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Il senso inverso della libertà

αὐτός
Pubblicato da Gianluca Patti in αὐτός · 24 Marzo 2020
“ Più che agire reagiamo […] Andiamo avanti in una serie di comportamenti già stabiliti, fissati, con pochissime varianti e con pochissima libertà” (T. Terzani)

In questi giorni i si discute molto sul significato e sul valore della libertà. Le recenti restrizioni, unite all’ansia, ai timori, ma soprattutto alla sofferenza umana che, vicina o distante, inevitabilmente ci attraversa, conducono a rivalutare il senso profondo di una condizione che fino a pochi giorni fa era materia certa, riconosciuta e consolidata. Eppure, nonostante lo stato obbligato di clausura domestica qualcosa non torna in termini di analisi di un principio talmente sacro, quanto indispensabile. Nell’immediato passato eravamo sicuramente liberi di muoverci, ma eravamo, altresì, liberi di essere?
Credo che il disagio che ci opprime non è tanto legato alla possibilità concreta di evadere serenamente dalla nostra abitazione, quanto allo stravolgimento degli schemi quotidiani dai quali ci sentiamo drasticamente dipendenti.
Ripenso all’autismo e a tutte le pratiche terapeutiche impiegate per “normalizzare” i bambini, allo scopo di interrompere stereotipie e riverberi comportamentali uguali e ripetuti. Non siamo, dunque, in qualche modo tutti autistici, persi nelle nostre indispensabili abitudini e nelle nostre pochissime varianti esistenziali?  
Ciò che probabilmente ci differenzia, in difetto, da una persona con diagnosi di autismo è l’autenticità di espressione nei confronti della vita, una libertà di essere, che gli autistici, al contrario, sembrano possedere profondamente.
Nell’osservare mio figlio nella perfetta reiterazione quotidiana dei suoi comportamenti mi torna alla mente una riflessione di Massimo Recalcati, che evidenzia come il nostro tempo abbia il bisogno incessante di “opporre il nuovo allo stesso”, dunque di cercare nel “nuovo” la scintilla trainante del desiderio, individuandone invece la morte nella riproduzione dello “stesso”. Citando Ungaretti, il quale definisce il vero amore una “quiete accesa”, Recalcati ci ricorda come il senso poetico dell’amore, di un amore che a mio avviso non riguarda esclusivamente le dinamiche relazionali, ma che ritengo possa estendersi in generale nei confronti dell’esistenza intera, sia di “vedere il nuovo nello stesso”, “di vedere nelle stesse cose del mondo, sempre qualcosa di nuovo”.
Ecco, ciò che rilevo nelle abitudini e nei silenzi di mio figlio è una capacità di rinnovamento costante, un ripetersi che non corrisponde alla morte del desiderio, ma a un desiderare "lo stesso" come fosse ogni volta qualcosa di nuovo, qualcosa da accogliere con il medesimo entusiasmo. Qualcosa che risponde fedelmente ad un modo altro di percepire la vita e ne rispecchia limpidamente la prospettiva.
È giusto, dunque, soffocare questo desiderio di reiterato rinnovamento in funzione di una società stereotipata che diversamente non riconosce nelle proprie ripetizioni alcuna capacità di rinascita, ma persegue esclusivamente l’illusione del “nuovo” attraverso un desiderio costantemente inappagato?
Io credo che aprirsi alla vita in modo autentico sia il primo passo verso una libertà che non corrisponde alla libertà di poter fare o non fare determinate cose, o di farne delle nuove, ma alla possibilità di essere se stessi e di rinnovarsi in qualsiasi circostanza, anche nell’immoto ripetersi del tempo.
Per chi ha avuto la fortuna di non essere toccato dall’esperienza del dolore, della morte e della miseria, forse in questo tempo muto, fermo, fatto di monocromia e di silenzi, sarà possibile ritrovare la vera libertà, cercando “il nuovo nello stesso”, ritrovando il desiderio e la capacità di camminare accanto alla vita, sentendosi realmente libero... nonostante tutto.
 
Gianluca Patti

“La libertà da qualcosa non è vera libertà. La libertà di fare qualsiasi cosa tu voglia fare, anche questa non è la libertà di cui parlo.
La mia visione di libertà è di essere te stesso.
Non è una questione di ottenere libertà da qualcosa. Quella libertà non sarà libertà, perché ti viene ancora data; c’è una causa. La cosa della quale ti sentivi dipendente è ancora lì nella tua libertà, ne rimani vincolato. Senza di essa non saresti stato libero.
La libertà di fare quello che vuoi anche questa non è libertà, perché volere, desiderare di fare qualcosa, nasce dalla mente – e la mente è la tua prigionia.
La vera libertà arriva certamente dopo la consapevolezza senza scelta, ma dopo la consapevolezza senza scelta la libertà non è né dipendente da cose né dipendente dal fare qualcosa. La libertà che segue la consapevolezza senza scelta è la libertà di essere soltanto te stesso. E tu sei già te stesso, sei nato con questa libertà.  Quindi non è dipendente da nient’altro. Nessuno te la può dare e nessuno te la può portare via.”
 
(Osho Rajneesh)
 
 



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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Gianluca Patti
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