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Il muto inganno dell'incoerenza sociale

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Pubblicato da Gianluca Patti in αὐτός · 9 Agosto 2019
Non molto tempo fa nel gruppo WhatsApp di Napoli per l’autismo, evidenziai quanto la natura contradditoria dell’esporre e del pensare rappresenti un’antinomia naturale del processo di evoluzione culturale ed esperienziale dell’individuo, il risultato inevitabile di un divenire, continuamente modulato dall’alternarsi dei livelli di conoscenza e di consapevolezza esistenziale, definibili sul piano della vita come segmenti di un complesso parallelismo tra la sostanza individuale dell’essere e la percezione di ciò che si muove al di fuori della nostra interiorità.
La contraddizione evoca un retrocedere che non è conseguenza di un percorso di involuzione, ma al contrario di rinnovazione, di profonda rielaborazione delle cose; è un tornare sui propri passi al fine di “ricodificare” e misurare il senso della realtà percepita, con rinnovate capacità di sintesi e di giudizio empirico, in relazione al proprio vissuto. È sostanzialmente l’opportunità di non cedere al rischio degenerante di una immutabilità ideologica.
Altra è la natura paradossale della non coerenza o incoerenza. Una discordanza che non invoca un’esigenza ad indietreggiare, a restituire una quota della strada percorsa, così da poterne arricchire gli orizzonti con nuove prospettive di conoscenza, ma rappresenta il frutto di una profonda dicotomia, una frattura etica che nulla ha da condividere con la conquista della Consapevolezza e della maturazione culturale dell’individuo.
L’incoerenza corrisponde ad un mero stato di disunione sul piano logico e morale, e quindi di disgregazione della dimensione individuale. Diversamente dalla contraddizione custodisce in sé una volontà di agire, di disgiungere. Ne deriva che la dialettica dell'incoerenza è sempre retorica di convenienza, è un inganno, una artificiosa rivalutazione del proprio pensiero, un disallineamento mutevole tra il dedurre e l'agire, al fine di ottenere un consenso etico su diversi livelli di coscienza, e dunque sempre al riparo da pregiudizi ideologici, generando l'illusione che ad ogni singola ragione individuale debba necessariamente corrispondere una perfetta ragione sociale. È, sul piano cronologico del pensiero, materia instabile e mutevole, priva di una propria identità e profondamente avida di consensi. Volendo utilizzare un’epanadiplosi la non coerenza nega una parte di sé al fine di affermare qualcosa di diverso da sè, che poi nuovamente nega.
In sintesi, un’agire camaleontico che è mera disonestà intellettuale.
E chiaro, dunque, che mentre la contraddizione rappresenta una rivelazione individuale, un retrocedere valorizzante che si muove su distanze lineari, conducendo verso livelli sempre maggiori di Consapevolezza, l’incoerenza è elemento separato dal sé, e non concede la costruzione di alcuna forma di evoluzione del pensiero.
Ciò premesso è utile soffermarsi sul senso della società in quanto risultato di una crescita antropologica basata sulla necessità e sull’istinto di aggregazione delle differenze in favore di un’identità unica e comune. E’ possibile affermare che un qualsiasi processo evolutivo, pur mutando, non dovrebbe mai separarsi dalle proprie origini essenziali per continuare a garantire l'affermazione di un’etica primordiale che in un certo qual senso simboleggia il valore oggettivo della vita. Ebbene, se la società rappresenta sostanzialmente un’attività di unificazione, pur maturando in sé elementi di contraddizione storica che nel tempo hanno favorito l'evolversi del progresso umano, non è accettabile che in qualsiasi modo, forma o periodo della propria mutazione cronologica possa rinunciare al senso primordiale dell’unione. Quando ciò accade il risultato è una "non cohaerentia", una saeparazione delle proprie origini essenziali. È questo il caso della negazione del naturale diritto di inclusione nei confronti di ogni identità che non risponda perfettamente alle regole superficiali del convenzionalismo fisico, comportamentale, percettivo, ideologico o spirituale imposto dai paradigmi sociali.
In particolare l'esclusione  o l'emarginazione di ciò che viene considerato anticonvenzionale sul piano della percezione e del comportamento, come ad esempio l’autismo, rappresenta, attraverso l'edificazione di barriere culturali e istituzionali, la forma più evidente di incoerenza sociale. Ed invero l'esistenza della società trova il proprio senso nell'idea di alleanza etica, di compartecipazione delle differenze al fine di perseguire un obiettivo comune. Dunque la fusione delle diversità individuali è elemento sostanziale della societas, mentre ciò che rimane su un piano di esclusiva conformità è la finalità comune del senso di aggregazione, individuabile nel consolidamento della crescita antropica e del progresso.
Questa origine si è profondamente persa o meglio capovolta nel corso dei secoli, nonostante l'evoluzione abbia trovato maturazione su diversi livelli di sviluppo antropologico. La società contemporanea tende a ricercare una identità unica nel conformismo degli individui, celebrando valori di apparenza più che di appartenenza,  mentre  l'obiettivo comune della "unio hominem" ispirato al raggiungimento di un auspicabile evoluzionismo culturale ha perso la propria integrità, moltiplicandosi in diverse forme di interesse ideologico, profondamente povero di contenuti etici. Una condizione penalizzante che genera disorientamento, senso di inadeguatezza e conflitto costante. Per questo oggi l'anticonformismo che resta fedele a sé stesso, e contestualmente all'obiettivo di crescita, progresso e benessere comune, rappresenta un'opportunità fondamentale di rivalutazione sociale.
Il senso dell'inclusione non dovrebbe mai corrispondere ad un tentativo di accoglimento delle differenze, poiché ciò che si tenta accogliere è già per diritto naturale parte sostanziale dell'istituzione sociale. L'inclusione è dunque cultura di appartenenza, non equivale ad una concessione del diritto alla partecipazione sociale, ma si consolida nel riconoscimento, nella consacrazione di un assoluto ed eguale diritto ad appartenere.
È pertanto fondamentale riuscire a riaffermare l'origine stessa della società ritrovando nell'unione, nella cura e nello sviluppo delle singolarità e delle differenze individuali l'unico equilibrio possibile in grado di condurre verso una costante evoluzione della dimensione umana ed una crescente valorizzazione dell'etica sociale, senza rinunciare, nel contempo, all'opportunità di rinnovamento della "contradictio facultatem".
In ciò, a mio avviso, è custodito il significato profondo dell'auspicabile meta evoluzionistica chiamata comunemente "progresso".

Gianluca Patti



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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Gianluca Patti
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