Onde

Era un mare fermo la mia vita.
Vastità di orizzonti identici e di concentrici silenzi
Tu hai portato onde e vento in queste acque immote
Ora grazie a te sono divenire
Instancabile fluire oltre l’infinito..

(a mio figlio)
G.Patti

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La meravigliosa perfezione delle “diversità”

Può davvero esistere una assurda corrispondenza tra violenza e diversità? Il senso di distruzione che consuma uomini e masse fino all’inverosimile tragedia, dove anche l’ultima scintilla di coscienza ed umanità si spegne inesorabilmente può davvero essere il frutto di identità alterate che si muovono impazzite verso una folle idea di uniformità, contraria a qualsiasi legge universale?
Veniamo al mondo come naturale evoluzione di un tutto che è diversità, che trova pieno equilibrio e perfezione espressiva nella diversificazione del creato. Ne siamo parte indissolubile, è per noi energia vitale senza la quale non potremmo essere.
Siamo colori, forme, suoni, emozioni pulsanti. Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo l’universo ci racconta il mistero del nostro esistere nella bellezza della difforme molteplicità.
In egual modo il miracolo della diversità si configura nel nostro vivere interiore modellando percezioni, idee, sensazioni che definiscono i contorni della nostra individualità come unità inseparabile, stretta nell’abbraccio universale della vita.
Basta osservare l’esistenza che ci circonda per comprendere che l’idea di uniformità è solo un miraggio di follia nel deserto della mente. Il respiro della vita si muove su frequenze sottili ed irripetibili, in una ciclica danza i cui passi mutano in eterno.
Religioni, culture, etnie, ideologie, etica e valori, status sociale, orientamento sessuale, caratteristiche corporee, temperamento e carattere, abilità e limiti si alternano e si fondono come colori sulla tela del mondo,  dando volto all’umanità di cui siamo materia e spirito pulsante.
Non è credibile che questa sete di  morte e devastazione sia realmente frutto di un’attività discriminatoria verso differenti modi di essere, di sentire, celebrare e contemplare la vita.
Sarebbe un impossibile paradosso esistenziale che porterebbe alla inevitabile negazione del sè.
Ci si rende allora conto che il termine “diverso” è  privo di qualsiasi significato perché muore nell’istante in cui nasce l’idea stessa di vita.  L”altro” è  in realtà una delle infinite parti di noi stessi.
Qual’è allora il senso di quest’odio che da sempre muove il passo dell’uomo verso sentieri di morte, violenza e devastazione? E’ solo’ il rifiuto del proprio esistere che cerca perdute identità e sintetico potere attraverso la prevaricazione e la sopraffazione dell’altrui esistenza.
Una consapevolezza, questa, che ci permette di comprendere come ogni espressione di razzismo ed intolleranza sia in realtà una sottile forma di autodistruzione, una negazione di se stessi alimentata da un desiderio di annullamento personale.
Chi ama davvero se stesso ama la vita tutta, non genera odio. E’ chimica dello spirito. E’ legge universale.
Nella consapevolezza di noi stessi l’ego scompare e in un istante diveniamo lo specchio del mondo nutrendoci contestualmente dell’altrui riflesso, fino a fonderci e scomparire in esso.
E’ l’istante, questo,  in cui diveniamo arcobaleno oltre l’orizzonte della vita.
E l’istante in cui facciamo di noi stessi frammento perfetto nell’eterno mutare dell’equilibrio universale.

G.Patti

 

