Coscienza, Conoscenza, Consapevolezza

“Si può indurre il popolo a seguire una causa, ma non a comprenderla.”
(
Confucio)
Mi sono sempre chiesto se la condivisione di un ideale umanitario a la conseguente partecipazione alla realizzazione dello stesso presupponga in realtà una concreta condizione di conoscenza.
Osservando il procedere storico della società nel relazionarsi con una o più tematiche demo-etno-antropologiche intravedo un agire alimentato da una legge morale di appartenenza alla vita, chiaramente percepita per natura, ma volutamente applicata per un senso etico riconducibile più ad un sentimento di coscienza che di profonda Consapevolezza.
In merito all’autismo sono molte oggi le campagne di sensibilizzazione proposte e messe in atto a livello sociale, dalla giornata mondiale ricorrente ogni 2 aprile, alle costanti attività dedicate all’inclusione e all’informazione organizzate dalle varie onlus e no profit operanti sul territorio nazionale. Eppure nonostante l’argomento sia considerato realtà attualissima continua ad approdare all’immaginario collettivo come una dimensione noumenica ed intangibile.
Di fatto resta ancora materia profondamente complessa e spesso dolorosa, comunque non facilmente comprensibile a livello sociale senza un vissuto empirico che ne favorisca l’esperienza diretta. Una condizione che produce sul piano sociale una conoscenza esclusivamente speculativa, quasi puramente teoretica del tema, alterata e contaminata da luoghi comuni, convenzioni e fobie.
Appare forte alla luce di queste considerazioni la divergenza tra il concetto di coscienza e quello di consapevolezza.
La prima è riconducibile alla necessità di custodire un essenziale senso di libertà derivante dalla possibilità di una scelta morale che si traduce più specificatamente in una condizione percettiva di dovere etico (“La libertà è la ratio essendi della legge morale, ma la legge morale è la ratio cognoscendi della libertà” afferma Kant nella “Critica della ragion pratica”).
La seconda è raggiungibile solo attraverso l’esperienza diretta degli eventi, favorita da una conoscenza non acquisita, ma maturata in seguito ad un’osservazione tangibile ed individuale della realtà. Se ne deduce che la Consapevolezza non implica la necessità di una scelta morale perché rappresenta una condizione di fatto che esula dal pensiero. È uno stato dell’essere che trova realizzazione solo nell’esperienza e nella conoscenza.
Ecco perché è fondamentale imparare fin da bambini ad avvicinarsi in maniera del tutto naturale alla disabilità, senza la necessità di un senso morale derivante esclusivamente da sentimenti di auto-imposto umanitarismo e filantropica coscienza, che rappresentano valori nobili ed imprescindibili purché  vissuti con spontaneità e piena naturalezza etica .
Una possibilità che trova applicazione attribuendo all’idea di inclusione una dimensione bivalente: L’opportunità  di “sperimentare” la diversità  fino ad immedesimarsi in essa, diventando un’unica identità sociale attraverso cui l’inclusione, nella qualità di opera salvifica della neurodiversità, assume contestualmente  la funzione di  rivoluzione culturale, di salvezza sociale e di crescita individuale.

G.Patti

 

 

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Autismo: dalla re-clusione all’ in-clusione

Nel libro “L’altra verità. Diario di una diversa”, opera autobiografica di Alda Merini, la scrittrice racconta un aneddoto che ritengo profondamente significativo:
“Un giorno in giardino incontrai un prete. Ero sola e gli chiesi in che concetto Dio tenesse i poveri pazzi. «Mah» rispose quello, «che volete, figliola. I pazzi non sono responsabili.» «Mah», proseguii io, «se Dio ha dato il libero arbitrio perché scegliessimo il bene ed il male, perché ce l’ha tolto con la pazzia?» Il prete rimase confuso e se ne andò borbottando, ma a me quel concetto mi rodeva dentro: perché un folle non può più essere padrone della sua volontà?”

