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Il miracolo del precipizio

αὐτός
Pubblicato da Gianluca Patti in αὐτός · 26 Aprile 2020
Quando un improvviso cambiamento ci travolge con tale profondità e latitudine da oltrepassare gli argini di qualsiasi certezza edificata attorno ai nostri spazi interni ed esterni, inevitabilmente si configura un progressivo processo di decelerazione esistenziale che coinvolge sia la più intima dimensione introspettiva, sia gli aspetti relazionali del tessuto sociale.
Abituati a correre a duecento chilometri orari sull’autostrada della vita, verso orizzonti sempre uguali, nel dramma della pandemia ci siamo trovati, d'improvviso, costretti a rallentare, quasi a fermarci del tutto in un tempo muto e incerto, ed a posare con meraviglia e timore sguardi laterali sul senso delle cose.
È un istante in cui ci si accorge che attorno al proprio procedere esistono sentieri e percorsi prima invisibili alla consueta e rassicurante prospettiva unidirezionale del nostro sentire. Ma è anche un momento nel quale la scelta di una nuova direzione rappresenta un fattore necessario per consentire l'inizio di un processo di rivalutazione dei propri vissuti e di profonda modulazione e sopravvivenza emotiva.
Possiamo scegliere di restare fermi, affidandoci ad una sterile attesa e ad altrui visioni del mondo, fino a cedere il passo ad emozioni come rabbia, paura e disperazione senza cercare di comprenderle ad elaborarle, ovvero imboccare nuove strade interiori verso un altrove che, in ogni caso, rappresenta un’opportunità di cambiamento e di nuova consapevolezza.
Nel modificare la nostra direzione, nell'iniziare a vedere le cose con i propri occhi, contestualmente cambia anche il rapporto tra gli assetti individuali e quelli collettivi; dunque ciò che maggiormente muta è la percezione di sé rispetto al tutto e del tutto rispetto a sé.
In "Lessico Civile" Recalcati evidenzia con chiarezza quanto la psicologia delle masse, ci renda mentalmente dipendenti, poiché capace di garantire una convinzione di sintetica salvezza dal senso di solitudine e di fragilità individuale; ma soprattutto perché in grado di restituire l'illusione di una profonda appartenenza identitaria, privandoci completamente della facoltà di giudizio individuale.
Recalcati ci ricorda, altresì, come i fenomeni di massa, rispetto al passato, abbiano attualmente subito un processo di "atomizzazione". Pur restando parte passiva di un pensiero collettivo, oggi consacrato al mito devastante del consumo, viviamo con la necessità di essere protagonisti di qualcosa, interpreti principali di una rappresentazione esistenziale, ognuno ermeticamente chiuso nei propri "involucri tecnologici".
Questo bisogno di dipendenza, di ricercata protezione abbraccia anche dimensioni più circoscritte della sfera personale, lasciandoci spesso bloccati nelle cosiddette "zone di comfort", fortilizi psicologici edificati attorno a specifici livelli esistenziali, nei quali ci illudiamo di aver conquistato un equilibrio che, pensiamo, possa impedirci di rimanere esposti al trauma della caduta. Ciò che difficilmente comprendiamo è che il precipitare, in verità,  rappresenta un salto tra le nuvole attraverso il quale è possibile riprendere il volo verso la vita.
La creazione di ruoli ben definiti all'interno di specifiche dimensioni sociali e relazionali corrisponde a ciò che Eric Berne, nella sua analisi transazionale, definiva "giochi della vita". Un procedimento che ci conduce a diventare incosapevolmente autori e spettatori di scenari esistenziali rigidi e schematizzati all'interno dei quali si strutturano, in maniera profondamente pirandelliana, le molteplici sfumature identitarie attraverso cui tendiamo ad identificarci con estrema convinzione. Una convizione che rende particolarmente difficile aprirsi con consapevolezza ed autenticità al cambiamento e alla modificazione degli schemi di vita ai quali ci sentiamo legati.
Eppure durante queste settimane di necessario distanziamento ed isolamento le dinamiche involutive dei processi relazionali e di massa sembrano gradualmente aver perso vigore grazie ad una nuova maturazione ed evoluzione di un pensiero critico soggettivo. Ciò non equivale ad un'opera di allontanamento sociale ma, al contrario, ad un percorso di ricostruzione individuale che ci consente di restituire una configurazione autentica al rapporto con gli altri e al senso della collettività; una connessione emotiva che non è più sterile appartenenza, ma condivisione consapevole di singole identità prospettiche, orientate al raggiungimento di un bene comune.
Ciò che percepisco in questo tempo difficile di morte e di rinascita è l'elevazione di un sentimento totemico identitario, indirizzato non più verso una cieca ed egocentrica accettazione di mores sociali e relazionali, ma verso la consapevolezza di una più complessa etica comune. Una condizione che rappresenta un elemento indispensabile alla realizzazione concreta di un progetto di salvezza e di reciproca protezione, nutrito da una maggiore libertà di essere che tende, nel contempo, ad alimentare un senso di appartenenza e di auspicabile evoluzione collettiva.
Prendersi cura di sé equivale, improvvisamente, a prendersi cura dell'altro e viceversa. Una conquista non indifferente sul piano dell'alterità.
L'isolamento coattivo, similmente ad uno specchio, ha costretto ognuno a guardarsi chiaramente in volto, restituendo la consapevolezza della responsabilità personale di ogni singola scelta e di ogni singolo passo della vita. Abbiamo compreso di essere parte indispensabile, ma anche profondamente libera e responsabile, di un equilibrio universale. Come ci ricorda ancora una volta Recalcati, la libertà è una condizione originaria della natura umana, in quanto "nessuno di noi può liberarsi della libertà". Anche scegliere di non scegliere o affidare ad altri la propria scelta è una forma di libertà.
Questo aspetto ci conduce inevitabilmente verso il concetto di responsabilità. In qualità di esseri liberi siamo sempre e comunque responsabili, soggetti all'ingovernabilità e all'imprevedibilità degli eventi, ma pienamente liberi di scegliere come affrontarli. Ed invero, ha scritto Kahlil Gibran: "il senso della vita non è sopravvivere alla tempesta, ma imparare  danzare sotto la pioggia".
Credo che un passaggio fondamentale affinché si realizzi una maggiore maturità sociale in un prossimo futuro post-pandemico consista nel sostituire il concetto di convivenza con quello di compartecipazione. La con-vivenza evoca necessariamente l'idea di sacrificio, inteso come rinuncia reciproca di una quota della propria autonomia (αὐτο- νόμος legge propria) in favore di un equilibrio e di un vivere comune. Diversamente la com-partecipazione non reclama la perdita di qualcosa, ma al contrario promette un  arricchimento della propria dimensione emotiva attraverso la condivisione di consapevolezze ed esperienze esistenziali. Dunque più che sforzarci di convivere con il cambiamento dovremmo imparare a partecipare al cambiamento.
E partecipare al cambiamento significa innanzitutto comprendere che non può esistere alcuna normalità alla quale fare ritorno. Una consapevolezza eraclitea che ci riconduce al senso innegabile del divenire e del mutare nel costante fluire del λόγος universale.
Nel merito particolarmente evocative appaiono le parole conclusive di un articolo del Blog e Rivista di Psicologia "L'Anima Fa Arte":