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Il valore del linguaggio

Le parole sono responsabilità. Hanno il potere di modellare la nostra percezione del mondo.
Una semplice parola può agire sulla nostra coscienza, condizionare la mente e le nostre scelte, attribuire un’identità specifica ed un valore decisivo ad un oggetto, una persona o addirittura ad un’ideologia. Una sola parola può rappresentare l’epilogo di una o di molte vite, può scrivere il destino degli eventi.
Eppure nonostante ciò concediamo a questo potere semantico una pericolosa veste di superficialità. Utilizziamo ogni sorta di parole senza avere consapevolezza del reale significato che esse custodiscono, senza valutarne gli effetti sulla dimensione emotiva e sociale.
Senza preoccuparci affatto delle possibili devastanti conseguenze.
L’etica del linguaggio presuppone sempre conoscenza. Conoscenza profonda e consapevole.
Il resto è solo anarchia idiomatica, caos inespressivo.
Ma qual’è il senso del comunicare oltre la perfezione del silenzio?
E’ esigenza di divenire, esigenza di appartenere. Una scelta ineluttabile di mutare in esseri sociali per sentirsi parte di un tutto artefatto ed ingannevole.
E’ forse l’idea di civiltà che inseguiamo attraverso questa folle corsa verso l’accettazione del sè per mano dell’altrui consenso? O più verosimilmente è il primitivo bisogno di cercare la propria identità esistenziale in una rassicurante dimensione di moltitudine fatta di illusoria verità?
Le parole servono a ben poco nell’arte del comunicare. La vita ce lo insegna di continuo, in mille modi.
Grazie a mio figlio ne ho avuto esperienza diretta, ho compreso il valore profondo del “non dire”.
Mai una sola parola ha attraversato la condivisione del nostro esistere, eppure i pensieri del reciproco sentire ci appartengono più di qualsiasi verità.
Non credo esistano parole in grado di raccontare la profondità di un sorriso, di uno sguardo, di un abbraccio. E non c’è dolore alcuno che possa essere dipinto con i colori del linguaggio.
E’ una consapevolezza, questa, che appartiene solo al silenzio.
Oltre gli schemi sociali di cui oramai siamo prigionieri contenti e soddisfatti, entro i cui confini custodiamo gelosamente migliaia di verità apprese ma mai comprese, sempre più lontani da noi stessi, ma sempre più parte di un tutto che tutto non è mai stato, affidiamo la trascendenza percettiva del nostro appartenerci universale al senso  condizionato del linguaggio.
E’ fondamentale ripartire dal silenzio. E in primo luogo da noi stessi.
E’l’incipit di un cammino che è già esodo ancor prima di muovere un passo. Un lento ritrovarsi, conoscersi e riconoscersi in un immoto procedere. E’ come guardare se stessi in una superficie d’acqua e nelle stesse acque nuotare in profondità alla ricerca dell’altro.
Si comprende, così, che solo attraversando se stessi è davvero possibile raggiungere il senso dell’altrui esistenza.
Impariamo con gioia ad amare, ascoltare e comprendere il silenzio dei nostri bambini autistici.
Mutiamolo in opportunità.
Facciamone strumento infinito d’amore…

G.Patti

 

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Autonomia

“La libertà vera non è fare quello che ci pare, ma vivere come creature libere dalla paura.”
(Susanna Tamaro)
Una singolare corrispondenza accomuna il senso di due parole che, pur coesistendo su piani diametralmente opposti in termini di effetti e di intenti, quasi ad annullarsi l’una con l’altra, conservano incredibilmente la stessa origine semantica.
“Autismo”: disordine neurologico che compromette le capacità di comunicazione ed interazione sociale;
“Autonomia”: strumento indispensabile di indipendenza oltre i limiti della disabilità.
Entrambe trovano origine dal greco αὐτός , “stesso”.
La prima per evidenziare una forma di chiusura atipica nei confronti del mondo esterno; la seconda intesa come la facoltà e la piena capacità di governare se stessi.
In entrambe “l’altro” apparentemente scompare. Resta soltanto l’individuo come entità unica ed indissolubile.
L’autismo è un percorso verso il sé privo di scelte consapevoli e di possibilità che conducono all’altro. Quando manca l’opportunità di scegliere in merito alla propria vita, si diventa inevitabilmente prigionieri del proprio universo esistenziale. In tal caso l’individualità intesa come diritto alla manifestazione della propria natura trova ostacolo nell’incapacità di muoversi in maniera libera e funzionale all’interno di qualsiasi contesto sociale.
In questa realtà limitante risulta necessaria la capacità di essere autonomi, di governare se stessi in funzione del mondo esterno.
Modificare la società in realtà che si adatti e si trasformi in considerazione dell'”altro”, sia in termini culturali che istituzionali, rende realizzabile questa possibilità. Consente al diversamente abile di tornare ad essere individuo libero ed indipendente.
Ecco perché i percorsi di autonomia devono viaggiare sempre su una strada a doppio senso. Una persona con autismo va istruita in merito alle leggi del vivere comune, ma il suo cammino deve incontrare comunque percorsi ampiamente favorevoli.
Un abbraccio in cui l’altro scompare non più perché entità dissociata dal sé, ma perché ne diviene parte indissolubile; ed in cui l’individuo incontra l’altro senza mai perdere sé stesso.
Solo così la paura lascia la strada alla consapevolezza e la diversità muta in alterità.
Solo così è davvero possibile diventare individui liberi.
I percorsi di autonomia, soprattutto nell’autismo, sono ormai considerati l’unica strada possibile per consentire di cambiare la disabilità in libertà, che è sempre e comunque libertà comune, libertà sociale, libertà di tutti.
Libertà di vivere. Libertà di crescere. Libertà di essere. Senza più paura.