Escludendo i tradizionali quesiti esistenzialisti di matrice teologica di cui non sono convinto sostenitore, trovo eticamente determinante la domanda finale posta dalla Merini. E’ chiaro che oggi non si parla più erroneamente di “follia” intesa come alterazione psichica orribilmente deviante rispetto ai tipici percorsi evolutivi dell’uomo, ma più correttamente, in termini scientifici, di neurodiversità, come naturale alternativa ai più comuni canoni comunicativi e comportamentali.
Eppure nonostante questa fondamentale rivalutazione il senso di libertà resta ancora elemento separato dall’universo esistenziale dei disabili. “Libertà” intesa come facoltà di scegliere, in quanto essere sociale, in considerazione della propria dimensione individuale, operando in una condizione di diritto (e di dovere) equiparabile a quella di qualsiasi altro individuo.
Uno status che presuppone la capacità di poter agire autonomamente nell’universo sociale di appartenenza, comprendendone regole, limiti ed opportunità. Tale prerogativa appare sicuramente insufficiente nel naturale percorso evolutivo degli individui con autismo, soprattutto in considerazione delle limitate capacità comunicative che rappresentano elemento vitale nell’equilibrio funzionale di una collettività.
Come genitore trovo dunque fondamentale favorire fin da subito lo sviluppo di strategie di comunicazione alternativa strutturate sulla base di interventi individuali che possano poi aprire la strada ai più ampi percorsi di autonomia.
Sono assolutamente convinto che le attività terapeutiche restino materia fondamentale nelle fasi di crescita di un autistico, ma per assumere carattere funzionale devono essere organizzate e vissute nel naturale contesto di appartenenza, coinvolgendo ogni livello possibile, casa, famiglia, scuola e società.
In tal senso appare dunque inutile o addirittura rovinosa la figura del centro di “recupero” destinato esclusivamente alla “riabilitazione separata e “reclusiva”, in quanto è fondamentale comprendere che in un soggetto con autismo non esiste alcunchè da riabilitare, ma soltanto abilità innate ed uniche da coltivare e sviluppare, affinchè possano diventare, nel tempo, una risorsa preziosa per la società.
“Riabilitare” significa rendere nuovamente qualcosa funzionale rispetto a precisi modelli prestabiliti, ma se il concetto di società viene svuotato da qualsiasi pretesa di uniformitá, sgretolando l’idea stessa di stereotipo, la disabilità cessa di essere elemento diversificato dal tutto, acquistando unicamente valore di possibilità ed opportunità.
Uno degli errori più comuni, in termini antropologici, imputabile alle collettività “civilizzate” è quello di confondere il concetto di uguaglianza con la necessità di creare strutture aggreganti basate su ideali di perfezione ai quali cui bisogna necessariamente ispirarsi per ottenere la possibilità di esserne parte.
In realtà il concetto di uguaglianza dovrebbe essere inteso come il naturale diritto di appartenere ad un determinato contesto sociale, o più semplicemente di essere parte della vita, con le medesime risorse ed opportunità, nonostante le diversità individuali che nell’insieme formano l’identità del singolo.
Accettare le diversità del prossimo come strumento di confronto edificante trasformandole in risorse etiche, civiche e sociali richiede un duplice impegno; da una parte un distacco consapevole e maturo da tutti i pregiudizi cristallizzati che nel corso del tempo hanno formato le attuali strutture sociali; da un altro il superamento del naturale istinto di appartenenza che spinge gli esseri umani ad unirsi in gruppo, confondendo la propria identità di individui con quella di massa unificata e uniformata nella quale l’unicità del singolo si perde rovinosamente in un sintetico ideale di universalità uguale e conformata.
E’ ovvio che a causa dei valori distorti tipici della cultura dell’epoca, nella domanda della Merini l’assenza di libertà appare imputabile esclusivamente alla condizione di alterazione psichica del “folle”. Oggi si è compreso che i limiti sofferti dalla neurodiversità sono riconducibili esclusivamente alla scarsa adattabilità ambientale ed alla incapacità di favorire valide opportunità di inclusione che possano aiutare i disabili a trovare la giusta identità sociale.
Una grande conquista in termini di consapevolezza che però risulta fortemente penalizzata da un’intelligenza emotiva di massa ancora troppo immatura per favorire un vero rinnovamento culturale.
Di fatto siamo ancora schiacciati dal peso di progressivi condizionamenti e primordiali paure nei confronti di tutto ciò che ci appare diverso e si discosta dai rassicuranti modelli imposti dal mondo, e forse ciò è imputabile alla naturale difficoltà degli esseri umani di cercare, trovare e conservare la propria identità ed unicità; una facoltà che, al contrario, nell’autismo è quasi sempre vissuta in totale naturalezza.
Una volta Osho Rajneesh, per gioco elencò dieci “comandamenti” riconducibili al senso stesso della vita (che riporto in calce). Nel leggerli mi sembra di rivedere il naturale percorso esistenziale di mio figlio, vissuto in maniera limpida, spontanea e trasparente.
Un approccio con la vita semplice ed autentico, soffocato da una società culturalmente ed emotivamente contaminata ed impoverita.
La mia esperienza con l’autismo mi ha permesso di imparare a lasciarmi alle spalle tutte le certezze accumulate nel corso della vita, paure, condizionamenti, credenze, superstizioni, pregiudizi, ed a rivalutare tutto ogni istante.
Un invito alla rinascita che è speranza viva di guarigione da un male comune, sociale e culturale, ben più spaventoso ed angosciante di quello che è stato diagnosticato ai nostri figli.

