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Il sottile abilismo della "accettazione"

αὐτός
Pubblicato da Gianluca Patti in αὐτός · 11 Gennaio 2020
Essere testimoni dell’autismo, farne esperienza dal punto di vista genitoriale significa innanzitutto intraprendere un cammino, saper individuare una certa direzione in grado di condurre verso la genesi di un divenire interiore, i cui lineamenti, sebbene incerti ed imprecisi, lasciano spazio all’elaborazione di infinite forme e configurazioni esistenziali. L’inizio di questo percorso corrisponde senza dubbio all’istante della restituzione diagnostica. La diagnosi di autismo rappresenta per i genitori un momento di profonda rivalutazione delle cose, di complessa mutazione e rimodulazione dei propri spazi interni ed esterni; è materia teoreticamente contraddittoria già nel significato stesso delle proprie origini semantiche, poiché in termini ontologici, esprime un’antinomia sostanziale tra il senso della ricerca e l’oggetto dell’indagine.
Dal greco διάγνωσις, derivazione di διαγιγνώσκω ossia "riconoscere attraverso" la diagnosi è un atto di identificazione, di attribuzione di una identità semasiologica che rischia di restare imprigionata in un processo di categorizzazione privo di qualsivoglia apertura culturale e sociale.
Ebbene, se non è pensabile negare o rinnegare il valore fondamentale della funzione diagnostica sul piano scientifico, in quanto procedimento necessario di ricerca e di riconoscimento di una specifica “variazione” neurologica rispetto ai canoni tipici delle più diffuse strutture evolutive, si può liberamente reinterpretarne il senso nella prospettiva di un'etica esistenziale capace di superare limiti e barriere di sorta legati alla settorialitá del definire e del delimitare lessicale. Emerge, dunque, con chiarezza, in questo contesto riflessivo, il potere edificante delle parole, capaci di costruire fortilizi culturali e ideologici che non possono sottrarsi alla forza aggregante del pensiero collettivo. Per questo, in tema di autismo, è indispensabile non perdersi mai tra le derive della medicalizzazione diagnostica, ma accoglierne gli effetti come mezzo di affermazione di una singolarità non definibile, o meglio la cui definizione categorizzata deve esaurirsi nella mera dimensione documentale di relazioni e scritti epistemologi, guardando, nel concreto, alle possibilità della vita con prospettive aperte ed orizzonti esperienziali incondizionati, dunque assolutamente  imprevedibili e indeterminati.
Ed invero ha scritto Ada Manfreda, ricercatrice sociale, «Le categorizzazioni generali non servono a conoscere, ad approfondire, non servono alla relazione. Le pratiche del dialogo e del riconoscimento vogliono il tempo della cura, che è un tempo qualitativo, un tempo lento, attento, che approfondisce, esplora, un tempo dell’esserci fisicamente in uno spazio condiviso, attorno ad un fare insieme» (Amaltea Trimestrale di cultura anno IX / numero quattro dicembre 2014).
In tal senso l'autós si dissocia dai limiti sociali della disabilità e diventa alternativa valorizzante, quindi non più diversa abilità, ma abilità altra che si identifica e si riconosce nella soggettività di una visione individuale guidata da capacità percettive per molti peregrine ed enigmatiche, ma non per questo insufficienti sul piano evolutivo e sociale.
È interessante domandarsi, a questo punto, quale sia la linea di demarcazione tra l’essere e il compartecipare, tra l’affermazione e la cura della propria singolarità e il gioco antropico dei modelli di riferimento che inevitabilmente concorrono alla formazione e alla strutturazione della dimensione culturale di aggregazione dei contesti collettivi. L’interrogativo conduce, per logica deduttiva, al concetto di regola intesa come indirizzo comportamentale destinato a favorire la solidità morale e funzionale di un impianto sociale, sulla base di specifiche prescrizioni culturali legate alla storia ed alle tradizioni del territorio di appartenenza. Per favorire il processo di inclusione e di valorizzazione delle differenze individuali è necessario che