Autismo e pluralismo dialogico

L’autismo è un male senza identità, non ha origini, né tracciati conoscibili che i percorsi eziologici siano in grado di decifrare. E’ come trovarsi al centro di un oceano senza riferimento alcuno. Si osserva l’orizzonte concentrico che delimita la vastità dello spazio, senza individuare direzione alcuna, senza intravedere terre sulle quali approdare. Si ascoltano teorie ed eventualità che non conducono a nessuna soluzione certa.
Eppure una delle cose migliori che ho imparato da mio figlio è la capacità di intravedere un nuovo senso di possibilità dietro ogni limite. E’ una conquista che appartiene al tempo, trovata e ritrovata nel procedere dei percorsi quotidiani, maturata nella convinzione che l’unica destinazione perseguibile appartiene al futuro. Perché il futuro è possibilità per definizione.
In queste aspettative avveniristiche si configura la necessità di trovare la salvezza in una cura che non è rimedio farmacologico, ma guarigione sociale ed istituzionale.
In tal senso mi viene da ragionare sull’autismo in termini ontologici, in quanto categoria dell’essere che trova risposta e soluzione alla propria particolarità esistenziale ed ai diversi intenti comunicativi e socialmente partecipativi in un auspicabile pluralismo dialogico; ciò rievoca, in termini etici, la teoria dell’agire comunicativo sostenuta dal sociologo Habermas, secondo cui la comunicazione è elemento indispensabile all’organizzazione sociale, al fine di favorire una volontà collettiva che induca al senso di partecipazione comune volta al reciproco intendersi; comunicazione intesa come elemento verbale o extraverbale, che si estende alle modalità percettive soggettive di ogni singolo individuo, ed al proprio personale modo di interagire con la realtà circostante.
Una cura sociale, quindi, che produce i propri effetti attraverso la naturale condivisione delle diversità, senza avere la pretesa di divenire dimensione oggettiva, ma trovando un equilibrio collettivo nel reciproco accoglimento delle altrui differenze; ponendo sempre il singolo, in quanto unità particolare del tutto, al centro della propria realtà funzionale.
Un simile scenario  è auspicabile solo favorendo una rieducazione delle coscienze al senso di diversità ed agli intenti comunicativi, senza mai privilegiare specifiche strategie di dialogo e di interazione che, in contigenze di uniformità, corrono il rischio di essere riconosciute come modelli sociali prevaricanti, la cui assenza irrimediabilmente separa ed isola dalla collettività.
Ne consegue che i percorsi terapeutici dell’autismo non possono mai essere diretti esclusivamente al singolo, ma devono necessariamente coinvolgere l’intera struttura sociale.
In ciò si configura l’attività svolta attorno al Progetto “PASS” (Progetto di adozione scolastica e sociale) sostenuto e coordinato dalla ASL Napoli 1 in collaborazione con i genitori del Gruppo “Napoli per l’Autismo”. Un percorso di condivisione e di formazione collettiva intrapreso attraverso funzionali attività di inclusione, interscambio e confronto alle quali sono chiamate a partecipare in egual misura famiglie, Istituzioni e società.
Una concertazione fattiva in grado di favorire lo sviluppo di una nuova Consapevolezza che, in termini ontologici,  conduce ad una fondamentale intuizione:
La disabilità  è una delle possibili infinite espressioni dell’esistenza e non una realtà che va considerata separata dal contesto universale di cui è elemento naturale; in quanto tale rappresenta una differenza che non produce limiti ma solo opportunità. I limiti, laddove esistono, non appartengono al disabile, ma sono frutto esclusivo di una società malata.
Questa Consapevolezza evidenzia in maniera ancora più marcata la necessità di favorire lo sviluppo di qualità dialogiche e comunicative migliori che diventino veicolo di una nuova identità culturale in grado di mutare l’attuale struttura sociale basata su principi di conformità discriminanti in una Società progressista costituita da diversità partecipative ed edificanti.