G.Patti

 

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Una fragile armonia

Siamo  storie, racconti, percorsi di vita. Parole incerte che ruotano veloci attorno allo stesso centro. Siamo pura narrazione.
Un nucleo umano di coesione, circondato da emozioni che nascono e si modificano nell’avanzare degli eventi.
L’autismo ci unisce e contestualmente ci separa, trasportati dal vento della diversità.
E’ difficile ritrovarsi, riconoscersi tra gli infiniti volti della disabilità, eppure siamo parte indissolubile della stessa materia di dolore di speranza.
Per ognuno di noi l’inizio del viaggio corrisponde ad un percorso di similitudine, di ricerca parallela, di confronto. L’altrui autismo diviene lo specchio della diversità che ci appartiene.
Una dimensione priva di identità alcuna, in cui si cerca la consapevolezza del proprio destino ed il senso profondo del proprio smarrimento. Così nel passato di coloro che hanno percorso più strada di noi è possibile riconoscere parte del nostro futuro, mentre l’altrui destino assume spesso le vesti del nostro presente.
Eppure questo gioco di riflessi non concede risposte, né profetiche soluzioni.
Offre, tuttavia, possibilità determinanti.
Ad un tratto il percorso può spostarsi su un diverso piano dimensionale. Non è più il volto della disabilità ad essere oggetto di questa sofferta ricerca di similitudine, ma noi stessi ne diventiamo il centro. Attraverso lo specchio della vita prossima è possibile comprendere limiti ed opportunità che mai avremmo considerato.
E’ un lento riscoprirsi. È rinascita totale.
L’autismo, dimensione di solitudine e di silenzio, diviene inaspettatamente mezzo di incontro e di unione.  Una metamorfosi che supera il contradditorio di qualsiasi paradosso ed  assume il volto surreale del miracolo umano.
Storie diverse si fondono e si confondono in un procedere comune che nonostante tutto resta percorso individuale. L’evoluzione del singolo passa sempre attraverso sentieri condivisi e viceversa. E’ crescita comune e comune consapevolezza.
Un insieme, sintesi di un equilibrio ciclico, ove il gruppo diviene terreno fertile di crescita personale e le esperienze individuali mezzo di evoluzione culturale di gruppo.
Una fragile armonia che ha la forza di modificare le coscienze attraverso testimonianze concrete di inclusione ed autonomia delle diverse abilità all’interno di sterili contesti collettivi edificati sulla base di schemi generalizzati ed uniformati.
E’ questo l’attimo in cui la cultura della normalità muta in cultura dell’alterità.
In un unico istante l’autismo è i nostri figli; l’autismo siamo noi; l’autismo è il mondo intero.