G.Patti

I 10 comandamenti di Osho:

  1. Non obbedire ad alcun ordine all’infuori di quello interiore.
  2. L’unico Dio è la vita stessa.
  3. La verità è dentro di te, non cercarla altrove.
  4. L’amore è la preghiera.
  5. Il vuoto interiore è la porta della verità, è il mezzo, il fine e la realizzazione.
  6. La vita è qui e ora.
  7. Vivi totalmente desto.
  8. Non nuotare, galleggia.
  9. Muori a ogni istante, così da poter rinascere ogni istante.
  10. Smetti di cercare. Ciò che è, è: fermati e guarda.
    (Osho Rajneesh)

 

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Autismo e pluralismo dialogico

L’autismo è un male senza identità, non ha origini, né tracciati conoscibili che i percorsi eziologici siano in grado di decifrare. E’ come trovarsi al centro di un oceano senza riferimento alcuno. Si osserva l’orizzonte concentrico che delimita la vastità dello spazio, senza individuare direzione alcuna, senza intravedere terre sulle quali approdare. Si ascoltano teorie ed eventualità che non conducono a nessuna soluzione certa.
Eppure una delle cose migliori che ho imparato da mio figlio è la capacità di intravedere un nuovo senso di possibilità dietro ogni limite. E’ una conquista che appartiene al tempo, trovata e ritrovata nel procedere dei percorsi quotidiani, maturata nella convinzione che l’unica destinazione perseguibile appartiene al futuro. Perché il futuro è possibilità per definizione.
In queste aspettative avveniristiche si configura la necessità di trovare la salvezza in una cura che non è rimedio farmacologico, ma guarigione sociale ed istituzionale.
In tal senso mi viene da ragionare sull’autismo in termini ontologici, in quanto categoria dell’essere che trova risposta e soluzione alla propria particolarità esistenziale ed ai diversi intenti comunicativi e socialmente partecipativi in un auspicabile pluralismo dialogico; ciò rievoca, in termini etici, la teoria dell’agire comunicativo sostenuta dal sociologo Habermas, secondo cui la comunicazione è elemento indispensabile all’organizzazione sociale, al fine di favorire una volontà collettiva che induca al senso di partecipazione comune volta al reciproco intendersi; comunicazione intesa come elemento verbale o extraverbale, che si estende alle modalità percettive soggettive di ogni singolo individuo, ed al proprio personale modo di interagire con la realtà circostante.
Una cura sociale, quindi, che produce i propri effetti attraverso la naturale condivisione delle diversità, senza avere la pretesa di divenire dimensione oggettiva, ma trovando un equilibrio collettivo nel reciproco accoglimento delle altrui differenze; ponendo sempre il singolo, in quanto unità particolare del tutto, al centro della propria realtà funzionale.
Un simile scenario  è auspicabile solo favorendo una rieducazione delle coscienze al senso di diversità ed agli intenti comunicativi, senza mai privilegiare specifiche strategie di dialogo e di interazione che, in contigenze di uniformità, corrono il rischio di essere riconosciute come modelli sociali prevaricanti, la cui assenza irrimediabilmente separa ed isola dalla collettività.
Ne consegue che i percorsi terapeutici dell’autismo non possono mai essere diretti esclusivamente al singolo, ma devono necessariamente coinvolgere l’intera struttura sociale.
In ciò si configura l’attività svolta attorno al Progetto “PASS” (Progetto di adozione scolastica e sociale) sostenuto e coordinato dalla ASL Napoli 1 in collaborazione con i genitori del Gruppo “Napoli per l’Autismo”. Un percorso di condivisione e di formazione collettiva intrapreso attraverso funzionali attività di inclusione, interscambio e confronto alle quali sono chiamate a partecipare in egual misura famiglie, Istituzioni e società.
Una concertazione fattiva in grado di favorire lo sviluppo di una nuova Consapevolezza che, in termini ontologici,  conduce ad una fondamentale intuizione:
La disabilità  è una delle possibili infinite espressioni dell’esistenza e non una realtà che va considerata separata dal contesto universale di cui è elemento naturale; in quanto tale rappresenta una differenza che non produce limiti ma solo opportunità. I limiti, laddove esistono, non appartengono al disabile, ma sono frutto esclusivo di una società malata.
Questa Consapevolezza evidenzia in maniera ancora più marcata la necessità di favorire lo sviluppo di qualità dialogiche e comunicative migliori che diventino veicolo di una nuova identità culturale in grado di mutare l’attuale struttura sociale basata su principi di conformità discriminanti in una Società progressista costituita da diversità partecipative ed edificanti.

