αὐτός di Gianluca Patti - αὐτός

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Oltre i limiti del prevedibile

αὐτός
Pubblicato da Gianluca Patti in αὐτός · 30 Gennaio 2020
Ho sempre mantenuto una certa distanza tra l'individualità di mio figlio e ciò che l'autismo rappresenta nell'immaginario sociale. Nella fase successiva alla diagnosi ho vissuto con profonda intensità il tempo della ricerca, durante il quale ho tentato costantemente di individuare una precisa corrispondenza tra le informazioni lette ed acquisite sulla materia e le dinamiche comportamentali di Renato. Eppure giorno dopo giorno mi ha sorpreso scoprire che non esiste alcuna equivalenza tra queste due dimensioni.
Ho compreso con meraviglia che l’essere e il definire appartengono a universi lontani e inconciliabili.  
Ecco, dunque, che la ricerca di un’identità specifica è diventata nel tempo esplorazione di una alterità che non passa attraverso l'edificazione delle parole e le dinamiche del dire, ma percorre una linea di silenzio in grado di decostruire le strutture della comunicazione convenzionale e di condurre verso orizzonti di conoscenza nuovi e incredibilmente profondi.
Ciò che inizialmente mi spaventava di più non era il lato enigmatico della diversità, la paura di non comprendere il senso di una dimensione tanto complessa e sconosciuta, ma il timore ben più radicato di non poter partecipare al mistero di mio figlio, di non poterne abbracciare i pensieri, le sensazioni, di non potermi avvicinare a un’interiorità che, secondo un’illusione comune, può essere raggiunta solo attraverso il seme del dialogo. Ho sentito forte, dunque, l’esigenza di orientare il passo della vita verso sentieri di consapevolezza decisamente distanti dalle delle barriere della definizione diagnostica, e di procedere attraverso percorsi altri di conoscenza che mi consentissero di entrare in contatto con visioni e percezioni in grado di oltrepassare i limiti delle strutture convenzionali, alle quali troppo spesso tendiamo ad affidare il senso della vita, una vita che invece è materia infinita, non definibile e mai misurabile.
Questa esigenza di scoperta e di conoscenza si è rivelata più forte di qualsiasi sentimento di paura e di impossibilità. Nel modo di essere di mio figlio, nella sua particolare decodificazione delle cose ho iniziato a non intravedere limiti, ma possibilità.
È curioso come oggi molti considerino l’autismo una patologia e lo definiscano tale. Un termine che evoca etimologicamente uno stato di dolore, di sofferenza. Eppure nello sguardo di mio figlio ho sempre percepito una immota serenità e una profonda gioia di vivere. Il suo solo esistere era ed è tutt’oggi piena celebrazione della Vita. La raffigurazione spesso utilizzata della sfera di vetro o della bolla che avvolge interamente il corpo degli individui con autismo isolandoli dal resto del mondo personalmente non l’ho mai percepita, né in alcun modo condivisa. Ciò che vedo osservando le “diversità” di mio figlio è una dimensione nuova, sconfinata e inesplorata, simile a quella decritta da Angel Rivière: “una pianura tanto aperta da sembrare inaccessibile”. Ebbene, ho iniziato, nel tempo, a comprendere ed a sentire in maniera molto chiara che questa sensazione di inaccessibilità, di impenetrabilità non aveva origine nell’autismo di Renato, ma nei limiti e nelle convenzioni culturali costruite attorno alle strutture sociali che si ispirano a paradigmi e modelli precostituiti di comportamento e di interazione, ai quali, contro qualsiasi regola naturale ed esistenziale, penosamente attribuiamo una innaturale e sintetica caratteristica di “normalità”.
Dunque, se essere “normali” vuol dire limitare la propria percezione della vita ho scelto anch’io di essere diverso e di sfidare l’infinito. Invece di portare mio figlio nella dimensione di ciò che è finito e misurabile ho preso la sua mano e mi sono lasciato guidare nel mondo di ciò che è imprevedibile e incommensurabile.
Sono giunto alla consapevolezza che esiste un errore di fondo nella concezione stessa di società, poiché si è confusa la naturale esigenza antropologica di aggregazione, di condivisione e di partecipazione delle diverse identità che formano gli individui, con un bisogno ossessivo di emulazione, di uniformità e di similitudine, al quale si è riconosciuto il significato universale di “organismo sociale”.
Se parlando di autismo si vuole necessariamente ragionare in termini di "patologia" è fondamentale imparare a individuare la vera origine di ciò che appare come disequilibrio ed a separare il πάϑος (passione) dal λόγος (ragione), dunque l'idea della sofferenza dai paradigmi circoscritti della ragione sociale, decostruendone il senso semantico e valorizzando esclusivamente l'aspetto del pàthos, inteso non più come afflizione, ma come emotività positiva che è desiderio travolgente di conoscenza, di apertura al mistero, di crescita interiore, di ricerca di sé e dell'altro.
La sofferenza nell'autismo, quando è presente, è sempre e comunque il risultato dell'incapacità della società di abbracciare le differenze e di rinunciare ad una pretesa di uniformità che, di fatto e per natura, è assolutamente inesistente e (fortunatamente) irrealizzabile.

Gianluca Patti




Noi, anime semplici e sinestetiche, che contestiamo l'involuzione delle convenzioni sociali, ingiustamente assolte da un dissacrante principio di inviolabile normalità dell'essere; noi che riconosciamo la perfezione dell'equilibrio universale nella compartecipazione esistenziale di ogni possibile diversità; noi, trasparenti e muti, ma silenziosamente estatici e mai infelici, non identifichiamo nelle parole il senso del nostro vissuto, ma ci affidiamo a purissimi silenzi e ricercata serenità, dove ogni suono può diventare colore, ogni colore mutare in voce ed ogni visione condurre lo sguardo verso molteplici possibilità percettive tra le infinite prospettive del vivere e dell'osservare.
L'autismo non ha confini, ma orizzonti infiniti; e non ha pareti, se non quelle che l'ignoranza della società sceglie di edificare. (Gianluca Patti)
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Gianluca Patti
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