"Non è concepibile il ritorno alla normalità perché di fatto il problema è la normalità, il tentativo di essere diversi da ciò che si è. L’angoscia impone di guardare i propri limiti, accettarne l’umiliazione che ne deriva partendo da un’idea nuova di sé. Ora ci sono le norme d’igiene e la disastrosa situazione economica che ci obbligheranno a fare i conti con i limiti della nostra società. Se aspettiamo il vaccino non abbiamo capito il senso di quello che sta accadendo. Una cura per questo specifico virus arriverà ma c’è altro di cui curarsi su cui si deve portare l’attenzione. La malattia psichica è sempre un richiamo a qualcosa di nascosto e taciuto. Nell’adeguarsi al virus la società non sta solo resistendo ma comincerà a cambiare seguendo una direzione. Nel capire il senso della pandemia potremmo anche cogliere il cambiamento globale in corso."

Se l'equilibrio delle cose nasce dal disequilibrio transitorio del cambiamento ne deriva che una società stereotipata corrisponde a una società evolutvamente disfunzionale. Ed invero, ha scritto Jiddu Krishnamurti: "Non è segno di salute mentale essere ben adattati ad una società profondamente malata."
I sentieri imprevisti del divenire ai margini della vita rappresentano linee esistenziali e riverberi di conoscenza in grado di condurre verso sé stessi e parallelamente verso il senso più profondo dell'esistenza altrui.
Quando l'emergenza sarà finita è indispensabile che "la ripartenza sia audace" come afferma Recalcalti, ma eticamente meno veloce e più attenta alle sfumature ed ai particolari delle percorrenze emotive, affinché si possa davvero intravedere la sostanza di un divenire evolutivo personale ed universale.
Affinché si possa comprendere, con piena consapevolezza, il miracolo del precipizio.

Gianluca Patti

“Se non seguite qualcuno vi sentite molto soli. E allora siate soli! Perché avete paura di star soli? Perché siete a faccia a faccia con voi stessi così come siete e vi trovate vuoti, ottusi, stupidi, sgradevoli, colpevoli, ansiosi, un’entità secondaria, scadente, di seconda mano. Affrontate questa realtà: guardatela, non fuggitela. Nel momento in cui fuggite comincia la paura.” (Jiddhu Krishnamurti – “Liberta’ dal conosciuto”)



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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Gianluca Patti
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