i mores sociali operino entro i limiti oggettivi di un senso etico comune che sia in grado di collocarsi al di sopra di una eccessiva manifestazione della propria individualità, tale da prevaricare gli altrui spazi esistenziali, e, nel contempo, di opporsi a un sentire comune troppo fedele all’esigenza antropica di omogeneità culturale, al punto da penalizzare il fondamentale diritto di ognuno alla libertà di essere secondo la propria natura evolutiva. La regola sociale, affinché risulti funzionale, deve stabilire un equilibrio, una sorta di compromesso consapevole ed indispensabile per sopravvivere ad una dimensione di condivisione della vita. Oltre questa linea di confine la regola diventa contaminazione comportamentale, una indebita attribuzione di un non-senso oggettivo del vivere che cerca riconoscimenti in modelli e paradigmi che vorrebbero rappresentare verità esistenziali incontestabili attraverso la negazione assoluta di un’alterità realmente oggettiva che rivendica la naturale capacità della vita di produrre infinite variabili biologiche, le quali, egualmente, contribuiscono ad una evoluzione compartecipata dell’esistenza.
Sulla base di queste considerazioni appare chiaro quanto il concetto di regola sia strettamente correlato a quello di autonomia. L'αὐτόνομος, ovvero la”legge del sé”, non equivale solo  alla capacità di “saper fare da soli”, di sottrarsi al senso di dipendenza dall’altrui sostegno, ma è soprattutto «la possibilità per un soggetto di svolgere le proprie funzioni senza ingerenze o condizionamenti da parte di terzi» (Wikipedia). Dunque, l’autonomia è principalmente un processo di maturazione socio-culturale che consente alle differenze individuali di esprimere liberamente la propria natura, con la certezza che ne sia riconosciuto il valore, evitando di subire gli effetti emarginanti di una categorizzazione o di una de-categorizzazione. Ciò in quanto una società culturalmente evoluta e funzionale deve essere in grado di creare regole non mediante un processo tassonomico di classificazione  della vita che include o esclude sulla base di modelli comportamentali ritenuti più o meno “tipici” o tipicamente accettabili, ma per mezzo di una profonda consapevolezza delle differenze che sappia abbracciare la “legge del sé”, garantendo ad ognuno eguali possibilità di evoluzione individuale in un contesto metodologicamente guidato da principi etici oggettivi e da un profondo senso di alterità.
Il Progetto “Pass”, Progetto di adozione scolastica e sociale della Asl NA1, rappresenta, ad esempio, la piena realizzazione dell’αὐτόνομος, come sintesi della celebrazione delle differenze, in un insieme collettivo socialmente regolamentato, ma inclusivamente de-catalogato.
In tal senso in concetto di adozione non equivale ad una forma di accettazione delle “diversità”, in quanto “accettare” significherebbe concedere un’opportunità di partecipazione nei confronti di una dimensione che già per diritto naturale ed esistenziale è parte totalizzante del mondo. Ed invero il termine latino “ad-optare”, nel proprio significato etimologico vuol dire letteralmente “scegliere”. L’oggetto di questa scelta, dunque, non è l’accoglimento delle diversità, poiché non si può accogliere ciò che è già parte del tutto, ma un cambio di prospettiva culturale che riconosca nelle differenze una naturale espressione della vita e non una “disfunzione” biologica alla quale concedere, per motivi filantropici e umanitari, una compartecipazione sociale.
Il “Pass” metaforicamente rappresenta un “badge” per oltrepassare le barriere culturali del mondo; è un invito ad scelta consapevole di evoluzione da realizzarsi nella dimensione scolastica e sociale, dunque umana e istituzionale, affinché le diversità possano essere tutelate ed aiutate in una prospettiva di “normalità”, intesa come diritto comune e totalitario di appartenenza al mondo e di compartecipazione alla vita.

Gianluca Patti



Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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Gianluca Patti
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