G.Patti

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Respons…abilità

«La vita è un viaggio, non una destinazione»  ha scritto Emerson.
Questo incessante vagare, senza l’evidenza di una meta alcuna mi ha permesso di avvicinarmi in maniera più consapevole all’esistenza, di osservare la vita in profondità, di ricercarne l’essenza.
Un lento procedere che nutre il senso di ogni cercare, che anela risposte e certezze e  promette verità che brillano solo di illusione.
In fondo non ho mai desiderato ottenere risposte, né verità assolute poiché in esse intravedo limiti e barriere. Qualsiasi traguardo rappresenta la fine di un viaggio, ed io desidero  proseguire senza sosta, osservare, conoscere, comprendere. Vivere il mistero piuttosto che svelarlo per me è crescita costante ed incessante.
Quando è arrivato Renato con il suo autismo mi sono trovato di fronte all’ennesimo punto interrogativo, ma questa volta capovolto. Un’immagine che ha stravolto completamente il senso del mio cercare.
Mi  sono accorto di viaggiare muovendomi veloce, ma  verso un’unica direzione.
In quel momento le risposte hanno iniziato ad assumere fondamentale importanza e si sono aperte infinite direzioni oltre l’ombra incerta del mio procedere. Un istante in cui il cercare resta mezzo di evoluzione ma al contempo diviene responsabilità risolutiva. Un “impegno” che evoca spesso paura se non se ne comprende appieno il significato.
Amo le parole, raggiungerne il cuore per riscoprirne il senso reale, senza limitarne il significato al mero aspetto teorico,  ma considerandone il fine in applicazione al  vivere concreto.
La responsabilità viene spesso confusa con la necessità inevitabile di affrontare le conseguenze derivanti da scelte consapevoli, quasi fosse una pena da scontare in espiazione dei propri errori. Eppure in termini semasiologici è possibile riscoprirne il senso esclusivamente edificante.
Dalla fusione latina “respons abilites” il termine va correttamente inteso come l’abilità di saper rispondere agli eventi della vita.
Una conquista semantica, quasi evocativa di un indefinito e sovvertito astrattismo esistenziale, che oramai  accompagna inevitabilmente le stagioni brevi ed a volte interminabili del mio vissuto.
L’autismo era l’ennesima domanda che la vita mi poneva. Ho inizialmente risposto con paura, sacrificio e smarrimento ed ho raccolto solo sabbia e vento. Ho iniziato così a farmi trasportare dalle onde dell’accadere diventando lentamente acqua, fino a fondermi con l’oceano. Ho scelto di colorare d’autismo la mia vita con le sfumature silenziose che solo mio figlio è in grado di percepire e che giorno dopo giorno i miei occhi riescono pian piano ad intravedere. Un caleidoscopio impossibile fatto di immagini indefinite che si perdono tra asimmetriche visioni concentriche.
Eppure in questo caos cromatico e silenzioso tutto sembra avere più senso.
Responsabilità è forse imparare ad amare l’autismo così quanto  si ama il proprio figlio perchè ne è e parte indissolubile. E’ la sottile abilità di modellare la propria vita sulla scia degli eventi senza lasciarsi tuttavia travolgere. Accettare l’autismo non significa subirne passivamente gli effetti, ma abbracciarne l’essenza con la serenità di poterne modificare la direzione, senza la pretesa di raggiungere necessariamente una meta.
Un leggero equilibrio di intenti che trova piena stabilità nella consapevolezza del presente, vissuto con piena e totale fiducia nell’esistenza.
Amare l’autismo di mio figlio è per me l’unica scelta possibile che possa aiutarmi a far germogliare i semi della diversità nel complicato ed arido labirinto sociale.
L’amore, come sempre, è la chiave di ogni cosa…
E’ questa l’unica risposa certa che la vita ha saputo restituirmi.
«Le corde del tuo cuore dovrebbero essere un po’ più tese, in modo che in te possa scaturire l’amore; e le corde della tua mente dovrebbero essere un po’ più allentate, in modo che in te possa scaturire un’intelligenza vigile e non la pazzia. Se queste corde dei tuo essere fossero entrambe equilibrate, in te potrebbe nascere la musica della vita.» (Osho)

G.Patti

 

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Percorsi immateriali

“Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo di un pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo.” (T. Terzani)