Gianluca Patti

 

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Una normale diversità

Spesso il dolore ci obbliga a confondere il senso delle avversità con gli effetti che esse producono sulla nostra esistenza.
Al di là delle molteplici difficoltà che determina, mi domando spesso cosa sia l’autismo e cosa rappresenti nella vita di chi lo vive e ne subisce le conseguenze.
Non saprei darne una precisa definizione e non credo sia possibile formularne una, poichè l’autismo può essere davvero un’infinità di cose.
Ma di certo so bene cosa non è. Non è  elemento separato dal mondo, e più specificatamente dal sociale.
Nella dimensione strettamente individuale rappresenta una realtà complicata e delicata del nostro vissuto che quasi mai amiamo raccontare sommessamente, ma che d’improvviso sa esplodere con fragore, gridata al mondo con rabbia e risolutezza nell’opera instancabile delle nostre rivendicazioni.
La verità, però, è che l’autismo non va mai rinnegato, piuttosto va celebrato in quanto parte delle innumerevoli espressioni della vita.
Si è  sempre ritenuto che il concetto di disabilità possa svanire solo nell’istante in cui muore l’idea stessa di diversità, o meglio di non accettazione delle diversità. Nulla di più  sbagliato. Ciò che deve essere rinnegata è, al contrario, l’illusione che possa  esistere un modello di normalità che separa e divide dalla propria totalità tutto ciò che si discosta dai  parametri di uniformità che esso stesso arbitrariamente stabilisce ed impone.
E’ fondamentale riacquistare la consapevolezza che se proprio deve ritenersi credibile ed accettabile una condizione universale di normalità, questa è costituita, invero, dalla coesistenza e dalla condivisione delle molte diversità possibili. Solo in tal senso l’idea di disabilità smette di esistere, scompare, semplicemente non è più, poichè privata di ogni possibilità di confronto disgiunto che la rende realtà distorta e diversificata.
Quindi, piuttosto che adoperarci affinché la diversità venga accettata ed inclusa in modelli sociali precostituiti, cerchiamo di educare il mondo alla non uniformità, come condizione naturale nel processo di evoluzione della vita.

Gianluca Patti

 

