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Il senso fondamentale delle cose

αὐτός
Pubblicato da Gianluca Patti in αὐτός · 16 Marzo 2020
Non esiste una posizione oggettiva da cui osservare il mondo, se non in termini universali di celebrazione e di consacrazione della Vita. Gli eventi che inevitabilmente ci attraversano e ci travolgono mutano emotivamente in base a prospettive e dinamiche individuali. Ciò è oramai materia ampiamente comprovata, sia dal pragmatismo delle osservazioni scientifiche, che dalla teoresi delle più celebri attività di speculazione filosofica. I filtri della nostra interiorità, del nostro pensiero, dei nostri trascorsi esistenziali, che in modo dinamico danno forma alle singole strutture ideologiche e cognitive di ogni vissuto personale, assorbono in maniera diversa e con diversa intensità il flusso emozionale degli accadimenti e delle sorti comuni, producendo spesso abissali distanze e interminabili intervalli nel procedere condiviso del sentire esistenziale. La mascherina, simbolo angosciante e indispensabile di questo tempo pandemico, non è dunque materia metaforicamente sconosciuta al volto antropico delle società contemporanee. Da sempre l’uomo, in quanto essere sociale, confina il proprio respiro, per definizione matrice di vita, in involucri di paura e di diffidenza, che troppo facilmente mutano in odio e intolleranza, alla ricerca di un nemico da cui proteggersi ed al quale affidare la colpa e le sorti del proprio dolore e delle proprie frustrazioni; barriere che mutano drasticamente in confini etici e culturali, misurati tragicamente in termini razziali, teologici, ideologici e territoriali, epilogo degenerante di un processo di radicata deresponsabilizzazione individuale.
Diversamente, come ben rappresenta Massimo Recalcati nell’articolo "Il nemico invisibile" (La Repubblica, sabato 7 marzo 2020) ci troviamo questa volta di fronte ad un nemico concreto, eppure intangibile, non rilevabile dai nostri sensi più elementari, con la conseguenza che l’atavica predisposizione alla paura che da sempre accompagna e favorisce l’esigenza di aggregazione culturale selettiva, in genere indirizzabile verso un oggetto noto che ingiustamente scegliamo di condannare solo perché diverso dal volto sociale con cui abbiamo scelto di identificarci, si è trasformata oggi in un sentimento di angoscia profonda, privo di un oggetto che risulti percettivamente riconoscibile e circoscrivibile in specifici orizzonti materiali e spirituali. Un nemico abile, veloce, imprevedibile e spietato, che però porta in sé un terribile senso di eguaglianza che non conosce argini né confini umani, in grado di colpire indiscriminatamente chiunque si collochi inconsapevolmente sul proprio percorso.
Forse è proprio da questo atroce ma indiscriminato senso di equivalenza che dovremmo ripartire per riconquistare il valore delle nostre origini comuni, del nostro essere parte di un mondo condiviso, di un universo che per natura non produce distanza alcuna, né disvalore esistenziale nel metro di giudizio della vita, ma considera qualsiasi biodiversità parte necessaria ed inscindibile di un Mistero, di un equilibrio cosmico dal quale tutti dipendiamo alla stessa maniera e del quale inevitabilmente condividiamo in egual modo, nel bene e nel male, le complesse e imprevedibili dinamiche. Ciò evoca con forza il valore fondamentale della “diversità” intesa non come diseguaglianza esistenziale limitativa, ma come fattore complementare dell’esistenza, come opportunità di compartecipazione e di evoluzione comune.
La sensazione che ho percepito in questi giorni nell’osservare gli eventi è che le persone nell’indossare le mascherine di protezione si siano contestualmente private di quelle ideologicamente sociali. Dunque, un allontanamento fisico indispensabile alla sopravvivenza del corpo, che ha incredibilmente determinato un riavvicinamento etico e spirituale. Una condizione che ci ricorda che è possibile essere culturalmente dissomiglianti, ma uguali e coesi nella sofferenza, così come nella gioia, uniti nei limiti e nelle potenzialità delle differenze di ogni singolarità  e nel valore della molteplicità delle identità individuali e sociali.
In qualità di soggetto ansioso, tanto veterano quanto "ingiusto", mi trovo ora ad abbracciare il tempo reale e indispensabile della rinuncia, dell’ignoto, della non conoscenza, rivelando a me stesso l'inconsistenza profonda delle insicurezze e dei timori che l'ombra delle mie incertezze per anni ha proiettato sui percorsi meno angoscianti e più liberi del passato. Mi viene in mente Abraham Maslow e il suo famoso grafico piramidale. Maslow pose come base dei bisogni necessari alla sopravvivenza dell’individuo, quelli fisiologici e quelli legati al senso di sicurezza personale. Ora che entrambe queste categorie appaiono particolarmente fragili è incredibile come si stia in qualche modo rafforzando la punta della piramide nella quale sono racchiusi i 3 livelli successivi dell’evoluzione, relativi ad elementi indispensabili alla realizzazione dell’individuo nella sua qualità di essere sociale; tra essi sono presenti valori quali etica, assenza di pregiudizi, autocontrollo, rispetto reciproco, cura degli affetti e senso della famiglia. In due parole consapevolezza e alterità.
Ebbene, nel tempo muto della paura e dell’attesa, la piramide sembra essersi capovolta, mettendo alla base delle necessità umane e sociali i succitati valori.
Il capovolgimento dei bisogni primordiali ha determinato inevitabilmente una rivalutazione della prospettiva esistenziale. Crollano d'improvvso l'illusione del possesso materiale, la ricerca pretenziosa e ossessiva del controllo sugli eventi della vita, gli inganni dei finti equilibri relazionali, il senso costruito della "normalità" e ogni certezza sulla quale abbiamo edificato la nostra identità sociale, lasciando spazio a una importante, quanto purtroppo sofferta, opportunità di rinnovamento interiore.
Le necessarie limitazioni di questi giorni rappresentano altresì una importante possibilità di riflessione in materia di inclusione, nei confronti di dimensioni altre come l'autismo che, anche in tempi più sereni, sono spesso costrette a rimanere sospese tra le pareti di una "quarantena sociale", non per giusta necessità come le attuali circostanze richiedono, ma esclusivamente per i limiti culturali scelti della società.
Oggi, chiusi nelle nostre abitazioni, siamo socialmente distanti, ma con prospettive etiche più ampie ed orizzonti interiori più estesi. E’ tuttavia difficile accettare che la conquista di una tale consapevolezza debba attraversare percorsi di dolore tanto profondi.
Da ciò è forse possibile imparare a rivalutare davvero il senso fondamentale delle cose.

Gianluca Patti




Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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Gianluca Patti
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