Di che cosa ti occupi? - Napoli per l'autismo 2020

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18/09/2016
Di che cosa ti occupi?
È una delle domande più frequenti che ci si rivolge in ambito specialistico.
Io mi occupo di abuso, dice qualcuno; oppure di disturbi specifici dell'apprendimento; o di autismo; o di sindrome da adhd cioè da deficit di attenzione/iperattività.
Ciò riduce, a mio avviso, le varie diversità ad uguaglianze divise per categorie privandole delle storie, dei percorsi e delle risorse personali di ognuna di esse.
Ho sempre riflettuto sul fatto che il contrario della "diversità" intesa classicamente in senso psicopatologico, non corrisponde all'uguaglianza; gli individui tutti non sono "uguali" e non vogliono esserlo. Una frase del tipo: "Tu sei diverso? No io sono uguale!" non esiste in nessuna modalità espressiva ma anche in sostanza nessuno vorrebbe essere un uguale, un clone ma, al contrario, tentiamo a sottolineare le nostre peculiarità e le nostre caratteristiche individuali per farci conoscere e riconoscere nelle relazioni con gli altri.
Allora perché quando subentra la "malattia" in un individuo si tenta di identificarlo con essa privandolo di tutto ciò di cui é portatore al di là di essa?
Perché io posso essere bassa, alta, magra, grassa, impulsiva, riflessiva, affettuosa, distante, razionale, passionale, simpatica, antipatica.....e un altro soggetto viene definito solo autistico? Magari con la connotazione di gravità (lieve, medio, grave) il più delle volte scaturita da valutazione "oggettiva" data dai numerosi e spesso contraddittori test?
Il fatto che ci siano delle caratteristiche comuni nei vari modi "diversi" di essere, alcuni anche geneticamente determinati, non significa che gli individui perdano, uno per uno, le proprie caratteristiche di personalità, di carattere, di temperamento e ancora di contestualità familiare e sociale e di conseguenza i propri diritti ad essere persone prima che malati!
Questa difficoltà ad affrontare la complessità della condizione umana é stata il motivo per cui in passato (speriamo!) ci si è concentrati a trovare modelli di cura rivolti esclusivamente all'individuo malato che deve "riabilitarsi"  e non al contesto che lo deve accogliere che spesso ha reagito innalzando dei muri  per evitare la contaminazione con le varie diversità.
Ancora oggi mi capita di leggere prescrizioni terapeutiche che vanno in tal senso: diagnosi precoci per "urgente" invio in psicomotricità e/o logopedia.
Il carattere di urgenza ci rivela molte più cose su chi prescrive che non sul paziente: c'é un malato che deve essere recuperato alla normalità, lui, da solo e con le modalità più consone e  utili alla difesa della comunità che non ai suoi reali bisogni. Quindi la fretta di "liberarsi" da  un'eventuale relazione con i familiari che passa attraverso il prendersi cura di loro, delle loro difficoltà, della loro sofferenza e renderli protagonisti di un percorso di adattabilità familiare prima e sociale poi.
"Prendersi cura" é un concetto che va oltre il "curare", implica la conoscenza non solo delle varie "malattie" ma delle caratteristiche umane di ogni soggetto, della sua storia, delle sue risorse naturali e dei suoi contesti significativi di vita.
Per cui alla domanda di che ti occupi mi piace rispondere che mi occupo di bambini e di ragazzi che hanno delle difficoltà, delle loro famiglie che non sanno contro quale spettro devono combattere dovendo imparare a modificare i loro assetti interni senza spaventarsene; delle insegnanti che non li vedono più come soggetti che devono "recuperare" un programma prestabilito ma come un'opportunità di crescita di tutta una classe; della comunità a cui appartengono che deve sforzarsi per accogliere ed integrare tutti i suoi cittadini modificandosi essa stessa ed evitando rifiuti che in passato più che curare hanno limitato l'esercizio dei diritti dei più deboli.
Luisa Russo
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