Gianluca Patti

 

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Una normale diversità

Spesso il dolore ci obbliga a confondere il senso delle avversità con gli effetti che esse producono sulla nostra esistenza.
Al di là delle molteplici difficoltà che determina, mi domando spesso cosa sia l’autismo e cosa rappresenti nella vita di chi lo vive e ne subisce le conseguenze.
Non saprei darne una precisa definizione e non credo sia possibile formularne una, poichè l’autismo può essere davvero un’infinità di cose.
Ma di certo so bene cosa non è. Non è  elemento separato dal mondo, e più specificatamente dal sociale.
Nella dimensione strettamente individuale rappresenta una realtà complicata e delicata del nostro vissuto che quasi mai amiamo raccontare sommessamente, ma che d’improvviso sa esplodere con fragore, gridata al mondo con rabbia e risolutezza nell’opera instancabile delle nostre rivendicazioni.
La verità, però, è che l’autismo non va mai rinnegato, piuttosto va celebrato in quanto parte delle innumerevoli espressioni della vita.
Si è  sempre ritenuto che il concetto di disabilità possa svanire solo nell’istante in cui muore l’idea stessa di diversità, o meglio di non accettazione delle diversità. Nulla di più  sbagliato. Ciò che deve essere rinnegata è, al contrario, l’illusione che possa  esistere un modello di normalità che separa e divide dalla propria totalità tutto ciò che si discosta dai  parametri di uniformità che esso stesso arbitrariamente stabilisce ed impone.
E’ fondamentale riacquistare la consapevolezza che se proprio deve ritenersi credibile ed accettabile una condizione universale di normalità, questa è costituita, invero, dalla coesistenza e dalla condivisione delle molte diversità possibili. Solo in tal senso l’idea di disabilità smette di esistere, scompare, semplicemente non è più, poichè privata di ogni possibilità di confronto disgiunto che la rende realtà distorta e diversificata.
Quindi, piuttosto che adoperarci affinché la diversità venga accettata ed inclusa in modelli sociali precostituiti, cerchiamo di educare il mondo alla non uniformità, come condizione naturale nel processo di evoluzione della vita.

Gianluca Patti

 

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I giorni di Arpocrate

Quanto può essere lungo un giorno? Ne misuriamo l’avanzare con il metro del tempo senza accorgerci che il respiro di ogni singolo attimo che attraversa la ciclicità del nostro esistere nasconde in se l’alternanza di ritmi incerti e impercettibili che scandiscono e mutano il passo della vita.
Vivendo accanto ad una persona con autismo si impara presto a considerare il peso dell’attesa che divide il giorno dalla notte e la notte dal giorno percorrendo diverse dimensioni sensoriali, intense, complesse, colorate di ombra e di mistero;  spesso anche di dolore.
Il silenzio è parte essenziale di questo universo percettivo, ne scandisce inesorabilmente il procedere con passo trasparente ed irregolare, modificando il senso di ogni cercare.
Un bambino che non possiede capacità verbali, che è privo del linguaggio vocale è perfettamente in grado di sviluppare qualità comunicative molto più profonde e complete ed di condividerle pienamente con chiunque sia disposto a viaggiare assieme a lui sulle stesse frequenze silenziose.
Il silenzio è eternità per definizione, è spazio siderale nella dimensione comunicativa che separa ed unisce le esistenze.  E’ l’altrove dove prosegue il senso di ogni parola che termina sull’ultimo respiro della voce. E’ la possibilità istintiva di ascoltare la realtà prima di qualsiasi altra abilità percettiva.
Ciò perchè la vita è perfetto equilibrio e inviolabile evoluzione. Se sottrae, necessariamente dona.
Con il sorriso e gli sguardi muti di mio figlio proseguono i miei giorni senza tempo, con la consapevolezza che la vita restituisce valore solo al vivere presente, oltre il quale esiste solo un nulla consumato o mai avverato.
Sono piccoli attimi, leggeri, inafferrabili, in cui per un istante posso osservare il centro di me stesso attraverso i suoi sguardi brevi.
Il suo silenzio è per me nettare di vita, equilibrio ed opportunità. Purezza e perfezione.
Semplicemente amore.