In un articolo della “Bustina di Minerva” rubrica curata da Umberto Eco sul settimanale “L’Espresso”dal 1985 al 2016, raccolta poi in un’antologia, lo scrittore elenca una serie di suggerimenti su come esprimersi correttamente in italiano. Tra le 40 regole menzionate la undicesima invita ad evitare l’uso di citazioni utilizzando, paradossalmente, a titolo di esempio una nota frase di Ralph Waldo Emerson:
“Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
Confesso che, sul piano culturale, non mi sento di condividere pienamente questa scelta letteraria, in quanto il bagaglio formativo di un individuo è costituito solo in parte da esperienze dirette di vita concreta; nel lungo percorso di accrescimento personale intervengono incessantemente elementi concettuali di studiosi ed autori antichi e contemporanei, che contribuiscono inevitabilmente a modellare la propria dimensione ideologica ed intellettiva. L’utilizzo di una citazione come premessa, parte o epilogo di un componimento testuale non costituisce, a mio avviso, fattore impersonale, pleonastico o pletorico, ma conferisce  valore rafforzativo ed esemplificativo ad una riflessione soggettiva.
Da ciò la scelta di avvalermi spesso di citazioni all’interno dei miei articoli come sintesi esplicativa di un pensiero condiviso.
Una di queste appartiene al filosofo Rabindranath Tagore:
“La libertà che significa unicamente indipendenza è priva di qualsiasi significato. La perfetta libertà consiste nell’armonia che noi realizziamo non per mezzo di quanto conosciamo, ma di ciò che siamo.”
Ancora una volta, parlando di autismo, ripropongo il tema della libertà e dell’autenticità esistenziale, questa volta indirizzando gli stessi concetti verso un piano spirituale e teologico.
Recentemente mi è capitato di leggere su di un journal on line un articolo della Dott.ssa Luisa Di Biagio, etologa e psicologa, nel quale, in maniera molto analitica e con con grande obiettività e neutralità, viene illustrato il connubio autismo/religione.
In relazione all’argomento ho immaginato quali potessero essere i diversi punti di vista e le scelte dei genitori, alimentati ovviamente dalla propria dimensione spirituale in sofferta condivisione con l’esperienza dell’autismo.
Per alcuni la religione è elemento indispensabile di formazione dell’individuo e nei casi più estremi ne viene coinvolto anche il percorso terapeutico del proprio figlio.
Per altri, pur se ritenuta importante, rientra tra le materie particolarmente sensibili e personali di cui non si ama discorrere in maniera naturale, soprattutto se allineate ad un tema delicato come la disabilità.
Per altri ancora non è materia condivisibile, o più semplicemente, non se ne rileva una significativa attinenza con l’autismo.
E’ innegabile, però, che la sfera teologica, inevitabilmente, per istinto personale o per indottrinamento voluto, converge prima o poi nell’’universo sociale e di crescita evolutiva di qualsiasi individuo, anche delle persone autistiche.
Ricordo un vecchio articolo di cronaca letto tempo fa che aveva come protagonista un bimbo con autismo al quale, durante la prima comunione, era stata negata la consumazione dell’ostia consacrata, in quanto il Parroco affermava che lo stesso non riuscisse a comprendere consapevolmente il significato del sacramento.
Non conosco la storia nei dettagli e mi astengo dal giudicarne i contorni; non so se per il bambino con autismo fosse davvero fondamentale ricevere o meno l’ostia, ma immagino lo fosse per i genitori, sia per motivi religiosi, che di uniformità sociale.  Non mi sento nemmeno di entrare nel merito della scelta del sacerdote.
Piuttosto leggendo l’articolo mi sono interrogato sulla struttura della dimensione spirituale delle persone con autismo, in particolare ragazzi e adulti, poiché i bambini, durante la prima infanzia sono, fortunatamente,  troppo impegnati a vivere ed a “celebrare divinamente” il presente secondo la legge naturale del “hic et nunc”, piuttosto che perdersi in complicati enigmi esistenziali.
