuramente opinabile.
E’ il caso di evidenziare che una persona con autismo non nasce né infelice, né frustrata. Se lo diventa la causa è da ricercarsi nell’ambiente che lo ospita, non certo nella propria natura; o comunque in una instabilità ambivalente che non può avere certo carattere unidirezionale. Troppo spesso i limiti attribuiti alla neurodiversità  diventano il capro espiatorio delle insufficienze di una società inadatta ed incapace di produrre ed applicare modelli etici valorizzanti e risorse universalmente valide.
Nella Critica del Giudizio Kant indica tre principi attraverso cui ogni persona dovrebbe ricercare un equilibrio concreto tra realtà oggettiva e soggettiva:
1) Pensare da sè (evitare il pregiudizio)
2) Pensare mettendosi al posto degli altri (essere empatici)
3) Pensare in modo da essere sempre d’accordo con se stessi (restare coerenti con la propria individualità).
La perfetta corrispondenza di questi tre elementi rappresenta la base dell’evoluzione dell’individuo nella società e di conseguenza della società stessa. Ma la società sembra funzionare per lo più in maniera perfettamente opposta: pregiudizi, assenza di empatia, rifiuto di sè.
Affermava il filosofo indiano Jiddu Krishnamurti:
“Non è un segno di buona salute mentale essere bene adattati a una società malata.”
Ne deriva che ogni desiderio di conformazione sociale dovrebbe essere preceduto da un’attenta analisi qualitativa dei modelli ispiranti.
Non a caso in una società culturalmente deformata è radicata l’idea di riabilitazione come ritorno alle abilità  “idealmente” perdute; ciò si traduce in un atto di conformismo forzato, modellato, e non in un’attività destinata a favorire il fiorire spontaneo di nuove e personali abilità; abilità spesso particolari, ma che una società culturalmente evoluta non avrebbe difficoltà ad accogliere e valorizzare. Una condizione, quindi,  profondamente regressiva in termini concettuali (un ritornare, non un procedere). Ed invero esiste una differenza sostanziale tra un addestramento comportamentale ed un comportamento socialmente funzionale, ma libero, consapevole e spontaneo.
Citando nuovamente Krishnamurti:
“L’educazione non è solo acquisire competenze tecniche, ma comprendere con sensibilità ed intelligenza l’intero problema del vivere. La scuola è un posto dove imparare la totalità, la pienezza della vita.”
Come si configura, poi,  il senso dell'”alter” in termini semasiologici?
Chi sono gli”altri” a cui ispirarsi? I “normali”? I cosiddetti “normotipici”? E qual è il principio di normalità in termini oggettivi? Autismo o meno è davvero possibile credere che esista un modello percettivo di vita al quale sia necessario adeguarsi per ottenere una condizione di appagamento esistenziale?
Ancora più difficile è riconoscere che a qualcuno, genitori o operatori, appartenga la medianica capacità di decodificare il pensiero di una persona con autismo in termini emozionali fino al punto da riuscire a percepirne la consapevolezza della propria “condizione”, la sensazione di sentirsi “disfunzionali” rispetto alla realtà circostante, ed il desiderio di modificarsi per adattarsi a modelli di “funzionalità” prestabiliti, a garanzia di una felicità certa.  Una necessità che sembra appartenere molto più alla dimensione normotipica che a quella autistica.
Affermava ancora Krishnamurti:
“Facciamo sempre paragoni tra quello che siamo e quello che dovremmo essere.
Questo continuo paragonarci a qualcosa o a qualcuno è la causa primaria dei nostri conflitti.
Perchè vi paragonate ad altri?
Se non vi paragonate a nessuno sarete quel che realmente siete.”
In conclusione io scelgo di rispettare mio figlio, la sua individualità e il suo modo di sentire la vita in totalità e pienezza. Non si tratta di negare il suo autismo o le difficoltà che ne derivano, ma al contrario di riconoscerne pienamente l’essenza (“Ciò che dovrà accadere, accadrà. E tu hai una scelta: andarci insieme o andarci contro” – Osho Rajneesh)
Se siamo felici? Lo siamo profondamente. Abbiamo sorrisi ed amore in abbondanza. La semplicità delle piccole cose e soprattutto la vita. Nonostante gli ostacoli quotidiani, le paure e l’incertezza del futuro noi procediamo con la consapevolezza che la felicità può avere non una, ma infinite prospettive; così come il modo di osservare mondo.
E’ ovvio che lo aiuterò con tutte le mie forze a conquistare la serenità del vivere cercando di donargli libertà ed autonomia con le risorse che riterrò più utili alla sua personale evoluzione.  Ma il suo naturale modo di essere rappresenterà per me sempre un simbolo di individualità e quindi di profonda ricchezza.

