αὐτός di Gianluca Patti - αὐτός

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Identità e alterità

αὐτός
Pubblicato da Gianluca Patti in αὐτός · 10 Maggio 2020
"L’abitare viene prima del costruire”.

Con queste parole Massimo Recalcati evoca il senso della filosofia dell'esistenza di Martin Heidegger, relativa al trinomio abitare-costruire-pensare (Saggi e Discorsi, 1976) in applicazione alle dinamiche umanistiche. Ebbene, a mio avviso il senso ontologico di questo tessuto teoretico andrebbe esteso anche al rapporto con la propria interiorità. Imparare ad abitare sé stessi rappresenta un traguardo fondamentale per riuscire a costruire buone strutture esistenziali  sul suolo della vita.
Ma è fondamentale capire che l'istanza idealistica dell’abitarsi non è imparare a realizzare opere indistruttibili di consapevolezza, ma avere la capacità di edificare nuove fondamenta dopo ogni inevitabile crollo, conseguenza del costante mutare e divenire delle cose.
Ciò richiede cura, ma soprattutto ascolto, dunque alterità.
Per questo si scrive. Per questo ci si racconta. Per un forte bisogno di condivisione.
Ma cosa vuol dire realmente "condividere"? In "Ritratti del desiderio" Recalcati afferma:
"La parola si soddisfa nell’ascolto dell’Altro.
La mia parola è riconosciuta solo quando viene ascoltata.”
Questa riflessione è profondamente vera, ma lo è soprattutto, in considerazione di un significato introspettivo che va accolto con piena consapevolezza. La semantica del pensiero procede quasi sempre verso una alterità individuale. L'altro al quale indirizziamo la progressiva genesi di un pensiero corrisponde, innanzitutto, a una dimensione identitaria. Nonostante l'alterità trovi definizione nel "non-io", elemento teoreticamente opposto all'identità, paradossalmente colui che scrive o si racconta è contestualmente anche colui che ascolta. Ed invero, il senso della meditazione è cercare la parte di noi a noi sconosciuta, rinnegata o dimenticata e mostrarci ad essa ideologicamente nudi. Diventare in sostanza testimoni dei propri vissuti, delle proprie dinamiche esistenziali.
Si scrive, dunque, soprattutto per e verso sé stessi.
Il miracolo più grande avviene, però, quando l'ascoltatore, è altro da noi. Quando le radici delle emozioni che mutiamo in parole vengono raggiunte e centrate da una mente e da un'anima esterna alla nostra dimensione interiore.
"Le persone capitano per caso nella nostra vita, ma non a caso." recita una poesia di Alda Merini.
Per questo motivo sono rare, ma significative le volte in cui è possibile riuscire ad affidare i pensieri raccolti a esperienze di conoscenza e a misure di sensibilità nelle quali la propria parola può essere pienamente riconosciuta.
Questo, a mio avviso è il senso reale della condivisione; darsi l'opportunità di guardare sé stessi con occhi altri, guidati da dinamiche esperienziali differenti, ma capaci, nel contempo, di osservare con con spirito critico autentico, offrendo una possibilità fondamentale di conferma o di rivalutazione della propria prospettiva. Una costante ricerca di autenticità che non dovremmo mai abbandonare.
Ha scritto  Amartya Sen: "La principale speranza di armonia nel nostro tormentato mondo risiede nella pluralità delle nostre identità, che si intrecciano l'una con l'altra e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili a cui non si può opporre resistenza" .
Identità e alterità sono parte indissolubile di una legge universale che trova realizzazione nell'armonia degli opposti. Tiziano Terzani evocherebbe, nel merito, il simbolo orientale del Tao. Una goccia di bianco e una goccia di nero che si abbracciano. Al centro del nero c'è un punto di bianco. E al centro del bianco c'è un punto di nero. Ed invero, è sempre attraversando l'opposto di ciò che desideriamo che è possibile raggiungere l'oggetto della propria ricerca.
Così come abbracciando la paura ed il dolore è possibile ritrovare l"equilibrio armonico delle cose, similmente nella consapevolezza dell'alterità è possibile ritrovare sé stessi e il senso perduto della propria vita.

Gianluca Patti



"Di tutto restano tre cose:
la certezza che stiamo sempre iniziando,
la certezza che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione, un nuovo cammino,
della caduta un passo di danza,
della paura una scala,
del sogno un ponte,
del bisogno un incontro"
(Fernando Sabino)



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
Grafica e web design:
Gianluca Patti
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