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I giorni di Arpocrate

Quanto può essere lungo un giorno? Ne misuriamo l’avanzare con il metro del tempo senza accorgerci che il respiro di ogni singolo attimo che attraversa la ciclicità del nostro esistere nasconde in se l’alternanza di ritmi incerti e impercettibili che scandiscono e mutano il passo della vita.
Vivendo accanto ad una persona con autismo si impara presto a considerare il peso dell’attesa che divide il giorno dalla notte e la notte dal giorno percorrendo diverse dimensioni sensoriali, intense, complesse, colorate di ombra e di mistero;  spesso anche di dolore.
Il silenzio è parte essenziale di questo universo percettivo, ne scandisce inesorabilmente il procedere con passo trasparente ed irregolare, modificando il senso di ogni cercare.
Un bambino che non possiede capacità verbali, che è privo del linguaggio vocale è perfettamente in grado di sviluppare qualità comunicative molto più profonde e complete ed di condividerle pienamente con chiunque sia disposto a viaggiare assieme a lui sulle stesse frequenze silenziose.
Il silenzio è eternità per definizione, è spazio siderale nella dimensione comunicativa che separa ed unisce le esistenze.  E’ l’altrove dove prosegue il senso di ogni parola che termina sull’ultimo respiro della voce. E’ la possibilità istintiva di ascoltare la realtà prima di qualsiasi altra abilità percettiva.
Ciò perchè la vita è perfetto equilibrio e inviolabile evoluzione. Se sottrae, necessariamente dona.
Con il sorriso e gli sguardi muti di mio figlio proseguono i miei giorni senza tempo, con la consapevolezza che la vita restituisce valore solo al vivere presente, oltre il quale esiste solo un nulla consumato o mai avverato.
Sono piccoli attimi, leggeri, inafferrabili, in cui per un istante posso osservare il centro di me stesso attraverso i suoi sguardi brevi.
Il suo silenzio è per me nettare di vita, equilibrio ed opportunità. Purezza e perfezione.
Semplicemente amore.

G.Patti

 

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Onde

Era un mare fermo la mia vita.
Vastità di orizzonti identici e di concentrici silenzi
Tu hai portato onde e vento in queste acque immote
Ora grazie a te sono divenire
Instancabile fluire oltre l’infinito..

(a mio figlio)
G.Patti

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La meravigliosa perfezione delle “diversità”

Può davvero esistere una assurda corrispondenza tra violenza e diversità? Il senso di distruzione che consuma uomini e masse fino all’inverosimile tragedia, dove anche l’ultima scintilla di coscienza ed umanità si spegne inesorabilmente può davvero essere il frutto di identità alterate che si muovono impazzite verso una folle idea di uniformità, contraria a qualsiasi legge universale?
Veniamo al mondo come naturale evoluzione di un tutto che è diversità, che trova pieno equilibrio e perfezione espressiva nella diversificazione del creato. Ne siamo parte indissolubile, è per noi energia vitale senza la quale non potremmo essere.
Siamo colori, forme, suoni, emozioni pulsanti. Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo l’universo ci racconta il mistero del nostro esistere nella bellezza della difforme molteplicità.
In egual modo il miracolo della diversità si configura nel nostro vivere interiore modellando percezioni, idee, sensazioni che definiscono i contorni della nostra individualità come unità inseparabile, stretta nell’abbraccio universale della vita.
Basta osservare l’esistenza che ci circonda per comprendere che l’idea di uniformità è solo un miraggio di follia nel deserto della mente. Il respiro della vita si muove su frequenze sottili ed irripetibili, in una ciclica danza i cui passi mutano in eterno.
Religioni, culture, etnie, ideologie, etica e valori, status sociale, orientamento sessuale, caratteristiche corporee, temperamento e carattere, abilità e limiti si alternano e si fondono come colori sulla tela del mondo,  dando volto all’umanità di cui siamo materia e spirito pulsante.
Non è credibile che questa sete di  morte e devastazione sia realmente frutto di un’attività discriminatoria verso differenti modi di essere, di sentire, celebrare e contemplare la vita.
Sarebbe un impossibile paradosso esistenziale che porterebbe alla inevitabile negazione del sè.
Ci si rende allora conto che il termine “diverso” è  privo di qualsiasi significato perché muore nell’istante in cui nasce l’idea stessa di vita.  L”altro” è  in realtà una delle infinite parti di noi stessi.
Qual’è allora il senso di quest’odio che da sempre muove il passo dell’uomo verso sentieri di morte, violenza e devastazione? E’ solo’ il rifiuto del proprio esistere che cerca perdute identità e sintetico potere attraverso la prevaricazione e la sopraffazione dell’altrui esistenza.
Una consapevolezza, questa, che ci permette di comprendere come ogni espressione di razzismo ed intolleranza sia in realtà una sottile forma di autodistruzione, una negazione di se stessi alimentata da un desiderio di annullamento personale.
Chi ama davvero se stesso ama la vita tutta, non genera odio. E’ chimica dello spirito. E’ legge universale.
Nella consapevolezza di noi stessi l’ego scompare e in un istante diveniamo lo specchio del mondo nutrendoci contestualmente dell’altrui riflesso, fino a fonderci e scomparire in esso.
E’ l’istante, questo,  in cui diveniamo arcobaleno oltre l’orizzonte della vita.
E l’istante in cui facciamo di noi stessi frammento perfetto nell’eterno mutare dell’equilibrio universale.