G.Patti

 

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Onde

Era un mare fermo la mia vita.
Vastità di orizzonti identici e di concentrici silenzi
Tu hai portato onde e vento in queste acque immote
Ora grazie a te sono divenire
Instancabile fluire oltre l’infinito..

(a mio figlio)
G.Patti

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La meravigliosa perfezione delle “diversità”

Può davvero esistere una assurda corrispondenza tra violenza e diversità? Il senso di distruzione che consuma uomini e masse fino all’inverosimile tragedia, dove anche l’ultima scintilla di coscienza ed umanità si spegne inesorabilmente può davvero essere il frutto di identità alterate che si muovono impazzite verso una folle idea di uniformità, contraria a qualsiasi legge universale?
Veniamo al mondo come naturale evoluzione di un tutto che è diversità, che trova pieno equilibrio e perfezione espressiva nella diversificazione del creato. Ne siamo parte indissolubile, è per noi energia vitale senza la quale non potremmo essere.
Siamo colori, forme, suoni, emozioni pulsanti. Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo l’universo ci racconta il mistero del nostro esistere nella bellezza della difforme molteplicità.
In egual modo il miracolo della diversità si configura nel nostro vivere interiore modellando percezioni, idee, sensazioni che definiscono i contorni della nostra individualità come unità inseparabile, stretta nell’abbraccio universale della vita.
Basta osservare l’esistenza che ci circonda per comprendere che l’idea di uniformità è solo un miraggio di follia nel deserto della mente. Il respiro della vita si muove su frequenze sottili ed irripetibili, in una ciclica danza i cui passi mutano in eterno.
Religioni, culture, etnie, ideologie, etica e valori, status sociale, orientamento sessuale, caratteristiche corporee, temperamento e carattere, abilità e limiti si alternano e si fondono come colori sulla tela del mondo,  dando volto all’umanità di cui siamo materia e spirito pulsante.
Non è credibile che questa sete di  morte e devastazione sia realmente frutto di un’attività discriminatoria verso differenti modi di essere, di sentire, celebrare e contemplare la vita.
Sarebbe un impossibile paradosso esistenziale che porterebbe alla inevitabile negazione del sè.
Ci si rende allora conto che il termine “diverso” è  privo di qualsiasi significato perché muore nell’istante in cui nasce l’idea stessa di vita.  L”altro” è  in realtà una delle infinite parti di noi stessi.
Qual’è allora il senso di quest’odio che da sempre muove il passo dell’uomo verso sentieri di morte, violenza e devastazione? E’ solo’ il rifiuto del proprio esistere che cerca perdute identità e sintetico potere attraverso la prevaricazione e la sopraffazione dell’altrui esistenza.
Una consapevolezza, questa, che ci permette di comprendere come ogni espressione di razzismo ed intolleranza sia in realtà una sottile forma di autodistruzione, una negazione di se stessi alimentata da un desiderio di annullamento personale.
Chi ama davvero se stesso ama la vita tutta, non genera odio. E’ chimica dello spirito. E’ legge universale.
Nella consapevolezza di noi stessi l’ego scompare e in un istante diveniamo lo specchio del mondo nutrendoci contestualmente dell’altrui riflesso, fino a fonderci e scomparire in esso.
E’ l’istante, questo,  in cui diveniamo arcobaleno oltre l’orizzonte della vita.
E l’istante in cui facciamo di noi stessi frammento perfetto nell’eterno mutare dell’equilibrio universale.

G.Patti

 