Quali sono gli effetti di un indottrinamento su una persona con autismo? E quando ciò non avviene quale direzione prende la naturale spinta della propria evoluzione spirituale? Se poi si sceglie di coinvolgere un autistico in un preciso percorso religioso quali strategie è opportuno adottare?
E’ difficile stabilirlo con certezza.
Di certo, essendo la materia teologica in ogni sua forma espressiva ricca di metafore e simbolismi, difficilmente risulterebbe correttamente assimilabile da una persona con autismo, alla quale, in genere, manca la capacità di immaginazione ed astrazione concettuale. Tenderebbe ad interpretare alla lettera qualsiasi argomento proposto, con risultati inquietanti, come anche evidenziato dalla Dott.ssa Di Biagio.
Personalmente considero questa differenza percettiva un valore aggiunto e non un limite, in quanto favorisce una maggiore genuinità spirituale attraverso un contatto spontaneo e sincero con la vita. Una spiritualità, quindi, fondamentalmente libera da concetti e ideologie, ma incentrata esclusivamente sul valore istintivo e consapevole dell’esistenza.  Come ha scritto, appunto, Tagore: “Una perfetta libertà”
Tra le varie scelte religiose possibili rientra, naturalmente, anche quella di costruire un profondo rapporto assolutamente individuale con la spiritualità, muovendosi in una dimensione di universalità e di totalità non riconducibile necessariamente ad alcuna dottrina specifica, attraverso un percorso di percezione soggettiva, spesso valorizzato, ove possibile, da un approfondimento storico-culturale delle principali religioni del mondo, per riscoprirne struttura, genuinità, limiti, distorsioni, potenzialità ed eccedenze, al solo scopo di conoscenza ed oggettiva valutazione.
Si preferisce, in tal caso, individuare la matrice dell’essenza divina nella totale manifestazione esistenziale attraverso la contemplazione di ogni forma di vita possibile, anzichè in una ipotetica e distinta figura divinatoria.
Ci sono persone che si sentono spiritualmente appagate semplicemente osservando il cielo o restando distese su di un prato a contemplare il mondo, piuttosto che chiudersi in un tempio dedicato alla preghiera o rivolgersi ad un’identità astratta. Una scelta non riconducibile assolutamente ad una visione edonistica, ma finalizzata solo al raggiungimento di un personale equilibrio esistenziale.
Non a caso ha scritto  Gibran nel “Il Profeta”:
“Se volete conoscere Dio, non siate solutori di enigmi.
Guardatevi intorno, piuttosto, e lo vedrete giocare con i vostri bambini.
E guardate nello spazio; lo vedrete camminare tra le nubi, stendere le Sue braccia nei fulmini e scendere nella pioggia.
Lo vedrete sorridere nei fiori, poi levarsi e agitare le Sue mani sulla chioma degli alberi.”
Sono convinto che le persone con autismo avendo strategie percettive più complesse e sotto determinati aspetti più complete di quelle neurotipiche, vivano una spiritualità più genuina riuscendo ad entrare maggiormente in profondità nel senso concreto delle cose. Nulla toglie che, poi, questa attitudine possa essere adeguatamente completata e rafforzata attraverso una specifica formazione teologica, secondo gli schemi e le tradizioni della famiglia di appartenenza, garantendo comunque sempre un rispettosa possibilità di libera scelta individuale.
Ma fino a che punto è possibile ed opportuno, in termini di valorizzante crescita umana, indirizzare la particolare natura percettiva di una persona con autismo verso una precisa scelta religiosa o coinvolgerla in un determinato percorso teologico e spirituale, pur utilizzando diverse strategie comunicative?
Davvero non saprei.
Citando il Manzoni, a molti verrebbe da dire:”ai posteri l’ardua sentenza”…
Ma preferisco concludere con una meno nota affermazione di Osho Rajneesh in merito ai “percorsi immateriali” che conducono ad una solida Consapevolezza spirituale.
Quando gli fu chiesto a quale religione appartenesse, rispose:
“Sono una piccola parte di ogni religione e una grande parte di nessuna religione”
(Osho Rajneesh)