G.Patti

 

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Il valore del linguaggio

Le parole sono responsabilità. Hanno il potere di modellare la nostra percezione del mondo.
Una semplice parola può agire sulla nostra coscienza, condizionare la mente e le nostre scelte, attribuire un’identità specifica ed un valore decisivo ad un oggetto, una persona o addirittura ad un’ideologia. Una sola parola può rappresentare l’epilogo di una o di molte vite, può scrivere il destino degli eventi.
Eppure nonostante ciò concediamo a questo potere semantico una pericolosa veste di superficialità. Utilizziamo ogni sorta di parole senza avere consapevolezza del reale significato che esse custodiscono, senza valutarne gli effetti sulla dimensione emotiva e sociale.
Senza preoccuparci affatto delle possibili devastanti conseguenze.
L’etica del linguaggio presuppone sempre conoscenza. Conoscenza profonda e consapevole.
Il resto è solo anarchia idiomatica, caos inespressivo.
Ma qual’è il senso del comunicare oltre la perfezione del silenzio?
E’ esigenza di divenire, esigenza di appartenere. Una scelta ineluttabile di mutare in esseri sociali per sentirsi parte di un tutto artefatto ed ingannevole.
E’ forse l’idea di civiltà che inseguiamo attraverso questa folle corsa verso l’accettazione del sè per mano dell’altrui consenso? O più verosimilmente è il primitivo bisogno di cercare la propria identità esistenziale in una rassicurante dimensione di moltitudine fatta di illusoria verità?
Le parole servono a ben poco nell’arte del comunicare. La vita ce lo insegna di continuo, in mille modi.
Grazie a mio figlio ne ho avuto esperienza diretta, ho compreso il valore profondo del “non dire”.
Mai una sola parola ha attraversato la condivisione del nostro esistere, eppure i pensieri del reciproco sentire ci appartengono più di qualsiasi verità.
Non credo esistano parole in grado di raccontare la profondità di un sorriso, di uno sguardo, di un abbraccio. E non c’è dolore alcuno che possa essere dipinto con i colori del linguaggio.
E’ una consapevolezza, questa, che appartiene solo al silenzio.
Oltre gli schemi sociali di cui oramai siamo prigionieri contenti e soddisfatti, entro i cui confini custodiamo gelosamente migliaia di verità apprese ma mai comprese, sempre più lontani da noi stessi, ma sempre più parte di un tutto che tutto non è mai stato, affidiamo la trascendenza percettiva del nostro appartenerci universale al senso  condizionato del linguaggio.
E’ fondamentale ripartire dal silenzio. E in primo luogo da noi stessi.
E’l’incipit di un cammino che è già esodo ancor prima di muovere un passo. Un lento ritrovarsi, conoscersi e riconoscersi in un immoto procedere. E’ come guardare se stessi in una superficie d’acqua e nelle stesse acque nuotare in profondità alla ricerca dell’altro.
Si comprende, così, che solo attraversando se stessi è davvero possibile raggiungere il senso dell’altrui esistenza.
Impariamo con gioia ad amare, ascoltare e comprendere il silenzio dei nostri bambini autistici.
Mutiamolo in opportunità.
Facciamone strumento infinito d’amore…

G.Patti

 