“Una rosa è una rosa, non può essere qualcos’altro. E un loto è un loto. La rosa non cerca di diventare un loto, e il loto non cerca di diventare una rosa. La rosa è sana perché vive nella realtà. Ciò vale per tutta l’esistenza, tranne che per l’uomo. Solo l’uomo ha degli ideali, dei ‘dovrei’. ‘Dovresti essere questo o quello’ – ma allora sei diviso e in conflitto con il tuo stesso essere. Dovere ed essere sono nemici. Puoi essere solo ciò che sei. Lascia che questo fatto penetri profondamente nel tuo cuore: puoi essere solo ciò che sei, nient’altro. Quando questa verità penetra in profondità – ‘posso essere solo me stesso’ – tutti gli ideali scompaiono. Vengono scartati automaticamente. Quando non ci sono ideali, si può incontrare la realtà. Allora i tuoi occhi sono qui e ora, allora sei presente a ciò che sei. La divisione interna è scomparsa, sei uno.
(Osho Rajneesh)

G.Patti

 

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Percorsi concentrici

Nel naturale processo di consapevolezza etica di ogni essere umano emerge l’esigenza di attribuire un’idea di “finalità” al divenire evolutivo della propria esistenza. “Un concept fatalistico” al quale si affida il compito di delineare le forme del tempo futuro.
Ma è davvero possibile frammentare la vita in precisi e strutturati traguardi esistenziali, ridurne l’essenza all’epilogo di un senso specifico ed assolutistico?
Per natura siamo spinti verso una un’irrealizzabile idea di perfezione, auspichiamo la conquista di mete pensate e stabilite, riversando in esse il senso di ogni respiro.
La ricerca di questo “punto Omega” nel nostro vivere inarrestabile, similmente alla “legge di complessità e coscienza” di Teilhard de Chardin, ci conduce verso uno stadio di auspicabile completezza universale che trova appagamento e stabilità nella ricerca di un’identità sociale nella quale ogni individuo stabilisce e riconosce il centro del proprio esistere.
Un istinto primordiale che nella prospettiva percettiva delle neurodiversità resta privo di sostanza e di significato.
Alcuni ritengono che gli individui con autismo posseggano il dono naturale di riuscire a proseguire oltre i percorsi stabiliti dai criteri di sopravvivenza sociale, oltre la trascendenza metaforica dell’idealistico “punto Omega” che determina l’evoluzione individuale ed esistenziale attraverso il confronto e l’approvazione reciproca del proprio e dell’altrui vissuto. In realtà l’autismo non conduce mai al di là degli orizzonti inseguiti dalla coscienza neurotipica, ma ha la facoltà di individuare direzioni differenti, ponendo la propria attenzione all’alternanza dei passi sui percorsi della vita piuttosto che alla destinazione.
Una prospettiva complessa che il nostro sguardo breve fatica a comprendere, riconoscendo solo i limiti di adattabilità sociale che irrimediabilmente produce nella conformata idea di convivenza collettiva.
Così le nostre “intelligenze normali” si adoperano con affanno per restituire all’autismo i “giusti” ed approvati sentieri cognitivi, individuando traguardi lineari ed uniformi che distolgano lo sguardo trasversale dei nostri figli dai paesaggi laterali della vita, anticipando con feroce velocità il tempo e la vita stessa.
Il fine ultimo è il miraggio di una felicità sintetica, garantita da un sufficiente grado di corrispondenza sociale e di addomesticata adattabilità che riesca a superare anche di un solo passo il baratro spaventoso del “dopo di noi”.
Forse bisognerebbe imparare a distogliere lo sguardo dagli orizzonti futuri, ad osservare le sfumature del tempo presente; a concentrarsi sull’incipit della narrazione esistenziale piuttosto che sull’epilogo.
Un buon punto di partenza potrebbe forse essere l’acquisizione di una consapevolezza dissociativa che ci consenta di  allontanarci dall’idea stessa di disabilità, un concetto che inizia a produrre limiti già nella sua origine semantica. Una conquista ideologica e culturale che ci permetterebbe di rivalutare l’idea stessa di individuo in quanto unione di infinite molteplicità che divengono unicità tra le sottili sfumature espressive della vita.
Ciò perché il valore di un’esistenza non può esaurirsi in una definizione. La vita rappresenta un fluire multidirezionale che pur avanzando in senso evolutivo non può mai procedere verso un’unica direzione. Amiamo dunque ogni  “divenire” dei nostri figli, i loro silenzi, le loro attese, la loro prevedibile imprevedibilità, la loro complessa emotività, il loro modo di ascoltare e di codificare la vita, spesso estremamente difficile da comprendere, ma al tempo stesso profondamente libero e trasparente.
Ma soprattutto non dimentichiamo mai che ogni frequenza del loro esistere vibra da sempre con la stessa intensità in ogni nostro respiro, ancor prima di affidarli alle braccia della vita.