G.Patti

 

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Una rinascita costante

“Forse l’amore è il processo con il quale ti riconduco dolcemente a te stesso.
Non a ciò che io voglio che tu sia, ma a ciò che sei.”
(Leo Buscaglia)

In un recente post ho parlato del difficile compito affidato agli educatori dei ragazzi con autismo di guidarli verso un percorso di crescita, proteggendone contestualmente l’autenticità individuale.
Ma che ruolo ha la famiglia in questa complessa equazione esistenziale?
Esiste un sottile confine tra la sacralità della natura individuale di una persona e la necessità di adattarsi alle esigenze del vivere sociale. E’ un difficile compromesso che riguarda qualsiasi essere umano e rappresenta la base di ogni contesto civile. Avere la facoltà di restare integri nella propria essenza evitando di alterare l’equilibrio funzionale della società richiede coraggio, intelligenza e grande sensibilità, ma soprattutto profonda conoscenza di se stessi.
Per un autistico questo compromesso rappresenta più di una scelta; è pura sopravvivenza.
Imparare a muoversi secondo gli schemi e le regole della collettività equivale ad acquisire le autonomie necessarie per ottenere una condizione di libertà civica e personale che garantisca una reciproca armonia tra soggetto e società.
Ottenere questo traguardo senza rinnegare la propria natura percettiva è molto di più, è opera di Consapevolezza e motivo di abbondante serenità e stabilità interiore.
E’ pur vero che le divergenze ambientali, culturali, etiche e comportamentali esistenti tra diversi individui che condividono la stessa dimensione sociale raramente riescono a garantire una perfetta concertazione degli intenti comuni, e l’impegno di perfezionarsi in tal senso, per un soggetto perfettamente autonomo è sempre una responsabilità individuale, una scelta derivante dalla facoltà del libero arbitrio. Una scelta, quindi, assolutamente responsabile!
Nella disabilità, soprattutto quando manca la capacità di cosciente discriminazione comportamentale, come spesso accade alla persone con autismo,  questo difficile compito ricade, invece, esclusivamente sulle famiglie.
Il processo di adeguamento sociale e di acquisizione delle autonomie viene però spesso confuso dai genitori con la necessità di modificare o addirittura rinnegare la natura “atipica” del proprio figlio, imponendo modelli evolutivi in antitesi con le sue naturali predisposizioni e potenzialità. Un bambino con autismo ha attitudini uniche, specifiche capacità percettive e sensoriali, abilità, passioni e talenti individuali che vanno assolutamente rispettati e, ove possibile,  coltivati e perfezionati attraverso un adeguato percorso di crescita educativa e comportamentale, con la costante di un amore profondo ed incondizionato.
Alle volte questo desiderio di trasformazione deriva, forse, da una mancata accettazione della neurodiversità in antitesi con le proprie aspettative genitoriali di “utopica perfezione” che conduce i genitori a voler necessariamente indurre il proprio figlio ad esprimersi secondo modalità tipiche e schemi idealistici che ovviamente non gli appartengono e sono in contrasto con la propria dimensione percettiva. Un atteggiamento, a mio avviso, che rischia di condurre entrambe le parti verso una sofferta e reciproca frustrazione causando, spesso, anche una preoccupante regressione  del soggetto autistico.
Quando un genitore non riesce ad abbracciare la natura particolare e le variabili sensoriali e comunicative del proprio figlio dovrà, forse, iniziare ad interrogarsi profondamente sulle cause concrete di questa mancata accettazione.
Per questo motivo  sono dell’idea che chiunque viva l’esperienza di un figlio disabile debba sempre ri-partire da se stesso. Chiunque riesca a fare coscientemente questa valutazione ha la capacità di trasformare la disabilità in opportunità.
Un figlio disabile è una risorsa infinita che ti costringe ad intraprendere un percorso introspettivo verso il tuo stesso centro, a ritornare autentico e vivo.
E’ una sfida quotidiana, una rinascita costante.
E’ amore, dolore, paura, ostacoli, traguardi, limiti, possibilità e conquiste .
Un sottile gioco di equilibri tra sé stessi ed il mondo.

G.Patti

 

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papà…

Il tuo cercarmi, come ombra sul mare
nella quiete irreale e perfetta dei tuoi silenzi
grida forte una parola che la bocca fatica a pronunziare.

Eppure irrompe travolgente dai tuoi occhi
come una cascata sul cuore della vita.

Sono attimi vibranti, intangibili frequenze d’amore
che colorano il senso scuro dell’attesa.

Sillabe laconiche che, nella brevità di una parola,
racchiudono la sacralità di un’unione
accesa e illuminata dalla scintilla della vita.

Si posano sottili e delicate sul manto pesante dei miei giorni
e come foglie d’autunno promettono rinascita tra le mani dell’inverno.

Anche adesso, mentre dormi  sereno
e le mie mani tramutano in parole i segreti del cuore
posso udire il suono dei tuoi silenzi.

Chiudo gli occhi un istante
e ascolto la tua voce immaginata e trasparente
raccogliere gli ultimi attimi della notte
e sussurrarmi dolcemente:“papà”

(G.Patti)

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ars docendi

Quando si parla di autismo è inevitabile incontrare argomentazioni relative all’istruzione, alla didattica ed alla dimensione scolastica, come luogo di apprendimento e di opportunità inclusive, finalizzate alla crescita individuale ed all’integrazione sociale.
Emerge forte in questo contesto la natura dialettica della narrazione tematica che conduce direttamente al concetto di “educazione” come astrazione rappresentativa dei mezzi di conoscenza, crescita introspettiva e sviluppo dell’intelletto.
In merito al termine sono diverse le fonti e le attribuzioni semantiche che tentano di rivelarne la natura finalistica. Si parla di “apprendimento di principi intellettuali e morali”, “affinamento della sensibilità”, “correzione del comportamento in accordo con le esigenze dell’individuo e della società”, “processo di trasmissione e acquisizione di elementi culturali, estetici e morali”.
Più in generale di “processo di formazione dell’individuo.”
Ma cosa si tenta di trasmettere realmente con il termine “educazione”?
L’ampiezza degli argomenti che ne strutturano il senso, in applicazione alle diverse sfere del vivere sociale, rende necessario analizzarne la natura etimologica per riscoprirne i valori primordiali che hanno dato forma, corpo e sostanza all’idea ed alle finalità che ne identificano la meta.
Il termine deriva dal verbo latino educĕre, “trarre fuori”, “tirar fuori ciò che sta dentro”.
E’ chiaro come il fine intrinseco dell’educare sia votato ad intraprendere un cammino di crescita che parta dall’interno dell’individuo per favorirne lo sviluppo di facoltà ed attitudini, piuttosto che iniziare da percorsi esterni, divulgatori esclusivi di conoscenza e di apprendimento cognitivo.
Appare oggi evidente quanto queste strategie edificanti prendano spesso direzioni sbagliate cercando di modellare gli individui secondo schemi precostituiti e generalizzati, a discapito del processo di crescita individuale, de-umanizzando e de-individualizzando gli scolari al pari di contenitori cerebrali da riempire con annose e ripetitive nozioni testuali.
Un processo di categorizzazione umana che tende ad identificare il grado di cultura ed il valore sociale di un soggetto nella quantità di informazioni acquisite piuttosto che nella qualità delle caratteristiche etiche e vocazionali.
Una circostanza, questa, che riporta alla mente la sottile differenza tra “intelletto” ed “intelligenza” proposta dal mistico contemporaneo Osho Rajneesh:

“Non confondere mai l’intelletto con l’intelligenza: sono poli opposti.
L’intelletto appartiene alla testa; ti viene insegnato da altri, ti viene imposto.
Devi coltivarlo. È una cosa presa a prestito, una cosa estranea; non è innato.
Invece l’intelligenza è innata. È il tuo stesso essere, la tua stessa natura”

Quando l'”educazione” diventa materia di formazione per un individuo disabile questa differenza appare ancora più marcata. La diagnosi diviene essa stessa categoria ponendo limiti concretamente ipotetici, ma idealmente verosimili, all’evoluzione ed alla crescita individuale.
Nell’autismo il concetto di categoria risulta maggiormente inadeguato e paradossale in considerazione della molteplicità dei sintomi che ne caratterizzano l’evoluzione. Risulta infatti fondamentale tracciare i contorni dell’ “individualità autistica” prima di iniziare a lavorare sullo sviluppo dell’individualità soggettiva.
Un sottile e complesso percorso evolutivo che trova quasi sempre impreparati gli educatori preposti al delicato compito di favorire il processo di antesi umana.
Con ciò non è assolutamente auspicabile, ne ammissibile la realizzazione dell’individuo in quanto tale senza il mezzo della conoscenza. Ma l’acquisizione nozionale assume significato solo se indirizzata alla fioritura dell’unicità.
La società è categoria per definizione, ma diviene dimensione valorizzante solo nella fusione e nell’equilibrio delle diversità  come parti evolutive ed indispensabili del tutto.
In un contesto collettivo funzionale, dove la diversità diviene ricchezza è naturale che la disabilità sia considerata unicità valorizzante. A quel punto lo scopo comune sarà automaticamente indirizzato alla crescita globale su solide fondamenta di etica umana e civile.
Non sono un educatore di professione, ne oserei mai elargire consigli relativi ad una materia che non mi appartiene, ma da ex scolaro con qualche esperienza educativa poco soddisfacente ed antico testimone diretto della discutibile abilità di alcuni precettori incontrati sul mio cammino formativo, nonchè da padre di un bambino con autismo auspico una scuola in grado di proporre adeguati percorsi di consapevolezza individuale e collettiva, che non evidenzi limiti ma generi possibilità, che costruisca risorse e non ostacoli, che induca sentimenti di autostima e realizzazione e non di fallimento e frustrazione.
Una scuola in grado di leggere l’anima delle persone prima di qualsiasi libro di testo. E soprattutto capace di coltivarne l’essenza.
Devo  affermare che ad oggi l’esperienza personale di mio figlio documenta una realtà scolastica assolutamente positiva, ma la cronaca ci  racconta in maniera ricorrente che purtroppo non è sempre così; ma è pur  vero che esistono tante ottime scuole e tanti bravi educatori, come è capitato a mio figlio.
Sono convinto che i percorsi della conoscenza devono sempre attraversare quelli della Consapevolezza. Quando non è così si tratta solo di apprendimento; di materia sterile.

“Consapevolezza è“l’istante in cui la goccia si fonde nell’oceano,
nell’attimo stesso in cui l’oceano si riversa nella goccia
” (Osho Rajneesh)

G.Patti

 

 

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