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Il valore del linguaggio

Le parole sono responsabilità. Hanno il potere di modellare la nostra percezione del mondo.
Una semplice parola può agire sulla nostra coscienza, condizionare la mente e le nostre scelte, attribuire un’identità specifica ed un valore decisivo ad un oggetto, una persona o addirittura ad un’ideologia. Una sola parola può rappresentare l’epilogo di una o di molte vite, può scrivere il destino degli eventi.
Eppure nonostante ciò concediamo a questo potere semantico una pericolosa veste di superficialità. Utilizziamo ogni sorta di parole senza avere consapevolezza del reale significato che esse custodiscono, senza valutarne gli effetti sulla dimensione emotiva e sociale.
Senza preoccuparci affatto delle possibili devastanti conseguenze.
L’etica del linguaggio presuppone sempre conoscenza. Conoscenza profonda e consapevole.
Il resto è solo anarchia idiomatica, caos inespressivo.
Ma qual’è il senso del comunicare oltre la perfezione del silenzio?
E’ esigenza di divenire, esigenza di appartenere. Una scelta ineluttabile di mutare in esseri sociali per sentirsi parte di un tutto artefatto ed ingannevole.
E’ forse l’idea di civiltà che inseguiamo attraverso questa folle corsa verso l’accettazione del sè per mano dell’altrui consenso? O più verosimilmente è il primitivo bisogno di cercare la propria identità esistenziale in una rassicurante dimensione di moltitudine fatta di illusoria verità?
Le parole servono a ben poco nell’arte del comunicare. La vita ce lo insegna di continuo, in mille modi.
Grazie a mio figlio ne ho avuto esperienza diretta, ho compreso il valore profondo del “non dire”.
Mai una sola parola ha attraversato la condivisione del nostro esistere, eppure i pensieri del reciproco sentire ci appartengono più di qualsiasi verità.
Non credo esistano parole in grado di raccontare la profondità di un sorriso, di uno sguardo, di un abbraccio. E non c’è dolore alcuno che possa essere dipinto con i colori del linguaggio.
E’ una consapevolezza, questa, che appartiene solo al silenzio.
Oltre gli schemi sociali di cui oramai siamo prigionieri contenti e soddisfatti, entro i cui confini custodiamo gelosamente migliaia di verità apprese ma mai comprese, sempre più lontani da noi stessi, ma sempre più parte di un tutto che tutto non è mai stato, affidiamo la trascendenza percettiva del nostro appartenerci universale al senso  condizionato del linguaggio.
E’ fondamentale ripartire dal silenzio. E in primo luogo da noi stessi.
E’l’incipit di un cammino che è già esodo ancor prima di muovere un passo. Un lento ritrovarsi, conoscersi e riconoscersi in un immoto procedere. E’ come guardare se stessi in una superficie d’acqua e nelle stesse acque nuotare in profondità alla ricerca dell’altro.
Si comprende, così, che solo attraversando se stessi è davvero possibile raggiungere il senso dell’altrui esistenza.
Impariamo con gioia ad amare, ascoltare e comprendere il silenzio dei nostri bambini autistici.
Mutiamolo in opportunità.
Facciamone strumento infinito d’amore…

G.Patti

 

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Autonomia

“La libertà vera non è fare quello che ci pare, ma vivere come creature libere dalla paura.”
(Susanna Tamaro)
Una singolare corrispondenza accomuna il senso di due parole che, pur coesistendo su piani diametralmente opposti in termini di effetti e di intenti, quasi ad annullarsi l’una con l’altra, conservano incredibilmente la stessa origine semantica.
“Autismo”: disordine neurologico che compromette le capacità di comunicazione ed interazione sociale;
“Autonomia”: strumento indispensabile di indipendenza oltre i limiti della disabilità.
Entrambe trovano origine dal greco αὐτός , “stesso”.
La prima per evidenziare una forma di chiusura atipica nei confronti del mondo esterno; la seconda intesa come la facoltà e la piena capacità di governare se stessi.
In entrambe “l’altro” apparentemente scompare. Resta soltanto l’individuo come entità unica ed indissolubile.
L’autismo è un percorso verso il sé privo di scelte consapevoli e di possibilità che conducono all’altro. Quando manca l’opportunità di scegliere in merito alla propria vita, si diventa inevitabilmente prigionieri del proprio universo esistenziale. In tal caso l’individualità intesa come diritto alla manifestazione della propria natura trova ostacolo nell’incapacità di muoversi in maniera libera e funzionale all’interno di qualsiasi contesto sociale.
In questa realtà limitante risulta necessaria la capacità di essere autonomi, di governare se stessi in funzione del mondo esterno.
Modificare la società in realtà che si adatti e si trasformi in considerazione dell'”altro”, sia in termini culturali che istituzionali, rende realizzabile questa possibilità. Consente al diversamente abile di tornare ad essere individuo libero ed indipendente.
Ecco perché i percorsi di autonomia devono viaggiare sempre su una strada a doppio senso. Una persona con autismo va istruita in merito alle leggi del vivere comune, ma il suo cammino deve incontrare comunque percorsi ampiamente favorevoli.
Un abbraccio in cui l’altro scompare non più perché entità dissociata dal sé, ma perché ne diviene parte indissolubile; ed in cui l’individuo incontra l’altro senza mai perdere sé stesso.
Solo così la paura lascia la strada alla consapevolezza e la diversità muta in alterità.
Solo così è davvero possibile diventare individui liberi.
I percorsi di autonomia, soprattutto nell’autismo, sono ormai considerati l’unica strada possibile per consentire di cambiare la disabilità in libertà, che è sempre e comunque libertà comune, libertà sociale, libertà di tutti.
Libertà di vivere. Libertà di crescere. Libertà di essere. Senza più paura.