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Autonomia

“La libertà vera non è fare quello che ci pare, ma vivere come creature libere dalla paura.”
(Susanna Tamaro)
Una singolare corrispondenza accomuna il senso di due parole che, pur coesistendo su piani diametralmente opposti in termini di effetti e di intenti, quasi ad annullarsi l’una con l’altra, conservano incredibilmente la stessa origine semantica.
“Autismo”: disordine neurologico che compromette le capacità di comunicazione ed interazione sociale;
“Autonomia”: strumento indispensabile di indipendenza oltre i limiti della disabilità.
Entrambe trovano origine dal greco αὐτός , “stesso”.
La prima per evidenziare una forma di chiusura atipica nei confronti del mondo esterno; la seconda intesa come la facoltà e la piena capacità di governare se stessi.
In entrambe “l’altro” apparentemente scompare. Resta soltanto l’individuo come entità unica ed indissolubile.
L’autismo è un percorso verso il sé privo di scelte consapevoli e di possibilità che conducono all’altro. Quando manca l’opportunità di scegliere in merito alla propria vita, si diventa inevitabilmente prigionieri del proprio universo esistenziale. In tal caso l’individualità intesa come diritto alla manifestazione della propria natura trova ostacolo nell’incapacità di muoversi in maniera libera e funzionale all’interno di qualsiasi contesto sociale.
In questa realtà limitante risulta necessaria la capacità di essere autonomi, di governare se stessi in funzione del mondo esterno.
Modificare la società in realtà che si adatti e si trasformi in considerazione dell'”altro”, sia in termini culturali che istituzionali, rende realizzabile questa possibilità. Consente al diversamente abile di tornare ad essere individuo libero ed indipendente.
Ecco perché i percorsi di autonomia devono viaggiare sempre su una strada a doppio senso. Una persona con autismo va istruita in merito alle leggi del vivere comune, ma il suo cammino deve incontrare comunque percorsi ampiamente favorevoli.
Un abbraccio in cui l’altro scompare non più perché entità dissociata dal sé, ma perché ne diviene parte indissolubile; ed in cui l’individuo incontra l’altro senza mai perdere sé stesso.
Solo così la paura lascia la strada alla consapevolezza e la diversità muta in alterità.
Solo così è davvero possibile diventare individui liberi.
I percorsi di autonomia, soprattutto nell’autismo, sono ormai considerati l’unica strada possibile per consentire di cambiare la disabilità in libertà, che è sempre e comunque libertà comune, libertà sociale, libertà di tutti.
Libertà di vivere. Libertà di crescere. Libertà di essere. Senza più paura.

G.Patti

 

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Una fragile armonia

Siamo  storie, racconti, percorsi di vita. Parole incerte che ruotano veloci attorno allo stesso centro. Siamo pura narrazione.
Un nucleo umano di coesione, circondato da emozioni che nascono e si modificano nell’avanzare degli eventi.
L’autismo ci unisce e contestualmente ci separa, trasportati dal vento della diversità.
E’ difficile ritrovarsi, riconoscersi tra gli infiniti volti della disabilità, eppure siamo parte indissolubile della stessa materia di dolore di speranza.
Per ognuno di noi l’inizio del viaggio corrisponde ad un percorso di similitudine, di ricerca parallela, di confronto. L’altrui autismo diviene lo specchio della diversità che ci appartiene.
Una dimensione priva di identità alcuna, in cui si cerca la consapevolezza del proprio destino ed il senso profondo del proprio smarrimento. Così nel passato di coloro che hanno percorso più strada di noi è possibile riconoscere parte del nostro futuro, mentre l’altrui destino assume spesso le vesti del nostro presente.
Eppure questo gioco di riflessi non concede risposte, né profetiche soluzioni.
Offre, tuttavia, possibilità determinanti.
Ad un tratto il percorso può spostarsi su un diverso piano dimensionale. Non è più il volto della disabilità ad essere oggetto di questa sofferta ricerca di similitudine, ma noi stessi ne diventiamo il centro. Attraverso lo specchio della vita prossima è possibile comprendere limiti ed opportunità che mai avremmo considerato.
E’ un lento riscoprirsi. È rinascita totale.
L’autismo, dimensione di solitudine e di silenzio, diviene inaspettatamente mezzo di incontro e di unione.  Una metamorfosi che supera il contradditorio di qualsiasi paradosso ed  assume il volto surreale del miracolo umano.
Storie diverse si fondono e si confondono in un procedere comune che nonostante tutto resta percorso individuale. L’evoluzione del singolo passa sempre attraverso sentieri condivisi e viceversa. E’ crescita comune e comune consapevolezza.
Un insieme, sintesi di un equilibrio ciclico, ove il gruppo diviene terreno fertile di crescita personale e le esperienze individuali mezzo di evoluzione culturale di gruppo.
Una fragile armonia che ha la forza di modificare le coscienze attraverso testimonianze concrete di inclusione ed autonomia delle diverse abilità all’interno di sterili contesti collettivi edificati sulla base di schemi generalizzati ed uniformati.
E’ questo l’attimo in cui la cultura della normalità muta in cultura dell’alterità.
In un unico istante l’autismo è i nostri figli; l’autismo siamo noi; l’autismo è il mondo intero.

G.Patti

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