G.Patti

 

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La molteplice unicità dell’attesa

C’è un frammento di Consapevolezza che attraversa continuamente le nostre vite, ma che quasi mai raggiunge le nostre coscienze. E’ la percezione del confine che si pone tra il nostro sentire ed il vissuto oggettivo che ci travolge.
Questo confine è ancora più vasto e distante nella vita di un genitore che ha conosciuto il senso vago ed impenetrabile dell’autismo.
Procediamo avidamente su strade incerte saccheggiando verità presunte che non ci appartengono, con l’illusione di poter fuggire da desideri e possibilità. Sono orizzonti oscuri, sponde distanti ed opposte, che ci spingono verso dimensioni epistemologiche che promettono verità e restituiscono solo attese.
Ma è proprio nel tempo dell’attesa che riaffiora il nostro sentire, quando gli occhi dei nostri figli restituiscono certezze nell’istante in cui la scienza non offre che vaghe speranze.
La certezza di uno sguardo, spesso fugace, ma che è verità costante, che rende consapevoli di un amore così immenso che è esso stesso cura e guarigione. Guarigione dalla paura e dall’incertezza.
Un Amore che ci permette di osservare il senso del male dalla giusta direzione, donandoci il privilegio di un orizzonte nuovo, oltre il quale è possibile comprendere che ciò va curato e riabilitato è l’ardire sfrontato e sacrilego del mondo, che ostenta consapevolezza artefatta ed ingannevole, senza coscienza, morale, né intelletto alcuno.
Mentre ciò che va protetto e celebrato è sempre la meravigliosa unicità dei nostri figli.
Tuttavia cerchiamo strade e soluzioni da modellare sul nostro vissuto perché il futuro ci spaventa e soprattutto la certezza che non esiste guarigione, non dall’autismo, ma dalla patologica involuzione dell’umanità, materia morta nel fluire emotivo della vita.
Nel processo di ricerca affidato alla scienza il tempo diviene elemento costante, cadenzato, che apre le porte all’attesa, alle considerazioni, alle rinunce, alle possibilità tentate e contemplate, alle diatribe ed alle convergenze.
Diversamente, per noi che attraversiamo gli istanti con il futuro tra le mani, il susseguirsi dei giorni rappresenta sostanza concreta di appartenenza alla vita, e la velocità del suo fluire non ci concede alcun privilegio di scelta, di considerazione e di giudizio da affidare alla serenità del presente.
Così i nostri percorsi d’affanno convergono in scelte multidirezionali che pur offrendo possibilità distanti e divergenti, promettono mete ed intenti comuni. Un “logos eracliteo” dove la verità non va cercata e ricercata né in una direzione, né in un’altra, e neppure a metà strada, ma in una molteplicità che è apparente diversità in superficie e perfetta armonia in profondità.
Ed invero quando non esistono certezze non restano che possibilità…
Un nettare di speranza da cui difficilmente riusciamo a separarci, nonostante alle nostre vite sia toccato il rassicurante privilegio di incontrare una scienza che sa comprendere ed osservare, capace di decifrare e di scandire il nostro tempo, di attraversare fiduciosa gli orizzonti del tempo presente, accompagnandoci sempre più serenamente verso il futuro.

G.Patti

 

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