G.Patti

 

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Una fragile armonia

Siamo  storie, racconti, percorsi di vita. Parole incerte che ruotano veloci attorno allo stesso centro. Siamo pura narrazione.
Un nucleo umano di coesione, circondato da emozioni che nascono e si modificano nell’avanzare degli eventi.
L’autismo ci unisce e contestualmente ci separa, trasportati dal vento della diversità.
E’ difficile ritrovarsi, riconoscersi tra gli infiniti volti della disabilità, eppure siamo parte indissolubile della stessa materia di dolore di speranza.
Per ognuno di noi l’inizio del viaggio corrisponde ad un percorso di similitudine, di ricerca parallela, di confronto. L’altrui autismo diviene lo specchio della diversità che ci appartiene.
Una dimensione priva di identità alcuna, in cui si cerca la consapevolezza del proprio destino ed il senso profondo del proprio smarrimento. Così nel passato di coloro che hanno percorso più strada di noi è possibile riconoscere parte del nostro futuro, mentre l’altrui destino assume spesso le vesti del nostro presente.
Eppure questo gioco di riflessi non concede risposte, né profetiche soluzioni.
Offre, tuttavia, possibilità determinanti.
Ad un tratto il percorso può spostarsi su un diverso piano dimensionale. Non è più il volto della disabilità ad essere oggetto di questa sofferta ricerca di similitudine, ma noi stessi ne diventiamo il centro. Attraverso lo specchio della vita prossima è possibile comprendere limiti ed opportunità che mai avremmo considerato.
E’ un lento riscoprirsi. È rinascita totale.
L’autismo, dimensione di solitudine e di silenzio, diviene inaspettatamente mezzo di incontro e di unione.  Una metamorfosi che supera il contradditorio di qualsiasi paradosso ed  assume il volto surreale del miracolo umano.
Storie diverse si fondono e si confondono in un procedere comune che nonostante tutto resta percorso individuale. L’evoluzione del singolo passa sempre attraverso sentieri condivisi e viceversa. E’ crescita comune e comune consapevolezza.
Un insieme, sintesi di un equilibrio ciclico, ove il gruppo diviene terreno fertile di crescita personale e le esperienze individuali mezzo di evoluzione culturale di gruppo.
Una fragile armonia che ha la forza di modificare le coscienze attraverso testimonianze concrete di inclusione ed autonomia delle diverse abilità all’interno di sterili contesti collettivi edificati sulla base di schemi generalizzati ed uniformati.
E’ questo l’attimo in cui la cultura della normalità muta in cultura dell’alterità.
In un unico istante l’autismo è i nostri figli; l’autismo siamo noi; l’autismo è il mondo intero.

G.Patti

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Respons…abilità

«La vita è un viaggio, non una destinazione»  ha scritto Emerson.
Questo incessante vagare, senza l’evidenza di una meta alcuna mi ha permesso di avvicinarmi in maniera più consapevole all’esistenza, di osservare la vita in profondità, di ricercarne l’essenza.
Un lento procedere che nutre il senso di ogni cercare, che anela risposte e certezze e  promette verità che brillano solo di illusione.
In fondo non ho mai desiderato ottenere risposte, né verità assolute poiché in esse intravedo limiti e barriere. Qualsiasi traguardo rappresenta la fine di un viaggio, ed io desidero  proseguire senza sosta, osservare, conoscere, comprendere. Vivere il mistero piuttosto che svelarlo per me è crescita costante ed incessante.
Quando è arrivato Renato con il suo autismo mi sono trovato di fronte all’ennesimo punto interrogativo, ma questa volta capovolto. Un’immagine che ha stravolto completamente il senso del mio cercare.
Mi  sono accorto di viaggiare muovendomi veloce, ma  verso un’unica direzione.
In quel momento le risposte hanno iniziato ad assumere fondamentale importanza e si sono aperte infinite direzioni oltre l’ombra incerta del mio procedere. Un istante in cui il cercare resta mezzo di evoluzione ma al contempo diviene responsabilità risolutiva. Un “impegno” che evoca spesso paura se non se ne comprende appieno il significato.
Amo le parole, raggiungerne il cuore per riscoprirne il senso reale, senza limitarne il significato al mero aspetto teorico,  ma considerandone il fine in applicazione al  vivere concreto.
La responsabilità viene spesso confusa con la necessità inevitabile di affrontare le conseguenze derivanti da scelte consapevoli, quasi fosse una pena da scontare in espiazione dei propri errori. Eppure in termini semasiologici è possibile riscoprirne il senso esclusivamente edificante.
Dalla fusione latina “respons abilites” il termine va correttamente inteso come l’abilità di saper rispondere agli eventi della vita.
Una conquista semantica, quasi evocativa di un indefinito e sovvertito astrattismo esistenziale, che oramai  accompagna inevitabilmente le stagioni brevi ed a volte interminabili del mio vissuto.
L’autismo era l’ennesima domanda che la vita mi poneva. Ho inizialmente risposto con paura, sacrificio e smarrimento ed ho raccolto solo sabbia e vento. Ho iniziato così a farmi trasportare dalle onde dell’accadere diventando lentamente acqua, fino a fondermi con l’oceano. Ho scelto di colorare d’autismo la mia vita con le sfumature silenziose che solo mio figlio è in grado di percepire e che giorno dopo giorno i miei occhi riescono pian piano ad intravedere. Un caleidoscopio impossibile fatto di immagini indefinite che si perdono tra asimmetriche visioni concentriche.
Eppure in questo caos cromatico e silenzioso tutto sembra avere più senso.
Responsabilità è forse imparare ad amare l’autismo così quanto  si ama il proprio figlio perchè ne è e parte indissolubile. E’ la sottile abilità di modellare la propria vita sulla scia degli eventi senza lasciarsi tuttavia travolgere. Accettare l’autismo non significa subirne passivamente gli effetti, ma abbracciarne l’essenza con la serenità di poterne modificare la direzione, senza la pretesa di raggiungere necessariamente una meta.
Un leggero equilibrio di intenti che trova piena stabilità nella consapevolezza del presente, vissuto con piena e totale fiducia nell’esistenza.
Amare l’autismo di mio figlio è per me l’unica scelta possibile che possa aiutarmi a far germogliare i semi della diversità nel complicato ed arido labirinto sociale.
L’amore, come sempre, è la chiave di ogni cosa…
E’ questa l’unica risposa certa che la vita ha saputo restituirmi.
«Le corde del tuo cuore dovrebbero essere un po’ più tese, in modo che in te possa scaturire l’amore; e le corde della tua mente dovrebbero essere un po’ più allentate, in modo che in te possa scaturire un’intelligenza vigile e non la pazzia. Se queste corde dei tuo essere fossero entrambe equilibrate, in te potrebbe nascere la musica della vita.» (Osho)

G.Patti

 

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Percorsi immateriali

“Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo di un pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo.” (T. Terzani)

In un articolo della “Bustina di Minerva” rubrica curata da Umberto Eco sul settimanale “L’Espresso”dal 1985 al 2016, raccolta poi in un’antologia, lo scrittore elenca una serie di suggerimenti su come esprimersi correttamente in italiano. Tra le 40 regole menzionate la undicesima invita ad evitare l’uso di citazioni utilizzando, paradossalmente, a titolo di esempio una nota frase di Ralph Waldo Emerson:
“Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
Confesso che, sul piano culturale, non mi sento di condividere pienamente questa scelta letteraria, in quanto il bagaglio formativo di un individuo è costituito solo in parte da esperienze dirette di vita concreta; nel lungo percorso di accrescimento personale intervengono incessantemente elementi concettuali di studiosi ed autori antichi e contemporanei, che contribuiscono inevitabilmente a modellare la propria dimensione ideologica ed intellettiva. L’utilizzo di una citazione come premessa, parte o epilogo di un componimento testuale non costituisce, a mio avviso, fattore impersonale, pleonastico o pletorico, ma conferisce  valore rafforzativo ed esemplificativo ad una riflessione soggettiva.
Da ciò la scelta di avvalermi spesso di citazioni all’interno dei miei articoli come sintesi esplicativa di un pensiero condiviso.
Una di queste appartiene al filosofo Rabindranath Tagore:
“La libertà che significa unicamente indipendenza è priva di qualsiasi significato. La perfetta libertà consiste nell’armonia che noi realizziamo non per mezzo di quanto conosciamo, ma di ciò che siamo.”
Ancora una volta, parlando di autismo, ripropongo il tema della libertà e dell’autenticità esistenziale, questa volta indirizzando gli stessi concetti verso un piano spirituale e teologico.
Recentemente mi è capitato di leggere su di un journal on line un articolo della Dott.ssa Luisa Di Biagio, etologa e psicologa, nel quale, in maniera molto analitica e con con grande obiettività e neutralità, viene illustrato il connubio autismo/religione.
In relazione all’argomento ho immaginato quali potessero essere i diversi punti di vista e le scelte dei genitori, alimentati ovviamente dalla propria dimensione spirituale in sofferta condivisione con l’esperienza dell’autismo.
Per alcuni la religione è elemento indispensabile di formazione dell’individuo e nei casi più estremi ne viene coinvolto anche il percorso terapeutico del proprio figlio.
Per altri, pur se ritenuta importante, rientra tra le materie particolarmente sensibili e personali di cui non si ama discorrere in maniera naturale, soprattutto se allineate ad un tema delicato come la disabilità.
Per altri ancora non è materia condivisibile, o più semplicemente, non se ne rileva una significativa attinenza con l’autismo.
E’ innegabile, però, che la sfera teologica, inevitabilmente, per istinto personale o per indottrinamento voluto, converge prima o poi nell’’universo sociale e di crescita evolutiva di qualsiasi individuo, anche delle persone autistiche.
Ricordo un vecchio articolo di cronaca letto tempo fa che aveva come protagonista un bimbo con autismo al quale, durante la prima comunione, era stata negata la consumazione dell’ostia consacrata, in quanto il Parroco affermava che lo stesso non riuscisse a comprendere consapevolmente il significato del sacramento.
Non conosco la storia nei dettagli e mi astengo dal giudicarne i contorni; non so se per il bambino con autismo fosse davvero fondamentale ricevere o meno l’ostia, ma immagino lo fosse per i genitori, sia per motivi religiosi, che di uniformità sociale.  Non mi sento nemmeno di entrare nel merito della scelta del sacerdote.
Piuttosto leggendo l’articolo mi sono interrogato sulla struttura della dimensione spirituale delle persone con autismo, in particolare ragazzi e adulti, poiché i bambini, durante la prima infanzia sono, fortunatamente,  troppo impegnati a vivere ed a “celebrare divinamente” il presente secondo la legge naturale del “hic et nunc”, piuttosto che perdersi in complicati enigmi esistenziali.
Quali sono gli effetti di un indottrinamento su una persona con autismo? E quando ciò non avviene quale direzione prende la naturale spinta della propria evoluzione spirituale? Se poi si sceglie di coinvolgere un autistico in un preciso percorso religioso quali strategie è opportuno adottare?
E’ difficile stabilirlo con certezza.
Di certo, essendo la materia teologica in ogni sua forma espressiva ricca di metafore e simbolismi, difficilmente risulterebbe correttamente assimilabile da una persona con autismo, alla quale, in genere, manca la capacità di immaginazione ed astrazione concettuale. Tenderebbe ad interpretare alla lettera qualsiasi argomento proposto, con risultati inquietanti, come anche evidenziato dalla Dott.ssa Di Biagio.
Personalmente considero questa differenza percettiva un valore aggiunto e non un limite, in quanto favorisce una maggiore genuinità spirituale attraverso un contatto spontaneo e sincero con la vita. Una spiritualità, quindi, fondamentalmente libera da concetti e ideologie, ma incentrata esclusivamente sul valore istintivo e consapevole dell’esistenza.  Come ha scritto, appunto, Tagore: “Una perfetta libertà”
Tra le varie scelte religiose possibili rientra, naturalmente, anche quella di costruire un profondo rapporto assolutamente individuale con la spiritualità, muovendosi in una dimensione di universalità e di totalità non riconducibile necessariamente ad alcuna dottrina specifica, attraverso un percorso di percezione soggettiva, spesso valorizzato, ove possibile, da un approfondimento storico-culturale delle principali religioni del mondo, per riscoprirne struttura, genuinità, limiti, distorsioni, potenzialità ed eccedenze, al solo scopo di conoscenza ed oggettiva valutazione.
Si preferisce, in tal caso, individuare la matrice dell’essenza divina nella totale manifestazione esistenziale attraverso la contemplazione di ogni forma di vita possibile, anzichè in una ipotetica e distinta figura divinatoria.
Ci sono persone che si sentono spiritualmente appagate semplicemente osservando il cielo o restando distese su di un prato a contemplare il mondo, piuttosto che chiudersi in un tempio dedicato alla preghiera o rivolgersi ad un’identità astratta. Una scelta non riconducibile assolutamente ad una visione edonistica, ma finalizzata solo al raggiungimento di un personale equilibrio esistenziale.
Non a caso ha scritto  Gibran nel “Il Profeta”:
“Se volete conoscere Dio, non siate solutori di enigmi.
Guardatevi intorno, piuttosto, e lo vedrete giocare con i vostri bambini.
E guardate nello spazio; lo vedrete camminare tra le nubi, stendere le Sue braccia nei fulmini e scendere nella pioggia.
Lo vedrete sorridere nei fiori, poi levarsi e agitare le Sue mani sulla chioma degli alberi.”
Sono convinto che le persone con autismo avendo strategie percettive più complesse e sotto determinati aspetti più complete di quelle neurotipiche, vivano una spiritualità più genuina riuscendo ad entrare maggiormente in profondità nel senso concreto delle cose. Nulla toglie che, poi, questa attitudine possa essere adeguatamente completata e rafforzata attraverso una specifica formazione teologica, secondo gli schemi e le tradizioni della famiglia di appartenenza, garantendo comunque sempre un rispettosa possibilità di libera scelta individuale.
Ma fino a che punto è possibile ed opportuno, in termini di valorizzante crescita umana, indirizzare la particolare natura percettiva di una persona con autismo verso una precisa scelta religiosa o coinvolgerla in un determinato percorso teologico e spirituale, pur utilizzando diverse strategie comunicative?
Davvero non saprei.
Citando il Manzoni, a molti verrebbe da dire:”ai posteri l’ardua sentenza”…
Ma preferisco concludere con una meno nota affermazione di Osho Rajneesh in merito ai “percorsi immateriali” che conducono ad una solida Consapevolezza spirituale.
Quando gli fu chiesto a quale religione appartenesse, rispose:
“Sono una piccola parte di ogni religione e una grande parte di nessuna religione”
(Osho Rajneesh)

G.Patti

 

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